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Le imprese scommettono sulla ricerca. “Ma dobbiamo usare al meglio i fondi Ue”

“In Italia la spesa delle imprese per Ricerca e Sviluppo è in aumento, ma in termini di innovazione il Paese è ancora indietro rispetto ai partner europei. Ora è arrivato il momento di invertire la rotta e di sfruttare tutte le opportunità per incoraggiare la ricerca, a partire dai fondi Ue”. Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento dell’eurodeputata Pd Patrizia Toia

In Italia la spesa delle imprese per Ricerca e Sviluppo è in aumento, ma in termini di innovazione il Paese è ancora indietro rispetto ai partner europei. Lo dicono gli ultimi dati diffusi dalla Commissione europea.

Nel 2013 la spesa per ricerca e sviluppo delle imprese con sede nell’Ue è aumentata del 2,6% nonostante la crisi economica. Un dato positivo ma che rappresenta un rallentamento rispetto all’aumento del 6,8% del 2012 e soprattutto che resta inferiore alla media mondiale di 4,9% e ai livelli delle imprese negli Stati Uniti (5%) e in Giappone (5,5%).

Le 633 imprese aventi sede nell’Ue, delle 2500 analizzate a livello mondiale pari al 90% della spesa in R&D, hanno investito 162,4 miliardi di euro nel 2013, a fronte dei 193,7 miliardi di euro investiti dalle 804 imprese con sede negli Stati Uniti e degli 85,6 miliardi investiti dalle 387 imprese con sede in Giappone.

A guidare la classifica delle imprese con sede nell’Ue che investono di più in ricerca è la tedesca Volkswagen. Il settore automobilistico rappresenta un quarto del totale degli investimenti. La Fiat è infatti la prima azienda con sede in Italia della classifica, alla 32esima posizione, e rappresenta il 38% della spesa privata in R&D. E’ anche grazie ai suoi investimenti che la spesa privata per la ricerca in Italia è aumentata del 6%, oltre la media europea. Complessivamente però il nostro Paese è ancora indietro per quanto riguarda ricerca e innovazione.

Nel rapporto “Research and Innovation Performance in the EU” del 2014 la Commissione europea ricorda che in Italia la percentuale del Pil dedicata alla ricerca nel 2012 era ancora ferma all’1,27% contro il 2,07% della media UE. Il sistema italiano, si legge nel rapporto, “soffre ancora di debolezze strutturali come una bassa proporzione di persone con educazione terziaria e un insufficiente orientamento del sistema educativo verso le specializzazioni ad alta intensità tecnologica”. L’Italia inoltre non attrae ricercatori stranieri, non riesce a tenere nel Paese quelli nazionali e manca di “venture capital”.

Ci sono però anche i punti di forza, tra cui “l’innovatività delle piccole e medie imprese” al di sopra della media europea. Ora è arrivato il momento di invertire la rotta e di sfruttare tutte le opportunità per incoraggiare la ricerca, a partire dal nuovo piano di investimenti europei e dai fondi Ue per la ricerca, che oggi sono diretti anche alle imprese. Si tratta di due strumenti che abbiamo ottenuto con il nostro lavoro al Parlamento europeo e grazie all’impegno del Governo Renzi. Giovedì Carlo Moedas, commissario Ue per la ricerca, ha ricordato che il programma Horizon 2020 “coinvolge un numero di un numero di imprese più elevato che mai” mentre “il piano di investimenti da 315 miliardi di euro presentato dalla Commissione e dalla Banca europea per gli investimenti contribuirà a fare aumentare gli investimenti privati per i progetti più rischiosi, a beneficio della ricerca e sviluppo in tutta Europa”.