Dalle app alla PEC, gli italiani affollano i servizi online ma chiedono regole più chiare e maggiore sicurezza
Gli italiani usano molto i servizi online, ma chiedono più chiarezza. Il 52% ritiene che i servizi digitali siano poco o per nulla trasparenti su aspetti importanti quali l’uso dei dati personali, il funzionamento delle piattaforme e i costi.
È quanto è emerso da una ricerca Ipsos Doxa condotta a giugno 2026 su 1.000 persone tra i 18 e i 75 anni, commissionata dall’Osservatorio LetteraSenzaBusta.com, per indagare il rapporto tra gli italiani e le tecnologie digitali.
Un rapporto che, per alcuni, sembra essere diventato più conflittuale. Il 40% degli intervistati, infatti, ritiene che negli ultimi anni sia diventato progressivamente più difficile comprendere quali siano i propri diritti nell’uso dei servizi digitali, perché le condizioni stabilite dai fornitori sono sempre più complesse e opache. E il 28% ritiene che anche le minacce online siano aumentate e si sente meno sicuro rispetto a 5 anni fa.
Anche se non mancano gli ottimisti (un italiano su cinque, il 21%, pensa che ci sia più informazione e trasparenza, mentre il 31% dichiara di aver imparato a muoversi meglio online e si sente più sicuro rispetto a 5 anni fa), il bisogno di chiarezza resta evidente.
Il 24% degli intervistati indica la trasparenza come la qualità più importante che un servizio digitale dovrebbe garantire. Solo la sicurezza dei dati raccoglie un consenso maggiore (35%). Seguono a distanza l’affidabilità (18%), la semplicità d’uso (15%) e il prezzo (8%). Un segnale di come chiarezza e sicurezza siano oggi tra le principali aspettative degli utenti.
È interessante notare però, che gli italiani non si fanno scoraggiare da questo progressivo aumento della complessità. Secondo i dati dell’Osservatorio e di Ipsos Doxa, il 46% dei cittadini usa regolarmente dai 5 ai 10 servizi digitali (cloud, banking, e-mail, AI, ecc.) e il 9% ne usa addirittura più di 20. Gli utilizzatori più entusiasti sono gli adulti di età compresa tra i 31 e i 45 anni di età, in cui la percentuale di chi utilizza regolarmente oltre 20 servizi cresce fino all’11%.
Questa ampia adozione riguarda però soprattutto i servizi utilizzati quotidianamente al lavoro o per motivi personali, come l’email, il cloud, le piattaforme e-commerce, ecc. Quando si tratta invece di servizi più specifici, come la PEC o la firma digitale, i numeri si restringono.
Il 62% degli italiani, ad esempio, non ha un indirizzo di posta elettronica certificata (PEC) personale e solo un italiano su 10 (10%) utilizza regolarmente la firma digitale. Solo il 5% utilizza un sistema di conservazione digitale a norma, mentre il 40% continua a conservare i documenti in faldoni cartacei.
«Le grandi piattaforme hanno risorse e canali per far conoscere i propri servizi a un pubblico vastissimo e a più segmenti di mercato contemporaneamente. Chi offre servizi come la PEC, la firma digitale o la data certa, invece, si è prevalentemente concentrato finora sul segmento delle imprese e dei professionisti e quindi ha usato spesso un linguaggio tecnico, non sempre accessibile per chi non è addetto ai lavori», osserva Mirko Pinato, CEO di LetteraSenzaBusta.com.
«Il paradosso è che in questo modo, proprio gli strumenti che servono a dare maggiori certezze alle persone nelle loro attività online, verificando chi ha firmato un documento, se esisteva a una certa data, o se una comunicazione è stata consegnata, restano poco conosciuti nell’uso quotidiano. Non possiamo attribuirne la responsabilità ai cittadini. Spetta a noi spiegare meglio quando possono essere utili, ma anche rendere più comprensibile il loro funzionamento, le garanzie che offrono e i costi. La fiducia si costruisce mettendo le persone nelle condizioni di capire e scegliere».
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