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L’Europa al bivio: crescita o disgregazione

L’Europa al bivio: crescita o disgregazione
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Il semestre di presidenza italiano ha avuto il merito di aver messo in agenda il tema della crescita. Ma l’Europa rischia di disgregarsi se gli Stati non faranno passi decisi verso un rilancio dell’economia e delle coesione politica. L’analisi

La fine del 2014, in cui si è chiuso il semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell’Ue, e l’avvio del nuovo anno sono purtroppo nel segno (negativo) della continuità rispetto agli anni scorsi, con l’aggravante però dei nuovi rischi legati agli attacchi terroristici francesi. Una continuità legata all’instabilità dei mercati finanziari, alle previsioni di una bassa crescita economica, di una disoccupazione che continua a mordere in molti paesi, di spinte xenofobe, populiste ed euroscettiche che i drammatici eventi di Parigi rischiano di rendere ancora più forti.

Di fronte a queste sfide tracciare degli scenari per il 2015 rappresenta un compito al contempo semplice e arduo. Semplice perché tutto sembra appunto accadere nel segno della continuità, ma anche arduo perché proprio la continuità nel tempo rende sempre più problematica la sostenibilità politico-sociale delle dinamiche in atto.
Fatta questa premessa, si possono individuare due diversi scenari.

L’Ue al giro di boa: Il semestre di Presidenza italiana, pur con tutte le limitazioni evidenziate in questo Dossier (il poco tempo a disposizione e il delicato momento di ricambio istituzionale), ha avuto il merito di mettere al centro del dibattito la questione della crescita. Le previsioni per il 2015 indicano ancora bassa crescita per l’Eurozona (l’1,1%, e lo 0,6% per l’Italia) e alti livelli di disoccupazione (11% nell’Eurozona, 13% in Italia). L’anno si è aperto inoltre con il tonfo delle borse europee causato dai continui rischi per la tenuta della Grecia, oltre che da dinamiche internazionali legate alla volatilità del prezzo del petrolio e alle ripercussioni dei conflitti alle porte dell’Europa (cui nel frattempo si sono sommate le tensioni al suo interno).

Eppure in questi ultimi anni di crisi molto è stato fatto per rafforzare la governance della zona Euro (dal controllo dei rischi macroeconomici all’avvio dell’unione bancaria) e, anche grazie all’Italia, una nuova strategia di rilancio della crescita è stata approntata. Dunque non più e non solo rigore di bilancio, ma anche crescita. Il piano di investimenti Juncker riconosce che nell’Ue mancano circa 300 miliardi di investimenti all’anno rispetto al trend pre-crisi. Difficile tornare a una crescita sostenibile nel medio-lungo periodo se questo gap non verrà colmato. Gli oltre 300 miliardi – ma in tre anni – promessi da Juncker potranno aiutare soprattutto se saranno in grado di aggregare significativi investimenti privati, introdurranno elementi di solidarietà tra i vari Stati e saranno attivati con tempestività. Ma evidentemente non saranno sufficienti.

La vera sfida è quella di attivare anche investimenti nazionali, ma per far questo bisognerà mettere mano alle norme che regolano l’Eurozona. Proprio in questi giorni ci sta provando la Commissione che a breve dovrebbe produrre delle proposte al riguardo. L’auspicio è che Juncker non si limiti a richiedere maggiore flessibilità nella interpretazione delle regole già in essere. Il rischio è invece quello di una ‘politicizzazione’ sbagliata del suo ruolo, perché ostaggio di una continua negoziazione con i governi nazionali che potrebbe tradursi in una perdita di credibilità della Commissione stessa. L’euro del 2015 ha invece bisogno di nuove regole che, da un lato, rassicurino i paesi del Nord sul rispetto dei patti e, dall’altro, permettano ai paesi del Sud di procedere a significativi investimenti, seppur ad alcune condizioni, ovvero che questi si concentrino soprattutto sul lato dell’offerta, che siano accompagnati da riforme strutturali (il famoso scambio ‘investimenti-riforme’ di cui si parla da tempo) e da un controllo significativo da parte della Commissione stessa in fase di implementazione.

