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Mondiali 2026, non c’è solo l’oro della coppa: il business da 80 miliardi di euro tra diritti tv, sponsor e fondi

Mondiali 2026, dietro la Coppa c’è un business da 80,1 miliardi di dollari tra diritti tv, sponsor, turismo e costi pubblici

Mondiali 2026, non c’è solo l’oro della coppa: il business da 80 miliardi di euro tra diritti tv, sponsor e fondi

Il Mondiale 2026 non sarà soltanto una festa del calcio. Tra diritti tv, sponsor, biglietti, turismo e costi pubblici, la Coppa organizzata da Stati Uniti, Canada e Messico muoverà una macchina economica da oltre 80 miliardi di dollari.

Diritti tv vicini ai 4 miliardi, premi record alle nazionali e città chiamate alla spesa

Il Mondiale 2026 comincerà giovedì 11 giugno, ma il giro d’affari è partito molto prima del fischio d’inizio. Le televisioni hanno già messo sul tavolo miliardi per i diritti. Gli aeroporti si preparano a gestire milioni di passeggeri in più. Gli hotel hanno rivisto i prezzi. Le amministrazioni pubbliche hanno stanziato risorse per trasporti, sicurezza, strade e servizi urbani.

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La Coppa del Mondo organizzata da Stati Uniti, Canada e Messico sarà il torneo più grande di sempre. E anche uno dei più ricchi. Secondo le elaborazioni di OpenEconomics per Fifa e Wto, l’evento può attivare un giro d’affari complessivo da 80,1 miliardi di dollari nel mondo. Una cifra che racconta la trasformazione del calcio in industria globale, molto oltre il campo.

Il pallone resta al centro della scena, ma attorno si muove una filiera enorme. Negli stadi lavoreranno cuochi, addetti alla sicurezza, tecnici informatici, personale sanitario, steward, hostess, operatori logistici. Secondo lo studio, il torneo sosterrà o genererà oltre 824 mila posti di lavoro equivalenti a tempo pieno nei tre Paesi ospitanti.

Il Mondiale vale perché cattura attenzione. La Fifa lo sa bene. Nel bilancio del ciclo 2023-2026 sono previsti 13 miliardi di dollari di ricavi, con quasi 9 miliardi concentrati nell’anno della Coppa del Mondo. Un evento di poche settimane produce flussi finanziari da multinazionale.

La voce principale resta la televisione. I diritti audiovisivi valgono quasi 4 miliardi di dollari e rappresentano circa il 44% delle entrate. Biglietti e pacchetti hospitality superano i 3 miliardi. Sponsor e marketing aggiungono circa 1,8 miliardi. Il merchandising, che per anni è stato il volto più visibile del business calcistico, oggi pesa molto meno rispetto a tv, hospitality e partnership commerciali.

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Il denaro arriva anche alle federazioni. La sola partecipazione al Mondiale garantisce circa 10 milioni di dollari, più 2,5 milioni destinati alla preparazione. Per molte federazioni africane, asiatiche o caraibiche è un’iniezione di risorse difficile da ottenere con sponsor locali e diritti televisivi nazionali.

I premi salgono ancora per chi arriva in fondo. La nazionale sconfitta in finale incassa comunque 33 milioni di dollari. La vincitrice ne porta a casa 50 milioni. Mai il successo sportivo era stato remunerato a questi livelli.

L’impatto economico non sarà uguale per tutti. Le stime di Saxo Bank indicano un possibile effetto diretto sul Pil dei tre Paesi ospitanti fino a 40,9 miliardi di dollari. Ma gli economisti di Natixis ridimensionano l’effetto sull’economia americana nel suo complesso, stimandolo sotto lo 0,1% del Pil. Per gli Stati Uniti il Mondiale rischia quindi di essere quasi invisibile nei grandi numeri nazionali. Per città come New York, Dallas, Atlanta, Los Angeles e Miami, invece, l’impatto su hotel, ristorazione, trasporti e turismo sarà molto più concreto.

La parte meno scintillante riguarda i costi. La Fifa sostiene spese operative per circa 4,2 miliardi di dollari. Le spese per sicurezza, viabilità, infrastrutture, trasporto pubblico e gestione urbana ricadono invece soprattutto sulle amministrazioni. Secondo le stime dei comitati organizzatori, il conto pubblico supera gli 11 miliardi di dollari.

Le città ospitanti puntano a recuperare attraverso turismo, occupazione temporanea, visibilità internazionale e indotto commerciale. Non sempre il saldo finale è semplice da misurare. I grandi eventi sportivi dividono spesso il giudizio: da una parte chi guarda a ricavi, presenze e promozione del territorio; dall’altra chi chiede quanto resti davvero dopo aver pagato sicurezza, mobilità e servizi.

Quando il Mondiale entrerà nel vivo, miliardi di spettatori vedranno in campo ventidue giocatori e un pallone. Fuori dal campo si muoverà una rete molto più ampia, fatta di televisioni, sponsor, fondi pubblici, compagnie aeree, piattaforme tecnologiche, hotel, governi e multinazionali dell’intrattenimento.

Il calcio continua ad essere centrale, ma il Mondiale 2026 assomiglia sempre di più a una piattaforma economica globale. Durerà poco più di un mese, ma muoverà cifre da capogiro.

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