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Mondiali 2026, Norvegia, altro che miracolo Haaland: ecco il modello calcistico che ha superato Italia e Brasile

La Norvegia ha eliminato il Brasile e raggiunto per la prima volta i quarti di un Mondiale. Ma dietro i gol di Haaland c’è un modello vincente

Mondiali 2026, Norvegia, altro che miracolo Haaland: ecco il modello calcistico che ha superato Italia e Brasile

La Norvegia torna al Mondiale dopo quasi trent’anni, manda l’Italia ai playoff ed elimina il Brasile agli ottavi. Dietro Haaland, Ødegaard e una generazione mai così forte c’è un modello costruito negli anni

Dalla Landslagsskolen ai Future Team, il sistema che ha creato la generazione d’oro norvegese

La Norvegia ha aspettato quasi trent’anni per tornare a un Mondiale. Lo ha fatto prima vincendo il girone di qualificazione davanti all’Italia, costringendo gli Azzurri ai playoff. Poi ha eliminato il Brasile agli ottavi, con un possesso palla superiore al 60% (contro il Brasile, ripetiamolo) e con un fenomeno come Erling Haaland a firmare la doppietta che ha portato i norvegesi ai quarti.

Se ce lo avessero detto anche solo cinque anni fa, forse non ci avremmo creduto. La Norvegia, un Paese di circa 5-6 milioni di abitanti che non ha certo nel calcio lo sport nazionale, capace di palleggiare senza paura in un ottavo di finale di una coppa del mondo in faccia al Brasile. La nazione che per antonomasia rappresenta il calcio, quello nella sua essenza, il Joga Bonito che tutti ammiriamo e amiamo.

Eppure nel calcio di oggi il lavoro e la programmazione (quei perfetti sconosciuti a noi italiani) danno frutti. Il Mondiale 2026 ne è la prova, con le cosiddette underdog che hanno brillato più delle nazionali più blasonate: da Capo Verde al Giappone, altra nazionale che ha costruito un metodo sportivo vincente, fino al Marocco, che prende i suoi talenti in giro per il mondo. E poi la punta dell’iceberg: la Norvegia. Haaland è “solamente” il prodotto più visibile del sistema. Il calcio norvegese ha iniziato a guardarsi allo specchio molto prima del Mondiale 2026, quando il movimento non produceva abbastanza giocatori di alto livello e i club faticavano a entrare e a restare stabilmente in Europa.

Il cambio di passo matura negli anni Dieci. La federazione norvegese lavora su cose concrete: allenatori più preparati, campi praticabili tutto l’anno, collegamenti più stretti tra i club, distretti e nazionali giovanili. In un Paese freddo, con distanze enormi e inverni che non perdonano, il talento non basta. Devi metterlo nelle condizioni di allenarsi spesso, con persone competenti, senza strapparlo prematuramente dal posto in cui è cresciuto.

In Norvegia esiste la Carta dei diritti dei bambini nello sport, adottata nel 2007 e aggiornata nel 2019. Fino all’anno in cui compiono 12 anni, i ragazzi devono giocare in un ambiente costruito su sicurezza, partecipazione, amicizia e piacere di praticare sport. Le regole limitano classifiche, risultati, viaggi e competizioni nazionali. La logica è semplice: a 9, 10 o 11 anni non devi trasformare ogni partita in un provino o in una competizione permanente, ma vivere lo sport per quella che dovrebbe essere la sua vera essenza: il divertimento.

Questa idea nel calcio diventa metodo nel 2015, con la nascita della Landslagsskolen, la “scuola della nazionale”. Non funziona come un centro in cui vengono radunati i migliori ragazzini del Paese. Funziona al contrario: i giocatori restano nei club locali, continuano ad allenarsi vicino a casa, con i propri amici, poi entrano in una rete federale che parte dai 12 anni e arriva fino alle nazionali giovanili. La Norvegia, infatti, è divisa in 18 distretti calcistici. La filiera si muove attraverso zone, rappresentative distrettuali, gruppi di vertice, talent camp e selezioni nazionali. Circa il 10% di ogni annata entra nel primo livello della Landslagsskolen. Non tutti faranno i professionisti, ma la federazione guarda molti più ragazzi, li segue per molto più tempo e dà agli allenatori criteri comuni di valutazione. Il talento non viene cercato solo nei club più ricchi o nelle città più grandi. Si cerca attraverso una rete capillare.

