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Fondo strategico Ue, Katainen ad Affari: “Gli Stati non sceglieranno i progetti”

Fondo strategico Ue, Katainen ad Affari: “Gli Stati non sceglieranno i progetti”
katainen
Il vicepresidente della Commissione, contattato da Affaritaliani.it, chiarisce che “gli Stati non potranno scegliere i progetti da finanziare con l’Efsi”. Così però si rischia che nessuno ci metta i soldi. L’analisi dei possibili scenari

Tommaso Cinquemani
@Tommaso5mani

Niente da fare, gli Stati che contribuiranno al Fondo europeo per gli investimenti strategici (Efsi) non avranno alcuna voce in capitolo nella scelta dei progetti da finanziare. A spiegarlo ad Affaritaliani.it è lo stesso Jyrki Katainen, vicepresidente della Commissione europea e commissario alla Crescita. “Gli stati non potranno scegliere i progetti. Questo fondo agisce come la Banca europea degli investimenti. Quindi c’è un board indipendente, formato da tecnici super partes, che analizza e decide come utilizzare i fondi”.

Le parole del Commissario non spazzano via alcuni dubbi. Il più grande dei quali riguarda il reale appeal per gli Stati membri di contribuire all’Efsi. Ci si trova davanti al paradosso che uno paese come l’Italia, pesantemente indebitato, potrebbe vedere i soldi affidati all’Efsi finire in Danimarca o in Inghilterra. Ma anche il contrario, fondi tedeschi finanziare la Salerno-Reggio Calabria. Certo, dicono da Bruxelles, senza la possibilità per gli Stati di indirizzare i fondi si crea un principio di mutualità all’interno dell’Unione. E’ però altrettanto vero che è improbabile che la Germania, che è in pareggio di bilancio, si indebiti senza avere la sicurezza del ritorno economico.

C’è però chi dà una chiave di lettura diversa. Le linee guida rese note martedì dalla Commissione specificano che esistono due organi alla guida dell’Efsi. Il primo è il Consiglio direttivo, formato dai soggetti che investono nel Fondo (quindi per ora Bei e Commissione Ue, ma più avanti gli Stati stessi). Il secondo è il Comitato degli investimenti, formato da tecnici. Ora, dalla documentazione sembra che il primo debba fornire delle linee guida al secondo, che dovrà rispondere in qualche modo delle scelte fatte.

Ecco quindi che gli stati contribuenti potranno indicare dei principi per indirizzare gli investimenti. Basterebbe quindi che il Consiglio definisse come prioritario finanziare i progetti nei Paesi con un più elevato gap di competitività, per aiutare Grecia, Spagna, Italia e Francia. C’è poi un punto da non scordare, i fondi messi a disposizione dagli Stati saranno scorporati dal calcolo del deficit, quindi Paesi alla soglia del 3% troveranno vantaggioso investire tramite l’Efsi, invece che in maniera diretta.

Fin qui però si sono fatti i conti senza l’oste. Già, perché i soldi che gli Stati investiranno serviranno solo come garanzia ai capitali privati. La famosa leva di uno a quindici di cui parlava Juncker. Katainen sta girando le capitali europee per convincere Stati ed investitori privati ad aprire la borsa, ma non solo: “Ci sono alcuni Paesi non europei e fondi internazionali che hanno espresso interesse verso l’Efsi e verso progetti legati alle infrastrutture in Europa”, ha spiegato ad Affaritaliani.it lo stesso Katainen. “Dobbiamo tenere le porte aperte a tutti quelli che vogliono investire perché l’Europa ha bisogno di tutto l’aiuto possibile”. Ed è indubbio che i privati metteranno mano al portafogli solo se saranno certi che i progetti che vanno a finanziare saranno redditizi.

Katainen però ci tiene a sottolineare una cosa: “In molti casi i problemi degli Stati sono di natura strutturale. Servono quindi riforme profonde, senza interventi da parte dei governi nazionali anche gli effetti del Fondo saranno minori”. Ora la palla passa al Parlamento europeo e al Consiglio che dovranno approvare o emendare la proposta della Commissione entro, si spera, l’estate.