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Champions League, l’Italia prova a cambiare calcio: il bilancio non premia, ma Fabregas, Chivu e i giovani indicano la direzione

Due sconfitte, un pari e una vittoria in Champions. Il gioco cambia, ma per colmare il divario con l’Europa servono anni di lavoro

Champions League, l’Italia prova a cambiare calcio: il bilancio non premia, ma Fabregas, Chivu e i giovani indicano la direzione
(Foto Lapresse)

Como, Inter e Roma hanno cercato di comandare le proprie partite, mentre il Napoli ha faticato contro l’Arsenal. In Serie A meno interruzioni e più continuità stanno intanto aumentando ritmo e tempo di gioco. Per capire se sia davvero iniziata una svolta serviranno stagioni, non tre giornate

Meno interruzioni e più gioco in Serie A, ma il ricambio sulle panchine può diventare il passo successivo

Quattro punti su dodici non sono un bilancio da festeggiare. La prima giornata di Champions delle italiane ha visto la storica vittoria del Como contro il Lipsia, il pareggio della Roma sul campo del Fenerbahce e le sconfitte di Inter e Napoli contro Real Madrid e Arsenal. I risultati dicono che il divario con le migliori d’Europa esiste ancora.

Le partite, però, hanno offerto indicazioni che meritano di essere valutate. L’Inter ha provato a tenere il pallone e ad attaccare il Real al Bernabeu, facendo una gran bella figura, la Roma ha cercato di comandare il gioco a Istanbul e il Como di Cesc Fabregas ha travolto una squadra abituata da anni alla Champions. Si è vista la volontà di giocare a calcio, senza abbassarsi davanti all’avversario e rifugiarsi nel vecchio catenaccio e contropiede “all’italiana”, anche contro squadre più forti o più esperte. Qualcosa di simile si intravede nelle prime settimane di Serie A. La nuova linea arbitrale lascia correre di più e interrompe meno il gioco. Il ritmo aumenta, le transizioni diventano più frequenti e diventa più difficile più difficile lavorare sulle pause, “stoppare il cronometro” con giochetti visti e rivisiti, spezzare la partita con proteste, ricerca sistematica del fallo e perdite di tempo.

Tre giornate sono troppo poche per parlare di rivoluzione. Questa direzione, però, può aiutare gli allenatori che vogliono pressare più alti, recuperare subito il pallone e attaccare senza aspettare che l’avversario si sistemi. Se il campionato abitua le squadre a giocare con maggiore intensità, il confronto in Europa diventa meno traumatico.

Il resto deve farlo il movimento. Settori giovanili, formazione degli allenatori, scelta dei profili tecnici, coraggio dei club e tempo concesso ai progetti. La Champions quest’anno può (e deve) misurare il livello.

Allegri non va crocifisso, il ricambio riguarda tutto il sistema

Usare lo 0-1 del Napoli contro l’Arsenal per celebrare il funerale di Massimiliano Allegri sarebbe troppo semplice. Di fronte c’era una delle squadre più forti d’Europa e una partita non basta per dichiarare superata una carriera o un modo di allenare. La domanda riguarda piuttosto il calcio italiano nel suo complesso. Per anni i grandi club hanno cercato soprattutto tecnici già affermati, considerati capaci di garantire risultati immediati e di gestire pressioni, spogliatoi e proprietà. Oggi cominciano a comparire scelte diverse.

Fabregas, Cristian Chivu, Rúben Amorim e Domenico Tedesco appartengono a una generazione cresciuta calcisticamente in un ambiente europeo in cui possesso, pressing, occupazione degli spazi, costruzione dal basso e capacità di cambiare sistema durante la partita sono diventati strumenti quotidiani. Affidar loro panchine importanti significa accettare che anche l’allenatore possa essere un investimento e un marchio di stile e non soltanto un gestore.

Il ricambio anagrafico, da solo, non risolve nulla. Gian Piero Gasperini, a 68 anni, è probabilmente la dimostrazione più evidente. Da anni porta squadre aggressive, marcature in avanti, uomini oltre la linea del pallone e una richiesta atletica altissima soprattutto negli uno contro uno a tutto campo. Si può essere contemporanei senza essere giovani così come si può essere giovani senza proporre nulla di nuovo, e questo è un dato. Svecchiare le panchine significa soprattutto svecchiare il modo in cui vengono scelti e giudicati gli allenatori. Un tecnico dovrebbe essere valutato anche per ciò che costruisce, per come migliora i giocatori e per l’identità che consegna alla squadra. Se ogni progetto viene giudicato dopo cinque partite, il rischio è tornare sempre agli stessi nomi e alle stesse soluzioni.

Norvegia e Giappone hanno cominciato molto prima dei risultati

Gli esempi fuori dallo Stivale mostrano soprattutto quanto tempo serva per cambiare un movimento calcistico. Norvegia e Giappone hanno seguito percorsi diversi, ma entrambi hanno investito per anni sulla formazione. La Norvegia ha lavorato su infrastrutture, preparazione e sviluppo prima di ritrovare una generazione guidata da Haaland e Odegaard. Al Mondiale 2026 è arrivata fino ai quarti di finale. Il Giappone si è fermato prima, eliminato dal Brasile ai trentaduesimi, ma da molto tempo lavora su un sistema che collega settore giovanile, formazione dei tecnici, nazionale e diffusione del calcio su tutto territorio.

Sono programmi iniziati quando i risultati della nazionale maggiore ancora non premiavano. È proprio questo il passaggio più difficile per l’Italia. Accettare che un cambiamento strutturale non produca vittorie in sei mesi e che alcune scelte possano anche fallire prima che il livello medio aumenti.

La prima giornata europea evita l’equivoco. Giocare di più non significa automaticamente vincere. Inter e Roma hanno prodotto prestazioni coraggiose senza portare a casa tre punti. Il Como ci è riuscito. Il Napoli ha sofferto ed è rimasto indietro. Nel calcio conta e conterà per sempre anche la qualità individuale, gli errori, la disponibilità economica e poi, ovviamente, esistono gli avversari.

Ora il calcio italiano deve decidere che tipo di squadre vuole costruire nei prossimi anni, dai club alla Nazionale. Meno interruzioni possono aiutare. Più allenatori con idee differenti possono accelerare il processo. I club devono accompagnare entrambi i cambiamenti con investimenti sui calciatori e sui settori giovanili.

La verifica continua. Quattro punti su dodici, per ora, non soddisfano ma il modo in cui sono arrivate, Como a parte, che resta un esempio virtuoso, sono il punto da cui ripartire. Per ora la direzione, rispetto agli anni precedenti sembra quella giusta, ma la meta è lontana e il viaggio molto difficile.

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