La Calandrone, finalista allo Strega, racconta la storia dei suoi genitori

Nel 1965 i genitori Giuseppe e Lucia la abbandonarono a Roma e poi si uccisero. “Dove non mi hai portata” ripercorre la vicenda

di Chiara Giacobelli
Libri & Editori

Maria Grazia Calandrone era già entrata nella dozzina del Premio Strega con Splendi come vita, dove raccontava il rapporto con la madre adottiva. In Dove non mi hai portata (Einaudi) ripercorre invece le orme dei suoi genitori naturali. Affaritaliani.it l’ha intervistata al riguardo.

Quando quel lontano 24 giugno 1965 venne recuperata una bambina di otto mesi adagiata sull’erba all’ingresso di Villa Borghese, dalla parte di piazzale Flaminio, il ritrovamento divenne subito un fatto di cronaca, anche perché il giorno seguente arrivò a L’Unità questa lettera: «La bambina trovata a Villa Borghese si chiama Greco Maria Grazia. Nata a Milano il giorno 15 ottobre 1965. L’ho abbandonata in Roma. Perché il mio amico non aveva possibilità finanziarie da sostenerla e mio marito cioè suo padre diceva che non era sua. Trovandomi in condizioni disperate, non ho scelto altro che la strada di lasciare mia figlia alla compassione di tutti, ed io con il mio amico pagheremo con la vita ciò che abbiamo fatto, o, indovinato o, sbagliato”. Firmato Galante Lucia in Greco.

All’epoca tutti i giornali ne parlarono per giorni, specie in considerazione del fatto che effettivamente a poca distanza temporale riemersero dalle acque nel Tevere i corpi di Lucia e (con tutta probabilità) di Giuseppe. L’eco mediatica fu talmente grande che arrivarono più di cinquanta richieste di adozione e Maria Grazia venne subito affidata alla nuova famiglia dei Calandrone. Dopo tutti questi anni, la scrittrice e poetessa – oggi lei stessa mamma – ha desiderato ripercorrere con estrema precisione, e fin dove fosse possibile, le tracce dei suoi genitori naturali, ricostruendo una vicenda che per molti aspetti era ancora rimasta oscura e incompresa. Già di per sé questa scelta dimostra coraggio: non è infatti da tutti mettersi a cercare negli archivi degli anni Cinquanta e Sessanta per scoprire chi era la donna che le diede la vita, perché decise di abbandonarla e come mai poche ore dopo si suicidò insieme al suo amante; scriverne in un libro che denota una grande lucidità e oggettività, oltre a una bellissima prosa influenzata dall’animo poetica della Calandrone, è ancor più coraggioso, in quanto registra su carta, nero su bianco, i fatti. Alcuni dei quali certamente dolorosi da sapere e da metabolizzare per una figlia.

Dove non mi hai portata, edito da Einaudi, è entrato a ragione nella cinquina finalista del Premio Strega e presto sapremo se conquisterà o meno l’ambito riconoscimento. Ciò, tuttavia, ha poco a che fare con la qualità e la potenza emotiva di questo libro che merita di essere letto e riletto, magari a distanza di tempo. Ci sono infatti diversi livelli che si sovrappongono, ciascuno degno di attenzione, ma quando si scorre oltre la metà del volume si finisce per essere sempre più coinvolti nella vicenda e la curiosità di sapere come andarono davvero le cose rischia di oscurare le scelte stilistiche dell’autrice. Poetessa prima ancora che romanziera – e in effetti questo libro non lo si può considerare un vero e proprio romanzo, quanto piuttosto un’inchiesta, una lunga indagine raccontata attraverso lo sguardo sensibile dell’artista –, Maria Grazia Calandrone inizia questa storia dalla nascita della propria madre naturale, Lucia Galante. Per tornare indietro nel tempo e raccogliere informazioni su di lei è “costretta” a un viaggio reale nei luoghi in cui ella visse, sempre accompagnata dalla figlia Anna, che, oltre ad essere un’ottima spalla, si dimostra via via che le ricerche proseguono anche molto intuitiva. Il caso dell’abbandono di Maria Grazia non è di semplice comprensione, in quanto i tasselli all’apparenza non coincidono e le ipotesi formulate dai vari giornali dell’epoca sono tante. Eppure, con determinazione e mantenendo sempre una visione d’insieme, la Calandrone riesce a poco a poco a riportare alla luce la verità, per sé stessa e per i suoi lettori.


