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L’Architettura in divenire

L’Architettura in divenire

«Si impara attraverso l’esperienza. Forse il paragone più immediato è quello con l’arte ceramica, col mestiere del vasaio», afferma il Prof. Giuseppe Strappa – docente di alta qualificazione di Morfologia Urbana presso l’Università “Sapienza” di Roma – nella quinta Lectio del ciclo “Pensare l’Architettura”, al Politecnico di Bari. «Per imparare a fare un vaso, la teoria non basta», continua Strappa: è necessario che il maestro mostri all’allievo come usare il tornio, l’argilla, il forno. Allo stesso modo, nelle aule, gli studenti imparano il mestiere dell’Architetto con la pratica del progetto, che matura nel rapporto diretto con il docente. Attraverso l’esperienza si genera la teoria, che ne rappresenta una sintesi. Il vaso, una volta realizzato, si presenta come un insieme di parti legate da un rapporto di necessità che rispondono ad una funzione ma che rappresentano, anche, una sintesi estetica. Allo stesso modo, esercitando il progetto, dal particolare di ogni singola esperienza, si genera un’idea generale sui fatti architettonici e urbani, una sintesi che rappresenta la teoria. Lo dimostrano i trattatisti dell’Architettura più sofisticati, come Leon Battisti Alberti e Andrea Palladio, per citare alcuni esempi, per arrivare ai teorici del Novecento, tra i quali Saverio Muratori - uno dei più importanti Maestri della scuola romana -, della cui opera e del cui pensiero il prof. Strappa è un profondo conoscitore. In particolare, Muratori ha elaborato una teoria complessa e articolata, per l’interpretazione della realtà costruita, derivandola da un lavoro professionale su Roma. Occupandosi di un fenomeno urbano molto complesso, riguardante la sistemazione del patrimonio di case medievali, nella quale molti elementi ricorrevano e potevano essere, per questo, sintetizzati, ha elaborato una vera e propria teoria contenuta nel libro intitolato “Studio per un’operante storia urbana di Roma”.  Per Muratori «ogni forma, complessa o involuta che sia, porta sempre impresso ogni suo passo formativo, sia che si tratti di un processo graduale, sia che si tratti di processi sintetizzati». Esiste un ordine nella forma che un architetto deve saper leggere, andando oltre l’aspetto visibile e cogliendo i caratteri del suo processo logico di trasformazione: dall'origine, all’espressione più matura. La realtà costruita è, dunque, in divenire. L’opera è paragonabile ad un organismo vivente composto, come il corpo umano, da parti legate da un rapporto di necessità. L’arte ceramica e l’architettura obbediscono agli stessi principi generali. Nell’arte ceramica tutto il processo di trasformazione della materia è chiaramente leggibile. Inoltre, il vaso, attraverso un lento processo di trasformazione, conquista, nel tempo, una forma geometrica stabile e un carattere via via monumentale e architettonico: dalla situla egizia, sospesa dall’alto; ai vasi a fondo conico per il parziale interramento; all’idra greca che, finalmente, poggia per terra con il piede e poi si eleva in verticale con la pancia, il collo e l'orlo, come l’opera costruita che si stratifica per fasce orizzontali: il basamento, l’elevazione, l’unificazione e la conclusione.


Formatività dell'Architettura - Prof. Giuseppe Strappa. Video

«Progettare è un atto di grande responsabilità, tanto quanto promuovere innovazione», afferma Strappa. Ogni architettura non nasce da una tabula rasa e non deve essere considerata innovativa solo perché produce una rottura o si presenta eccezionale: la conoscenza della storia e della struttura degli specifici contesti, diventa una prerogativa fondamentale per chi è chiamato a progettare un’opera come una città. Un capolavoro non è il prodotto del genio isolato, non è quell’architettura che produce una frattura con il patrimonio ereditato, ma è l’espressione più alta di un contesto civile. Gli stessi palazzi romani, per esempio, non sono il prodotto di un genio, ma di una civiltà che ha trovato una sintesi processuale nell’espressione architettonica, sviluppatasi nella forma del palazzo, a partire dalle trasformazioni dell’edilizia abitativa e delle leggi formative dei tessuti urbani.

IDRA
 

Dunque, si può essere significativamente e razionalmente innovativi grazie alla capacità di lettura e interpretazione dell’esistente: il progetto è nella storia. Una storia operante che conferisce agli studi condotti sulla città storica, un valore propositivo, oltre che analitico: la ricerca è, per questo, già di per sé progetto. Si tratta di una ricerca dei principi, del generale nel particolare. Una ricerca che è anche grammaticale, come quella di cui parla il linguista, scienziato e filosofo Noam Chomsky, grazie alla quale infinite frasi possono essere generate da un numero finito di fonemi. Così è nell’architettura: un insieme di nozioni razionali e trasmissibili, proprie di un intorno civile, dove ogni elemento esprime la propria capacità di appartenere ad un tutto unico. La realtà costruita è paragonabile al dinamico fluire trasformativo di una lingua. Una lingua che può essere completamente compresa più nell’area culturale di appartenenza che altrove. Una lingua che cambia a seconda dell’area geografica culturale di provenienza.

In questa evoluzione dinamica di trasformazioni, un esempio, tra i tanti, che testimonia gli esiti di un approccio processuale, è costituito dai progetti delle case redatti dal più rappresentativo architetto turco della modernità, Sedad Hakki Eldem.  Questi si basano su un lavoro certosino di studio della tradizionale casa turco-ottomana: un pensiero che salvaguarda la memoria, attraverso lo studio dei tessuti antichi che, in quel momento, venivano distrutti.  La casa vernacolare turca possiede un elemento ricorrente: la stanza dell’accoglienza, denominata “sofa”. Si tratta di uno spazio centrale di distribuzione e di utilizzazione che, ad un certo punto, si allunga longitudinalmente per accogliere i servizi e intorno al quale, grazie ad un processo di astrazione critica, si generano infinite possibilità: la casa senza sofa, con il sofa interno, con il sofa esterno, con il sofa a pianta ellittica. La Suna Kirac House, sul Bosforo, si presenta come una casa estremamente moderna, frutto di un rigoroso processo di trasformazione del modello ereditato dalla storia, con una struttura a travi e pilastri in cemento armato, che reinterpreta la tecnologia costruttiva a telaio in legno delle case tradizionali: un metodo processuale, generativo che produce architettura “nuova” cercando nella “vecchia” gli strumenti del progetto.

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