Le opposizioni danesi hanno vinto le elezioni politiche. Il centrodestra di Lars Lokke Rasmussen e del Partito del popolo si è conquistato il primo posto, ha riferito il canale radiofonico di Stato. Suoi sono 90 seggi nel parlamento mentre 85 sono andati al centrosinistra del primo ministro uscente Helle Thorning-Schmidt.
Helle Thorning-Schmidt ha ammesso la sconfitta e affermato che si dimetterà dalla guida del partito socialdemocratico. In realtà la formazione di un governo risulta complicata. All’interno della coalizione di Rasmussen, infatti, i rapporti di forza sembrano giocare a favore del Partito del popolo oltre il 21% dei voti), con forti venature xenofobe, che per mantenere la propria identità maturata nell’antipolitica potrebbe non entrare nel governo ma fare come tra il 2001 e il 2011, quando sostenne il governo dall’esterno. “Non abbiamo paura di far parte del governo se ciò ci consentirà di esercitare grande influenza politica”, ha spiegato il capo Kristian Thulesen Dahl, ma” non è sicuro che ci faranno determinate concessioni”.
Il successo del Partito del popolo non è certo il primo caso di destra estrema che miete consensi nei paesi del Nord, interessati da una vera e propria ondata di euroscetticismo. In Norvegia il Partito del progresso di Siv Jensen ha preso il 16,3% alle elezioni di due anni fa. Nel 2014 in Svezia i Democratici svedesi di Jimmie Akesson ha preso il 12,9%. Solo un mese fa grande successo per il Partito finlandese di Timo Soini (17,6%), entrato nella squadra di governo.
Il successo della destra danese rappresenta un successo anche per David Cameron. La coalizione di destra, con in testa il Partito del popolo di Dahl, aveva infatti ripetuto più volte durante la campagna elettorale che in caso di successo avrebbe fatto di tutto per sostenere gli sforzi del governo britannico per riformare l’Unione Europea. Copenaghen, dunque, potrebbe ora dare una grossa mano a Cameron, che ha promesso di indire un referendum sull’adesione all’Ue della Gran Bretagna entro il 2017 e ha proposto una modifica del trattato per limitare l’influenza di Bruxelles sui governi nazionali in settori come l’economia, il commercio e l’immigrazione.

