Di Tommaso Cinquemani
@Tommaso5mani
Onorevole De Monte, la cultura e il turismo sono dossier di competenza degli Stati membri, ma l’Europa ha una sua strategia a riguardo?
“La cultura è la nostra energia rinnovabile. L’Europa è la prima destinazione turistica del mondo, ma nel 2030 non lo sarà più. Per questo dobbiamo cambiare rotta: non dobbiamo vergognarci del fato che il turismo è una industria, ma dobbiamo sfruttare al meglio il patrimonio culturale che abbiamo”.
Quali sono le sfide maggiori?
“La sfida è quella di rendere attrattivo, facile e conveniente viaggiare in Europa. Dobbiamo agire su più fronti, a partire dalla digitalizzazione, dalla sostenibilità ambientale, dalla concorrenza estera e dalla sharing economy”.
Come si possono attrarre turisti cinesi, un miliardo e mezzo di potenziali consumatori?
“Noi abbiamo fatto un breve viaggio in Cina per capire come incentivare flussi turistici da quell’area. Sono emersi tre elementi: una concessione più facile dei visti, voli diretti e una strategia di comunicazione più efficace. Ad esempio loro non usano Google, ma Baidu: questo deve essere considerato nella realizzazione dei siti turistici che si rivolgono ai consumatori cinesi”.
Quali sono gli ostacoli alla liberalizzazione dei visti?
“Parlamento e Commissione sono favorevoli a concessioni più facili, i problemi li abbiamo in Consiglio, con i governi nazionali. Non si tiene conto però che se si creassero le condizioni per accogliere più turisti cinesi ci potrebbe essere un incremento del giro d’affari di 130 miliardi di euro nell’arco di un quinquennio”.
Anche perché il cinese che viene in Europa diventa poi un potenziale consumatore di prodotti europei…
“Esattamente. Il turista di oggi diventa il consumatore di domani e questo avrebbe effetti positivi su agroalimentare e moda, i due settori in cui il Made in Italy è forte. Ma dobbiamo sforzarci di capire che cosa i turisti cinesi vogliono. Serve che i nostri tour operator parlino il mandarino, che offrano pacchetti specifici, tenendo conto delle peculiarità culturali, anche relative alla superstizione, come quella per il numero quattro”.
