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Liste d’attesa nella sanità: cause, responsabilità e possibili soluzioni di un’emergenza ancora irrisolta

Dalla carenza di personale alle differenze regionali, fino al ruolo del pubblico e del privato: cause e possibili soluzioni di un problema strutturale della sanità italiana

Liste d’attesa nella sanità: cause, responsabilità e possibili soluzioni di un’emergenza ancora irrisolta
Prof. Dino Bramanti

Liste d’attesa in sanità. Radiografia di un malessere. Quali rimedi? Quali le cause? Chiarezza nell’interesse di malati, famiglie e decisori politici

Le liste d’attesa sono uno dei temi più complessi della sanità italiana perché non esiste un’unica causa né un unico responsabile. Nel dibattito pubblico circolano affermazioni vere, altre parzialmente vere e altre decisamente fuorvianti. Un’analisi equilibrata dovrebbe distinguere i diversi livelli del problema.

In molte aree del Paese, i tempi di attesa per visite specialistiche, esami diagnostici e alcuni interventi chirurgici ambulatoriali superano spesso quelli previsti dalle classi di priorità. Le prestazioni più critiche riguardano generalmente, visite cardiologiche, visite oculistiche, visite dermatologiche, risonanze magnetiche, TAC, ecografie – doppler, interventi ortopedici programmati, così come altre esigenze di relativa difficoltà ma che implicano organizzazione.

La pandemia di COVID-19 ha aggravato una situazione già critica, causando il rinvio di milioni di prestazioni, a tempi medi e lunghi. Mal graditi e non compatibili con le reali esigenze di salute. Non tutte le Regioni funzionano allo stesso modo. Questa “distanza” prestazionale è anche un annoso problema che ci siamo trascinati da anni.

Alcune riescono a rispettare buona parte dei tempi previsti, mentre altre registrano ritardi molto maggiori, a volte incomprensibili e inaccettabili. Le differenze dipendono da organizzazione sanitaria, disponibilità di personale, finanziamenti, gestione delle agende, domanda di prestazioni. Il personale sanitario, è uno degli aspetti più condizionanti. Senza operatori nessuna prestazione è realizzabile!

Negli ultimi anni si sono verificati numerosi pensionamenti, difficoltà nel reclutare medici specialisti, carenza di infermieri, fuga di professionisti verso il settore privato o verso l’estero, aumento del burnout del personale. Un cittadino di 70/80 anni utilizza il Servizio sanitario molto più di uno di 30. L’invecchiamento della popolazione determina più visite, più controlli, più esami, più patologie croniche.

La domanda sanitaria cresce più velocemente della capacità di risposta, questo è un dato certo! Ma è sempre “colpa” dei medici? Il medico che visita in ambulatorio ha spesso già l’agenda piena per mesi, agenda che il più delle volte non gestisce personalmente, salvo eccezioni.

Il problema riguarda soprattutto programmazione, organizzazione, presenza di personale, posti disponibili, finanziamenti. Criticità, non equivale a responsabilità dei singoli professionisti. Vi è una via di mezzo che andrebbe approfondita e ben classificata, senza preconcetti o condanne senza appello. La sanità privata che ruolo svolge in questo contesto?

Molti professionisti lavorano sia nel pubblico sia nel privato. Il cittadino che può permetterselo spesso sceglie la visita privata per evitare mesi di attesa. Equivale a dimostrare che esiste un sistema “a doppia velocità”? Possibile che rappresenti un comportamento scorretto, ma ciò non vuol dire si tratta solo o prevalentemente di soldi.

Un aumento dedicato risolverebbe queste lacune? Anche questa ripetuta convinzione è parziale e meritevole di conoscenze e verifiche. Più risorse economiche sono certamente importanti, ma da sole non bastano. Occorre integrare l’aspetto economico, assumendo personale qualificato, formandolo adeguatamente e nei tempi giusti, da immettere e perfezionare. I nuovi assunti dovrebbero essere assegnati a colleghi più esperti, rendere attrattivo e interattivo il lavoro nel SSN, migliorare la gestione delle prenotazioni, ridurre gli sprechi.

Un finanziamento maggiore senza una riorganizzazione rischia di produrre benefici limitati. Ma siamo certi che tutti gli esami prescritti siano necessari? Anche questa affermazione non è esente da dubbi e meriterebbe una riflessione. Numerosi studi mostrano che una quota di visite ed esami è inappropriata.

Le cause sono molteplici, medicina difensiva, richieste insistenti dei pazienti, prescrizioni non sempre motivate, controlli ripetuti inutilmente. Ridurre le prestazioni inappropriate libererebbe risorse per chi ne ha realmente bisogno. Non si vuole accusare la classe medica, al contrario, la si vuole supportare, facendo prevalere le giuste motivazioni, dove prevale la competenza, la responsabilità ed i reali bisogni di tutti gli aventi diritto. La sanità privata? Qui il dibattito è spesso estremizzato ed ideologico. È qui il nemico da abbattere?