La Norvegia prova a non scambiare la pubertà per talento. Un ragazzino già sviluppato fisicamente, a 13 o 14 anni può sembrare molto più forte di tutti. Uno che matura più tardi può perdere duelli e contrasti. In molti sistemi viene scartato. La NFF ha creato i Future Team proprio per questi profili: ragazzi con potenziale, ma che maturano più lentamente. La federazione ha riconosciuto, giustamente, che tra coetanei possono esserci anche anni di differenza biologica. Per un Paese con poco più di cinque milioni di abitanti, buttare via un giocatore perché a 14 anni è meno strutturato significa ridurre ancora di più il bacino di talenti. I Future Team servono a mettere nelle gambe dei ragazzi partite, allenamenti e attenzione a chi rischierebbe di restare tagliato fuori nel momento sbagliato, solo perché il corpo non è maturato come quello degli altri.

Il modello regge anche perché la Norvegia ha investito sugli allenatori. Dal 2011 più di 17mila tecnici hanno completato il percorso grassroots norvegese. Dal 2017 quasi 2mila hanno ottenuto il diploma UEFA B. Non è un dettaglio: se vuoi allargare davvero il bacino, devi alzare il livello di chi lavora ogni giorno con i ragazzi. Poi ci sono i campi. Tra il 2016 e il 2025 ne sono stati costruiti 539 in sintetico e altri 586 sono stati rinnovati. Nel Nord Europa non è una scorciatoia né una scelta di comodo. È il modo per rendere il calcio praticabile tutto l’anno e aumentare l’abitudine a lavorare anche quando il clima non aiuta.

Il club che racconta meglio questa trasformazione è il Bodø Glimt. Una squadra di una città oltre il Circolo Polare Artico, lontana dai centri del calcio europeo, è diventata il laboratorio più riconoscibile della Norvegia. Con Kjetil Knutsen, arrivato in panchina nel 2018, ha vinto il primo campionato della sua storia nel 2020 e ha cominciato a costruire un’identità molto precisa. Il Bodø gioca con principi chiari: pressing, coraggio, transizioni, occupazione degli spazi e una componente mentale fortissima. Il contesto non viene evitato, ma viene gestito. Freddo, viaggi lunghi, campo sintetico, appartenenza locale: il club li ha trasformati in abitudine. Chi va a giocare a Bodø trova una squadra preparata e un ambiente che non assomiglia quasi a nessun altro in Europa. Chiedere all’Inter per farsi un’idea. Il Bodø Glimt ha vinto 3-1 in Norvegia e 2-1 a San Siro, chiudendo il playoff con un 5-2 complessivo ed eliminando i nerazzurri dalla Champions League. Ha buttato fuori una finalista della stagione precedente. Non è stata una serata fortunata, ma uno dei punti più alti del cammino europeo cresciuto negli ultimi anni, con vittorie contro squadre molto più ricche e abituate a palcoscenici più grandi.

Qui il confronto con l’Italia diventa inevitabile. La Norvegia ha meno abitanti, meno tradizione calcistica, anche meno pressione se vogliamo. Ha meno club storici, meno peso internazionale, meno abitudine a stare al centro della scena. Però ha costruito una catena più leggibile, dalla base al vertice. Il bambino resta nel suo club fino ai 12 anni, il distretto lo osserva, la federazione lo accompagna, gli allenatori usano criteri comuni, i campi sono all’avanguardia, i club migliori completano il lavoro. L’Italia, nello stesso periodo, si è persa in discussioni senza seguito pratico sui vivai, le seconde squadre, gli stadi, il minutaggio degli italiani, riforme dei campionati e centri federali. Molti discorsi sono rimasti a metà. La Norvegia ha scelto poche priorità e le ha portate avanti per anni. Senza miracoli immediati.

Haaland e Martin Ødegaard sono “solo” i nomi più riconoscibili di questo percorso. Antonio Nusa, Oscar Bobb, Sander Berge, Patrick Berg e gli altri non sono comparse, ma la prova che dietro ai due fenomeni c’è una profondità di talenti. Il calcio norvegese non si è presentato al mondo con una generazione nata per caso. Ha iniziato a produrre con continuità e soprattutto ha saputo attendere il momento giusto.

La vittoria contro il Brasile è una pagina di storia enorme. Battere la Seleção in un Mondiale non è mai banale. La Norvegia, però, ci è arrivata con qualcosa in più di una notte perfetta. Ha mandato l’Italia ai playoff, ha portato la nazionale per la prima volta nella sua storia ai quarti di un campionato del mondo e ha visto un suo club eliminare l’Inter in Champions League. Tre risultati diversi, con la stessa radice: il calcio norvegese ha cominciato a raccogliere i frutti di un percorso serio, serissimo.

Adesso resta da vedere dove potrà arrivare la squadra di Solbakken in questo Mondiale.

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