 

Avendo la possibilità di porre qualche domanda all’autrice del libro, il primo aspetto di cui si vuol sapere è ovviamente lo stato d’animo con cui abbia affrontato questa opera, così personale e al tempo stesso rivelatoria. Le chiediamo quindi se è stato più doloroso o più terapeutico scrivere Dove non mi hai portata, ma lei ci sorprende con una risposta inattesa: “Né doloroso (a parte alcuni momenti, come la lettura di una certa lettera) né terapeutico. Quando si scrive si diventa entomologi, l’ossessione è la lingua, più che la storia. In questo senso, possiamo forse dire che la scrittura sia terapeutica, perché impone un distacco chirurgico dalle emozioni personali, le restituisce epurate, come venute da un viaggio in territori che da soli, senza la guida ferma delle parole, non avremmo mai potuto raggiungere. E poi, con me c’era mia figlia Anna…”. La lettera a cui la Calandrone fa riferimento è quella inviata dal marito di Lucia al brefotrofio in cui la neonata si trovava temporaneamente, disconoscendone del tutto la paternità – cosa peraltro vera – e accusando la propria moglie delle peggiori azioni, motivo per cui egli scrive chiaro e tondo: “se mi vengono le spese della bambina vengo a Milano prende a mia moglie Galande Lucia prima le taglio la testa poi la mette sotto le ruote degli autotreni”. Sono parole forti, che impattano emotivamente nel lettore, figurarsi nella figlia della donna minacciata di una simile crudeltà; tuttavia, per comprenderle occorre fare un passo indietro e riassumere brevemente i fatti.

Lucia Galante nasce a Palata, piccolo paesino dell’attuale Molise, nel 1936. È figlia di una famiglia di agricoltori non poveri, ma di certo neppure benestanti, abituati a lavorare la terra, a rispettare le tradizioni, a fare i conti con il cibo che talvolta scarseggia; gente di fatica e di silenzio, semplice, mentalmente chiusa. Dopo aver frequentato la scuola dell’obbligo, Lucia torna ad occuparsi dell’azienda agricola e, crescendo, inizia a dimostrare una simpatia ricambiata per Tonino, un ragazzo gentile purtroppo privo di mezzi. A questo sogno di giovinetta viene strappata dalla famiglia nel 1959, quando è costretta a sposarsi contro la sua volontà con Luigi Greco, rozzo e violento compaesano che però possiede delle terre. Tanto basta ai genitori di Lucia per farli decidere in tal senso e non torneranno mai indietro nella scelta scellerata compiuta per conto della figlia, neppure quando la vedranno ridotta alla fame, sporca, povera, mendicante un tozzo di pane e soprattutto pesta per le molte volte in cui il marito da lì in avanti la picchierà selvaggiamente per un nonnulla. Per di più, Luigi ha anche un problema con il sesso e con l’intimità: durante gli anni di convivenza non la toccherà mai, né per una carezza né per altro, cosicché quando Lucia si innamorerà del muratore Giuseppe Di Pietro sarà ancora illibata. Con lui scoprirà per la prima volta l’amore, in tutto il suo significato.

