Il caso Lavitola – ironia della sorte – finisce per rovesciare la telecamera sul conduttore di Report. Il critico televisivo Aldo Grasso mette nel mirino non responsabilità penali, che non risultano contestate a Ranucci, ma il patrimonio più fragile di un giornalista: la credibilità. E quando l’investigatore diventa parte della storia, il sottopancia “esclusivo” non basta più.
C’è una sottile perfidia nel destino televisivo di questo peraltro seguitissimo programma: trascorri anni a entrare nelle zone grigie degli altri e un giorno scopri che la telecamera ha fatto mezzo giro ed è puntata su di te. È questo, in estrema sintesi, il cortocircuito evocato da Aldo Grasso sul caso Sigfrido Ranucci-Valter Lavitola. Una premessa che si rende indispensabile: non risultano elementi secondo cui Ranucci fosse a conoscenza del progetto dell’attentato dell’ottobre 2025. Lavitola ha ammesso di averlo organizzato, sostenendo di aver agito per favorire un rafforzamento della protezione dell’amico; una versione sulla quale continua il lavoro degli inquirenti.
Quando “fidatevi di me” diventa una domanda
Il problema sollevato da Grasso è un altro e riguarda il mestiere. Ranucci ha costruito negli anni un rapporto con il pubblico fondato sulla fiducia: fonti riservate, carte, retroscena, telecamere nascoste, ricostruzioni che conducono lo spettatore dentro stanze dove normalmente non è invitato. Poi salta fuori la frequentazione con Lavitola. E qui il copione zoppica vistosamente.
Non perché avere una fonte scomoda sia una colpa – altrimenti metà del giornalismo d’inchiesta dovrebbe intervistare soltanto boy scout – ma perché tra utilizzare una fonte e instaurare un rapporto personale esiste una zona che merita spiegazioni. Ranucci stesso aveva già parlato pubblicamente dell’amicizia con Lavitola, non nascondendola.
Report fa Report su se stesso
È questo il paradosso gustoso, se la materia non fosse tremendamenteseria: il programma che ha fatto dell’opacità altrui il proprio carburante ora si trova a fare i conti con un’opacità percepita attorno al suo volto simbolo. Grasso, che per indole e stile non le manda mai a dire, affonda soprattutto qui: quando il giornalista diventa personaggio, il rischio è che l’inchiesta smetta di essere protagonista e cominci a fare da scenografia. La televisione, del resto, possiede questa modesta virtù: dopo qualche anno convince quasi tutti che il programma coincida con chi lo conduce. La critica di Grasso investe proprio la forte personalizzazione di Report attorno a Ranucci.
E la credibilità ha una caratteristica antipatica: non serve una condanna per incrinarla. Basta che il pubblico cominci a domandarsi chi stia controllando chi…

