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Il calcio italiano meriterebbe un calcio… nel sedere

La scelta di Pirlo non convince nessuno, al di là degli annunci di prammatica si rischia una nuova debacle anche per gli anni a venire: è giunto il momento di cambiare tutto

Il calcio italiano meriterebbe un calcio… nel sedere
(Fonte immagine: La Presse)

Eravamo il campionato più apprezzato del globo, mentre ora viviamo momenti che rasentano il ridicolo. Il commento

In un momento di guerre, inflazione alle stelle e violenza quotidiana parlare di tragedia sarebbe quantomeno fuori luogo. Allora troviamo un’altra parola per descrivere il disastro del calcio italiano, fenomeno un tempo capace di scandire il ritmo circadiano delle settimane nostrane e oggi ridotto a fenomeno da baraccone, preda degli sberleffi di tutto il mondo. Ricordate? Eravamo il campionato più apprezzato del globo, da noi si sfidavano ogni domenica Maradona, Zico, Careca, Van Basten, Gullit, Platini, Rumenigge, Scirea, Matthaus, Klinsmann e tanti altri. Oggi viviamo momenti che rasentano il ridicolo: i giovani di belle speranze vengono strappati a suon di milioni dai colossi inglesi che ormai giocano un campionato a parte (avremo modo di riparlarne). Gli stadi di proprietà, eccezion fatta per pochi eletti, restano chimere che chissà quando si realizzeranno. I capitali stranieri arrivano anche, ma non sono certo gli sceicchi che invece portano Manchester City e Psg sul tetto d’Europa.

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Insomma, per dirla con Gino Bartali, “è tutto sbagliato, è tutto da rifare”. In questo quadro già di per sé disastroso si innesta come sempre il ridicolo. Manchiamo la qualificazione ai mondiali da tre edizioni, ovvero 12 anni. Per intenderci, l’ultima volta che abbiamo frequentato la rassegna iridata, era il 2014 e il mondo con cui ci confrontavamo era completamente diverso. Donald Trump era ancora un miliardario con la favella troppo facile. Dunque, accortisi del disastro di non essere riusciti a entrare in un mondiale a 48 squadre (48!!!), i vertici del calcio hanno cercato di fare piazza pulita. Per ora, con risultati ridicoli.

Si prende un mammasantissima del passato come Paolo Maldini, che già aveva fatto bene al timone del Milan prima di schiantarsi contro i limiti di una proprietà miope e di un carattere (il suo) un po’ troppo à la Marchese del Grillo. Per qualche bislacco motivo, Maldini decide di farsi affiancare da Leonardo, uno che di calcio ne capisce tanto ma ha sempre fatto il Direttore Sportivo o Tecnico e mai il dirigente di una federazione. Poi, le comiche. Si contatta Pep Guardiola, uno che oltre a uno stipendio più che fuori mercato – pare abbia chiesto 20 milioni all’anno – non ha mai allenato una nazionale. E che, al di là di qualche estemporanea performance come con un certo Lionel Messi, non ha mai amato i giovani ma ha sempre preferito giocatori forti da inserire nel suo progetto. Guardiola rifiuta, d’altronde dopo dieci anni a Manchester tra una Primavera che funziona come un orologio svizzero, campi faraonici e investimenti illimitati, perché si sarebbe dovuto immalinconire a Coverciano? A quel punto si sceglie Andrea Pirlo, uno che ha fallito praticamente ogni avventura calcistica (da allenatore) che ha affrontato.

Levata di scudi da parte di tutti, che ritengono che l’ex centrocampista campione del Mondo non sia esattamente il profilo giusto per ripartire. Ma, si sa: Maldini non ama il contraddittorio. E quindi va avanti per la sua strada fino a che non si schianta contro lo sponsor russo. Una cosa risaputa, possibile che non ci sia stato qualcuno, un consigliere, un appassionato di calcio, un TikToker che non abbia sussurrato a Paolo “Pirlo lasciamolo stare, ha qualche cosa per cui si scatenerà il pandemonio”. Invece no, dritti verso il baratro come facciamo da decenni. Le due finali di Champions dell’Inter (una persa in maniera vergognosa) non devono illudere: nel frattempo gli altri movimenti – compreso quello francese – sono cresciuti e sono diventati sostenibili. Il nostro arranca, si riempie la bocca di grandi paroloni (“rivoluzione”, “cambiamo tutto”) e poi si riscopre ancora una volta fragile e dalla figuraccia facile. O si fa un piano serio, con investimenti mirati a partire dai pulcini, con scuole federali, stadi di proprietà, rose intelligenti, naturalizzazione degli stranieri cresciuti in Italia, oppure ci saranno altri mondiali saltati anche se, come ha detto perfidamente Infantino, dovessero essere a 192 squadre.

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