Questa strategia potrà inoltre essere rafforzata se l’Ue riuscirà a comunicare con chiarezza che l’esito delle prossime elezioni greche, qualunque esso sia, non rappresenterà un ulteriore elemento di instabilità. Oltre l’80% dei 318 miliardi di euro di debito greco è nelle mani della troika. Non è impossibile quindi pensare a una rinegoziazione delle condizioni dei prestiti alla Grecia purchè questa non coinvolga nuovamente gli investitori privati, altrimenti il rischio contagio (a partire dall’Italia) sarà nuovamente dietro l’angolo. Al contempo, l’Europa potrebbe trovare proprio nei drammatici eventi di Parigi una spinta ad una maggiore coesione al suo interno e assertività nella gestione dei conflitti alle sue porte. La percezione, accurata o meno che sia, da parte dei cittadini di una comune minaccia europea potrebbe essere ‘usata’ come espediente per  una maggiore integrazione in tema di coordinamento dell’intelligence, delle forze di polizia, della gestione dei flussi migratori, fino ad un approccio ancora più coeso in merito ai rapporti con la Russia e alla lotta all’IS. Ci sarebbero quindi molti elementi per fare, finalmente, del 2015 un vero anno di svolta.

L’insostenibile politica dei piccoli passi: all’avvio del 2015 due sembrano le variabili che potrebbero rigettare l’Europa in una nuova e probabilmente più pericolosa crisi economica e politico-sociale. Anzitutto le prossime elezioni greche. Se dalle urne dovessero uscire vittoriose le forze euroscettiche e se, come detto sopra, a questo non si accompagnasse una presa di posizione chiara e e univoca dell’Ue in merito al default greco, il contagio ad altri paesi del sud dell’Eurozona sarà inevitabile. Il crollo delle borse di inizio anno ha già chiarito qualsiasi dubbio al riguardo.

La situazione sarebbe poi aggravata se il piano Juncker non risultasse attuabile (o lo fosse solo in parte) nel caso in cui, ad esempio, l’auspicato effetto leva su cui poggia si rivelasse una mera utopia. E ancor di più se si inviasse al mondo – e ai cittadini europei – il messaggio che nulla cambierà in merito all’austerity e che gli stati non potranno attivare quegli investimenti necessari per migliorare le aspettative di crescita. Allo stesso tempo, potrebbe pesare una rinnovata conflittualità all’interno della BCE che ridurrebbe la dimensione e l’efficacia del ‘quantitative easing’ e ostacolare il completamento dell’unione bancaria (stanti i dubbi che ancora gravano non solo sull’avvio del meccanismo comune di risoluzione delle crisi e della garanzia comune dei depositi, ma anche sulla difficile supervisione delle piccole banche europee non soggette al controllo della BCE). La seconda principale variabile di inizio anno è rappresentata dall’impatto degli attacchi terroristici a Parigi. Se l’Europa non riuscirà a tranquillizzare i propri cittadini con misure decise e concrete, convincendoli del fatto che una lotta efficace passa attraverso una maggiore integrazione europea, si darà un ulteriore, enorme vantaggio ai partiti e movimenti politici estremisti, nazionalistici ed euroscettici.

D’altra parte i momenti per una verifica di questo sentimento ‘popolare’ non mancheranno nel corso del 2015. Spagna e Portogallo andranno alle urne, così come ci andrà anche la Gran Bretagna su cui pesa la promessa del referendum del premier Cameron sull’eventuale uscita dall’Ue e l’ascesa dello Ukip. Ovviamente anche dinamiche internazionali legate al prezzo del petrolio, alla tenuta delle economie di alcuni Brics, alle politiche monetarie statunitensi, fino alla gestione del conflitto con la Russia e alla lotta all’IS, potrebbero aggravare la situazione e contribuire non tanto a una più lenta integrazione europea quanto piuttosto a prime, pericolose forme di dis-integrazione (si pensi alla richiesta avanzata da più parti negli ultimi giorni di ‘rivedere’ Schengen, o alle ‘voci’ di uscita della Grecia dall’euro). In questo scenario dunque, l’Europa non sarebbe ancora una volta in grado di andare oltre la politica dei piccoli passi, ma con l’aggravante che anni di crisi (o bassa crescita) hanno ormai logorato la pazienza dei cittadini. Il 2015 rischia  di non essere più un altro anno di crisi, ma l’anno di ritorno agli stati nazionali europei. Con tutto ciò che questo implica.

Analisi tratta dal dossier dell’Ispi