La sanità privata accreditata lavora per conto del Servizio sanitario nazionale. Il cittadino paga il ticket (o nulla) e la prestazione è finanziata dal sistema pubblico. Può contribuire a ridurre le liste d’attesa se vengono acquistate più prestazioni. Senza difesa o accusa, questo settore rappresenta una realtà che offre ma che va usato con competenza e rigore. Quindi è un servizio pubblico – privato. Altro aspetto riguarda la sanità privata a pagamento. Il cittadino paga interamente. Offre generalmente tempi molto più brevi. Non è la causa delle liste d’attesa, ma rappresenta una risposta alla domanda insoddisfatta e inderogabile.

Quindi una necessità che viene in aiuto in tempi più rapidi, ma con spese che non possono essere sostenute dal ceto medio, escluso da questo percorso per evidenti limitazioni. L’attività libero- professionale intramoenia cosa rappresenta per l’opinione pubblica? I medici del SSN possono svolgere attività privata regolamentata. Quindi qualche maldicente può pensare ad un espediente costruito ad arte, a scopo di lucro? O si tratta di un’ulteriore valvola di sfogo, che può andare incontro a necessità con tariffe controllate e abbordabili?

Il tema è molto discusso perché sospettato di creare disparità, mentre altri sottolineano che è rigidamente disciplinato e che vietarlo non risolverebbe automaticamente il problema delle liste. Quindi ritorniamo nella difficoltà a comprendere. Serve o no? Chi lo può fare? A quali costi? Con quali discrezionalità? Controllate da chi?

Di chi è la responsabilità? La risposta più corretta è la responsabilità condivisa. Il Governo, ha il compito di definire il finanziamento del SSN, programmare il fabbisogno di medici e infermieri, fissare gli indirizzi nazionali. Le Regioni, gestiscono concretamente la sanità. Sono responsabili di organizzazione delle aziende sanitarie, assunzioni, acquisto di prestazioni, gestione delle liste d’attesa. Molte differenze regionali dipendono proprio dalle scelte organizzative.

Chi controlla l’operato delle realtà regionali? Dove e come confluiscono le ingenti somme nel settore socio – sanitario? Che ruolo gioca la politica territoriale? Chi è il responsabile diretto di inefficienze, di mancati investimenti e realizzazioni. Ed i residui? Le somme non spese? Chi paga per questo? Solo i cittadini.

Alle Aziende sanitarie spetta di organizzare le agende, ottimizzare gli orari, utilizzare pienamente le apparecchiature, monitorare le priorità. Esistono ancora molti margini di miglioramento nella gestione operativa. Come funziona questa macchina che sente il peso di importanti risposte? Anche i cittadini hanno un ruolo, seppur limitato. Ad esempio, non sempre disdicono le visite prenotate e poi non utilizzate; talvolta richiedono prestazioni non necessarie; possono rivolgersi direttamente al pronto soccorso per problemi non urgenti. Questi comportamenti incidono sull’efficienza complessiva. Ricorrono ai privati indipendentemente dal parere del medico curante. Cosa ci dobbiamo attendere dai decisori politici per cambiare questa incerta fase di bisogno presunto o reale?

Non esiste una soluzione unica. Gli esperti indicano un insieme di interventi complementari, aumentare il personale sanitario, soprattutto medici specialisti e infermieri; programmare meglio il fabbisogno di professionisti per evitare future carenze; potenziare la medicina territoriale, riducendo il ricorso improprio agli ospedali. Utilizzare pienamente le strutture e le apparecchiature diagnostiche, anche estendendo gli orari dove sostenibile; migliorare i sistemi di prenotazione, con liste uniche e maggiore trasparenza sui tempi; ridurre le prescrizioni inappropriate attraverso linee guida e formazione. Favorire la disdetta delle prenotazioni non utilizzate, anche con promemoria automatici e, dove previsto, sanzioni per le mancate disdette; ricorrere, quando necessario e in modo programmato, alle strutture private accreditate per assorbire parte della domanda.

Le liste d’attesa non sono il risultato di un singolo errore o di un unico attore, ma l’effetto di fattori che si sono accumulati nel tempo: invecchiamento della popolazione, aumento della domanda di cure, carenza di personale, difficoltà di programmazione, differenze organizzative tra Regioni e limiti nelle risorse disponibili.

Attribuire tutta la responsabilità al Governo, alle Regioni, ai medici o alla sanità privata semplifica eccessivamente un problema strutturale. Allo stesso tempo, la persistenza di attese molto lunghe può compromettere il diritto dei cittadini a ricevere cure tempestive.

Rendendo necessario un insieme coordinato di interventi organizzativi, gestionali e di investimento per migliorare l’accesso alle prestazioni, che ancora attendono il passaggio dall’analisi all’applicazione. È questo il vero problema? Come funziona questa macchina organizzativa. Ancora oggi di fronte a così complesse esigenze? Risposte chiare, modelli nuovi, controlli puntuali, sanzioni se è il caso inevitabili ed esemplari