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Gli euroscettici hanno aiutato l’Europa. “Uno sprone alla solidarietà tra Stati”

“La forza con cui gli euroscettici si sono imposti alle elezioni europee di maggio ci impone una riflessione: vogliamo una Europa più unita o tornare agli Stati nazionali?”. Il bilancio di un anno di Unione nell’intervista di Affaritaliani.it a Lucio Battistotti, direttore della rappresentanza in Italia della Commissione europea

Di Tommaso Cinquemani
@Tommaso5mani

Direttore Battistotti, il 2014 è agli sgoccioli, che bilancio può fare di questi dodici mesi?
“Il 2014 è stato un anno fondamentale per l’Europa perché per la prima volta i cittadini hanno scelto il presidente della Commissione europea attraverso le elezioni europee di maggio”.

Perché questo passaggio è così importante?
“Perché in una Europa accusata di essere distante dai cittadini per la prima volta sono stati i cittadini stessi a decidere chi doveva guidare l’Unione. Juncker è il primo presidente politico della Commissione”.

Sarà un presidente diverso?
“Siamo agli inizi, la Commissione si è insediata a inizio novembre. Ma Juncker ha già sottolineato di voler intervenire per risolvere i problemi concreti delle persone. Lo ha detto chiaramente: i cittadini si aspettano che Bruxelles affronti le grandi sfide economiche e vogliono che l’Ue interferisca meno nelle questioni in cui gli Stati membri possono agire meglio”.

In passato c’è stato uno approccio troppo burocratico?
“Si è teso a intervenire in settori dove non era necessario. Secondo me ad esempio è stato un errore molto forte imporre le confezioni monouso di olio d’oliva sui tavoli dei ristorati. Con decisioni come queste si va al di là della giusta misura. Bisogna condividere in Europa le grandi scelte, non le minuzie”.

Questo è un periodo in cui in tutti i Paesi tirano la cinghia, anche in Europa state facendo spending review?
“I dipendenti delle Istituzioni comunitarie sono 46mila, meno dei dipendenti del comune di Roma. L’Ue non è il Grande fratello che domina l’Europa. Le spese per il personale pesano per il 6% sul bilancio Ue, mentre gli altri fondi sono destinati ai programmi per la crescita. Ma nonostante questo sì, stiamo tagliando anche noi i costi”.

La crisi economica e le politiche di austerity sono state il tema centrale della scorsa campagna elettorale. In questo 2014 dall’Ue sono arrivate delle risposte concrete?
“Gli Stati Uniti hanno esportato la crisi, ma ne sono già usciti grazie ad un grande piano di investimenti. Noi, che l’abbiamo importata, siamo ancora in difficoltà. Abbiamo preso dei provvedimenti, come il piano Juncker, ma il problema è più profondo, bisogna ripensare l’intera Unione”.

Qual è il problema che affligge l’economia europea?
“Non è solo uno, sono tanti. C’è un problema di competitività dell’Europa nel suo complesso e di  alcuni stati nei confronti degli altri, influenzati sia dal sistema paese sia dal fardello del debito. La Germania si è avvicinata alla nascita dell’euro avendo messo le carte in regole e ha approfittato appieno di quello che l’euro ha offerto alla sua nascita, come i tassi bassissimi di interesse”.

Quest’anno l’euro è stato in pericolo?
“L’euro vive un momento cruciale. Abbiamo fatto la moneta unica in un periodo di vacche grasse, senza guardare ai problemi che aveva in sé. Poi i nodi sono venuti al pettine con la crisi economica”.

In questo 2014 ha prevalso la solidarietà tra gli Stati o l’egoismo?
“Non so cosa sia stato più forte, quel che è certo è che la crisi ha fatto emergere gli egoismi e i pregiudizi. Dopo la seconda guerra mondiale era facile essere europeisti. La crisi ha fatto sì che ognuno si chiudesse in se stesso, probabilmente perché non siamo ancora riusciti a fare il passo finale, mettere in comune la governance economica”.

Lei ha citato il piano Juncker, la grande novità di quest’anno. Pensa che funzionerà?
“Il Fondo strategico è stato accusato da molti di essere una scatola vuota. Ma è ormai certo che i contributi degli Stati nazionali saranno scomputati dal calcolo del fatidico 3% di deficit. Allora in Europa  ci saranno nuovi investimenti e si creerà un nuovo clima favorevole all’impresa”.

Uno dei temi centrali di quest’anno è stata la lotta all’immigrazione clandestina, qual è il suo bilancio?
“Il programma Triton ci ha fatto fare un passo avanti. Per la prima volta si è riconosciuta l’immigrazione come un problema europeo. Ora bisogna che l’Europa si dia una politica comune e una visione di ciò che sarà nel 2030”.

Prima delle elezioni di maggio in molti temevano l’avanzata dei movimenti populisti. Secondo lei si è fermata?
“Questi movimenti sono ancora più forti. E la loro crescita è una preoccupazione condivisa in tutti gli Stati membri. L’affermazione in Francia di Marine Le Pen o di Farage in Inghilterra preoccupano. Ma anche la Germania non è immune a queste derive”.

Ci sono delle proposte accettabili che vengono da questi partiti?
“Queste forze fungono da stimolo e ci pongono davanti agli occhi una domanda cruciale: vogliamo andare verso una maggiore integrazione oppure tornare agli Stati nazionali? Che Europa vogliamo e per fare cosa? Da qui alle prossime elezioni nel 2019 dovremo tutti trovare una risposta”.