‘Tsipras sta tirando troppo la corda’. È questo il commento che si sente più spesso a Bruxelles. Il premier greco ha inviato una lettera all’Eurogruppo chiedendo altri sei mesi di tempo, una proroga del programma di aiuti, ma senza impegni precisi di riforme. Per Berlino si tratta dolo di un prestito ponte che non risolve i problemi del Paese. Domani si riunirà ancora l’Eurogruppo ma sembra che nessun Paese andrà in soccorso di Atene.
Non certo la Germania o gli altri Paesi nordici che fanno del rigore una regola aurea da applicare ad ogni situazione. Ne tantomeno l’Italia e la Francia, esposte con Atene per miliardi e che sono sotto stretta osservazione per i loro squilibri macroeconomici.
Ma gli avversari più intransigenti sono Irlanda, Spagna e Portogallo, quei paesi cioè che sono stati salvati dalla Troika e che sono riusciti a saldare i loro debiti varando riforme lacrime e sangue. L’Irlanda ha ricevuto 67 miliardi di euro e ha portato a termine un profondo piano di riforme che ha avuto effetti sociali devastanti, ma che ha permesso al Paese di tornare a crescere.
Il Portogallo è uscito a maggio dell’anno scorso dal programma della Troika dopo aver restituito 78 miliardi di euro. Lisbona ha pagato un prezzo altissimo: ha privatizzato ogni società pubblica, ha tagliato salari e pensioni, ridotto i fondi per la sanità e ha visto migliaia di persone emigrare in Angola.
La Spagna sta pagando le conseguenze del prestito da 41 miliardi di euro con un tasso di disoccupazione alle stelle. Il premier Rajoy non ne vuole sapere di fare concessioni alla Grecia, a meno di vedere Podemos schizzare nei sondaggi. Se i greci possono avere sconti, perché noi abbiamo dovuto ingoiare la medicina fino in fondo? È il ragionamento che fanno irlandesi, spagnoli e portoghesi.
Ma ad essere contro le richieste greche sono anche i nuovi europei. Tsipras ha detto di voler ridurre i tagli per alzare il salario minimo a 750 euro. Ma Vilnius, Riga e Tallin alzano un muro: nei paesi baltici i salari minimi si aggirano intorno ai 300 euro al mese. Così come in Polonia e Croazia (370 euro), Romania (157 euro) o Ungheria (341 euro).

