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Arresti di giornalisti in Turchia, Erdogan risponde all’Ue: “Pensi agli affari suoi”

Erdogan ha invitato l’Unione europea, che aveva protestato per la retata nel mondo dei media, a “pensare agli affari propri”

Tra rigidissime misure di sicurezza, la polizia turca continua gli interrogatori di 24 delle 27 persone arrestate in 13 città nell’ambito di un’operazione che ha preso di mira i media ostili al presidente Recep Tayyp Erdogan. Secondo l’agenzia Anadolu, tre persone sono state rilasciate dopo essere state interrogate nella notte.

Intanto Erdogan ha invitato l’Unione europea, che aveva protestato per la retata nel mondo dei media, a “pensare agli affari propri”. Bruxelles, ha avvertito, “non interferisca con le misure intraprese e con lo stato di diritto contro elementi che minacciano la nostra sicurezza”.

I rapporti tra Europa e Turchia vanno così deteriorandosi nonostante il Paese abbia più volte chiesto di entrare nell’Unione europea. I primi accordi risalgono al 1963, ma nel 2005 l’adesione formale di Ankara è stata rimandata per la contrarietà di alcuni Paesi, Cipro in testa. Così in Turchia, allontanata da Bruxelles, il sentimento europeista è andato scemando.

A guadagnarci è stata la Russia che ha avviato una serie di rapporti, prima di tutti commerciali, con Ankara. Putin ha incontrato il premier una decina di giorni fa e i due hanno stretto accordi che vanno dalla fornitura di gas (dalla Russia) ai prodotti agricoli (dalla Turchia).

Erdogan sta aumentando la presa sul Paese andando verso un regime semi-autoritario che per molti versi rispecchia quello instaurato da Vladimir Putin in Russia. La Turchia, un ponte tra Europa e Medio Oriente, sa di poter giocare un ruolo di primo piano nella risoluzione di conflitti come quello siriano e si sta ponendo sempre di più come il player regionale.

LE PROTESTE – Davanti alla sede della Direzione generale di sicurezza di Ankara, dove si svolgono gli interrogatori, un migliaio di persone hanno inscenato una protesta per chiedere la liberazione dei detenuti. Il bersaglio dell’operazione sono il quotidiano più letto del Paese, Zaman, e una serie di altre testate e personaggi dell’impero mediatico Samanyolu, vicino a Fethullah Gulen, il predicatore autoesiliatosi negli Stati Uniti nel 1999, che dopo esserne stato alleato ha lanciato una campagna contro Erdogan, al potere dal 2002. Gli arrestati sono accusati di coinvolgimento in una organizzazione terroristica.

Fikret Duran, avvocato di Hayrettin Karaca, presidente dell’impero mediatico finito nel mirino della magistratura, ha spiegato che gli interrogatori vertono in particolare sulle serie tv del colosso. Gli arrestati sono alti funzionari di mezzi di informazione, direttori e produttori di popolari serie tv, ma c’è anche qualche poliziotto secondo gli investigatori accomodante nei confronti di Gulen, la cui rete è accusata dal Partito Giustizia e Sviluppo (Akp) di Erdogan di costituire uno “Stato parallelo. Alcuni sono accusati di frode e calunnia.