C’è però un problema, anzi più d’uno: Giuseppe ha già una famiglia da sostenere, inoltre il divorzio non è ancora contemplato dalla legge italiana e una moglie che giace con altro uomo commette un vero e proprio reato. Luigi, con quel po’ di orgoglio rimasto, non tarda a denunciare Lucia ed è per questo che da quel momento in poi la vita della giovane sarà segnata, sia che rimanga a Palata sia che scelga di andarsene. Sceglie la seconda strada, per il bene suo, della bambina che nel frattempo ha scoperto di portare in grembo e per quell’amore a cui non è disposta a rinunciare. Il resto della storia è semplice, non troppo lunga e perfettamente iscrivibile nell’Italia dell’epoca: Giuseppe e Lucia si trasferiscono a Milano pieni di speranze e sogni, che presto finiranno infranti. Per qualche tempo lui riesce a lavorare, ma la crisi degli anni Sessanta colpisce il mercato edilizio e non c’è più posto per quelle migliaia di immigrati che provengono dal resto del Paese e si stipano in grandi quartieri poveri alle porte di Milano, al pari degli extracomunitari odierni. Lucia dà alla luce Maria Grazia, per un po’ tenta di sostenere lei stessa la famiglia lavorando in nero, ma quel reato che si porta appresso è una condanna e non permette a nessuno dei due di ricominciare. Così, otto mesi dopo la nascita della bimba, la decisione irrevocabile: abbandonarla nella speranza che qualcuno possa regalarle un futuro migliore e poi togliersi la vita, perché a quel punto non avrebbe più senso stare al mondo e il peso dell’esistenza è ormai troppo per entrambi.

Da qui in poi la trama del libro assume quasi i connotati del giallo, perché di punti oscuri – come abbiamo detto – ce ne sono diversi: perché andare proprio a Roma per lasciare la bambina, e nello specifico a Villa Borghese? Come mai scrivere una lettera a L’Unità invece di mettere un bigliettino insieme a lei? Che significato hanno i bagagli e tutte le loro cose ritrovate in un altro luogo di Roma? E ancora, perché il corpo di Lucia viene a galla due giorni dopo, mentre quello di Giuseppe ci mette molto di più? Infine, sarà davvero Giuseppe quell’uomo, mai riconosciuto dalla famiglia? Gli interrogativi aperti restano molti ed è qui che la scrittrice si fa investigatrice, fruga nei documenti a sua disposizione – non tutti sono consultabili –, elabora ipotesi, si pone delle domande e cerca le risposte insieme alla figlia, seguendo un filo logico che infine la conduce alla probabile verità. Dunque, diventa in qualche modo un libro d’inchiesta, di stampo investigativo, se non fosse per il fatto che la Calandrone è una poetessa e questo non è un aspetto secondario.

Le abbiamo chiesto allora proprio se l’esperienza della poesia abbia influenzato la stesura di quest’ultimo romanzo. Ci ha risposto così: “Moltissimo. Il ritmo è fondamentale anche per la mia prosa, tanto che spesso vado a capo per motivi musicali. Mi piace infatti definire la mia scrittura “prosa musicale”. E poi, mi è indispensabile lasciare il bianco intorno alle parole, uno spazio libero dove chi legge possa deporre la propria esperienza. La sua vita, se vuole, parola per parola”. Infine, una domanda l’abbiamo posta a proposito del Premio Strega, perché questa è la seconda volta che l’autrice vive l’esperienza di entrare nella dozzina e forse qualcosa è cambiato rispetto al 2021. “Sono molto onorata e anche un po’ stupita, però stavolta anche meno spaesata – ha confessato ad Affaritaliani.it – conosco quella che in poesia si definisce “procedura”, con preciso linguaggio burocratico. Ma i timoni delle barche-libro rimangono, come sempre, nelle mani del Caso”.

Speriamo che questo Caso la porterà stavolta fino in fondo e nel frattempo noi vi consigliamo la lettura di Dove non mi hai portata, pubblicato da Einaudi e in tutte le librerie. «Con lo stato d’animo radioattivo di chi sente di compiere un dovere rimandato per decenni, vengo con te dove non mi hai portata: nella morte. Scendo a conoscere cos’hai sentito. (…) Spero che mentre te ne vai, Lucia, risenti le campane della festa, che fanno piovere larghezza e fiori sulla campagna ancora addormentata. Spero che finalmente ti riposi”.    


 

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