Il leggendario capitano del Milan si è spento a 66 anni. Non fu soltanto un difensore formidabile, ma il giocatore che trasformò l’arte italiana dell’attesa in una macchina moderna fondata sull’anticipo, sul coraggio e sul dominio dello spazio.
Il numero 6 che comandava il campo
Franco Baresi non difendeva una porta. Difendeva un’idea. È morto a 66 anni, dopo la malattia polmonare contro la quale combatteva da tempo, uno dei più grandi interpreti del calcio italiano. Il Milan ha perso il suo capitano eterno, l’uomo che sapeva leggere le azioni quando ancora gli altri dovevano cominciare a immaginarle.
Il grande regista tedesco Werner Herzog, abituato a misurarsi con deserti, foreste e abissi dell’animo umano, rimase colpito soprattutto da questo: nessuno, secondo lui, aveva compreso lo spazio quanto Baresi. Un’investitura apparentemente esagerata e invece precisissima. Il suo terreno non era l’Amazzonia, ma quella fascia invisibile tra il centravanti e la porta, dove una frazione di secondo separa l’intervento perfetto dalla disfatta.
Baresi sembrava piccolo piccolo soltanto prima del fischio d’inizio. Poi il campo, quasi magicamente, si restringeva attorno a lui. Con quell’espressione che pareva intagliata nel legno dominava, anticipava, strappava il pallone, avanzava a testa alta e alzava il braccio per comandare il fuorigioco. Non chiedeva alla partita dove sarebbe andata: glielo imponeva.
Dal Milan in Serie B alla finale di Pasadena
Vestì orgogliosamente una sola maglia, anche quando il Milan scese due volte in Serie B, non cedendo alle lusinghe – e ai solodi – di altri club. Con il club rossonero raccolse 719 presenze, sei scudetti e tre Coppe dei Campioni. Dopo il ritiro, il numero 6 venne sottratto al tempo e ritirato per sempre. Arrigo Sacchi intuì che quel libero poteva diventare il motore di una rivoluzione. La difesa non doveva più arretrare impaurita, ma salire, comprimere il campo e aggredire. Baresi fu l’anima italiana di una formidabile squadra internazionale. E a pensarlo ora, in mezzo ai guai di un calcio italiano che deve ripartire da zero, fa ancora più effetto.
Resta l’immagine di Pasadena, nel 1994: il menisco operato, il recupero quasi impossibile, una finale giocata da gigante e quel rigore spedito sopra la traversa. Pianse, ma non fu sconfitto. Perché la grandezza di Baresi non stava nell’essere infallibile. Stava nel presentarsi sempre nel punto esatto in cui il calcio chiedeva coraggio.
Un altro tempo, un altro calcio
Personalmente, nel corso degli ultimi anni mi sono progressivamente disamorato del Milan. E non è stata una scelta di cambio di campo in stile Emilo Fede (quando passò dalla Juventus ai rossoneri, mostrando abnegazione totale nei confronti del suo datore di lavoro), ma una lenta presa di distanza. Per chi, come il sottoscritto, ha avuto la fortuna quasi irripetibile di vedere giocare Gianni Rivera con i propri occhi sugli spalti di San Siro, non è stato facile accettare la trasformazione di una squadra un tempo grandissima in una formazione troppo spesso impegnata soprattutto a evitare brutte figure. Il problema non sono state soltanto le sconfitte. Quelle appartengono al calcio e, qualche volta, rendono persino più sincera una passione. È stato piuttosto il progressivo impoverimento dell’identità, la successione di giocatori di dubbio valore, l’impressione di non riconoscere più dentro quelle maglie la storia, lo stile e l’autorevolezza che avevano fatto del Milan qualcosa di diverso da una semplice società sportiva.
Franco Baresi, però, è sempre rimasto nel mio cuore. Perché non rappresentava soltanto il difensore formidabile, il capitano… ma un esempio limpidissimo di abnegazione, serietà, disciplina e appartenenza. Non aveva bisogno di tatuarsi il simbolo del club sul petto o di baciarne lo stemma davanti alle telecamere. La fedeltà la dimostrava ogni domenica, con il modo di stare in campo e di assumersi responsabilità.
Oggi il calcio vende emozioni prefabbricate, scommesse, algoritmi, procuratori e fedeltà che durano quanto un contratto. È diventato ludopatico, bulimico, sempre in cerca di denaro e col quale “andare a mignotte”. Baresi apparteneva a un’altra epoca. Certamente meno patinata e social, certamente più seria. E anche per questo, oggi, la sua assenza pesa ancora di più.

