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L'avvocato del cuore
Giustizia, tutti i 'paroloni' (e i trucchi) degli avvocati

 In un precedente articolo ho descritto la cattiva abitudine di alcuni giudici e avvocati di abusare della tecnica del “copia e incolla” e di scrivere, conseguentemente, sentenze e atti processuali inutilmente lunghi e ripetitivi. Quindi, sovente, anche poco attinenti alla materia del contendere. Nel mondo del diritto la sintesi è una dote che non può e non deve mancare a chi ambisca a essere un bravo giurista. Quest’ultimo è tale quando si comporta in modo diverso dal leguleio manzoniano ovvero dall’avvocato che utilizza più parole del dovuto al solo fine, non nobile, di rimarcare l’asimmetria informativa tra sé e l’assistito, distogliendone, nel contempo, l’attenzione dalla soluzione delle questioni sottoposte al suo vaglio critico.

L’interlocutore del giurista che abusa della parola - scritta o parlata - è frastornato dalla quantità di informazioni, per la maggior parte inutili, ricevute dal professionista ed è incapace di formarsi un’opinione consapevole sul tema controverso. Dopo aver disquisito con l’avvocato verboso o dopo averne letto le memorie difensive, il malcapitato cliente ha l’impressione di trovarsi al punto di partenza o, peggio, di aver moltiplicato i dubbi e le incomprensioni: il tema controverso è rimasto tale. Né è stato lumeggiato da parole “chiare e distinte”, come quelle che avrebbe suggerito al giurista- se mai fosse stato interpellato – il filosofo Cartesio.

Nel mio Studio, l’avvocato Annamaria Bernardini de Pace ha compilato una meravigliosa “lista nera” di parole ed espressioni “tabù” che, ove incautamente utilizzate, rendono l’elaborato irricevibile o, più correttamente, cestinabile e cestinato. Una di queste parole è “riscontro”. Un’altra è “rigetto”. Tutte le parole inglesi o straniere (eccezion fatta per il latino, da usare, però, con parsimonia) sono bandite: io stessa ho avuto la tentazione di scrivere, cinque righe più sopra, l’aggettivo e il sostantivo “black list” in luogo dei corrispondenti “lista nera”, ma ho soprasseduto. Dopo vent’anni di frequentazione dell’Avvocato ho la doverosa conoscenza delle sue avversioni linguistiche e della sua giusta irritazione davanti a “forme” improprie, capaci di oscurare “contenuti” appropriati.

Tra le espressioni vietate c’è “non v’è chi non veda” o anche “e valga il vero”. Quest’ultima è la peggiore di tutte: gli avvocati la usano quando sono a corto di argomenti e vogliono completare (e finalmente concludere) un iter argomentativo che non convince neppure loro stessi. Forse, per questo motivo, aggiungono il punto esclamativo - “e valga il vero!” - come se potesse salvarli dall’inconcludenza del loro ragionamento. Ma l’elenco dei tabù banditi in Studio è lungo. Leggerli è divertente: tutte queste parole - siano esse sostantivi, aggettivi o componenti di espressioni circonvolute – sono assolutamente inutili, ridondanti o, semplicemente, brutte: non solo non servono a nulla, ma rendono più difficile comprendere il contenuto dell’atto difensivo o del parere giuridico.

Che diventano macchinosi, fastidiosi e noiosi. In tribunale si è distinto un ingegnoso magistrato, Gianfranco D’Aietti, per aver ideato il metodo delle “griglie decisionali” indirizzato alla stesura di sentenze che ambiscono a essere di facile e immediata lettura. E cioè verdetti ove le “griglie orizzontali e verticali” offrono al lettore - anche graficamente e visivamente - la possibilità di cogliere e vedere, all’istante, la sequenza armonica degli argomenti che hanno portato il giudice – o il collegio dei magistrati - ad accogliere una determinata tesi difensiva e respingerne, invece, un’altra, non altrettanto persuasiva. Oggi è sempre più frequente imbattersi in “Protocolli” stilati, nei vari circondari giudiziari, da giudici e avvocati - insieme – per centrare il duplice obiettivo di compendiare i criteri da seguire nella redazione degli atti processuali ed educare, allo stesso tempo, i giuristi a osservarli.

La genesi di questi Protocolli ha il sapore di un armistizio: i giudici, travolti da fascicoli processuali ove il “peso” della carta è inversamente proporzionale al “peso” degli argomenti, hanno negoziato, con l’Ordine professionale presente sul territorio, regole condivise e funzionali a snellire il processo, evitando il supplizio di dover perdere tempo ed energie nella lettura di atti processuali, sovrabbondanti e prolissi, presentati dagli immancabili legulei di turno. Non di rado redatti proprio con la tecnica del “copia e incolla” sopra menzionata nell’incipit. Io stessa, per esempio, mi imbatto spesso in controparti che scrivono così tanto da mandare in tilt il sistema telematico di ricezione degli atti processuali e dei relativi documenti allegati: in pratica, i file contenenti il lavoro di questi avvocati sono così pesanti che il sistema informatico non solo “si” blocca nel funzionamento, ma “li” blocca all’accesso, rispedendoli, “in blocco”, al mittente.

Gli avvocati che si occupano dei procedimenti di famiglia nei tribunali della Lombardia e rientranti, quindi, nella giurisdizione della Corte d’Appello di Milano, devono rispettare queste “Linee Guida”, se non vogliono incorrere in sanzioni: - “l’esposizione dei fatti non deve contenere giudizi e la svalutazione delle figure genitoriali”; - “la delicatezza delle questioni che involgono le sfere più intime della persona impongono all’avvocato l’uso di un linguaggio rispettoso dei diritti e della dignità delle persone”; - “la pacatezza dei toni e la compostezza delle espressioni non impedisce la chiara rappresentazione di comportamenti assunti violativi degli obblighi nascenti dal matrimonio e/o dalle carenze genitoriali”.

Tutti i provvedimenti del Tribunale di Milano, poi, contengono questa accorata “preghiera” agli avvocati: “il Giudice invita le parti a rispettare il principio di sobrietà e sinteticità degli atti in quanto la particolare ampiezza non giova alla chiarezza degli atti stessi e concorre ad allontanare l'obiettivo di un processo celere che esige da parte di tutti atti sintetici, redatti con stile asciutto e sobrio”. Aristotele ha scritto che “la materia funge da sostrato della forma”. Questo concetto filosofico è stato compendiato nella massima, divenuta ormai corrente nel linguaggio comune, “la forma è sostanza”. Significa che il miglior contenuto comunicato nel peggiore dei modi svanisce.

E viceversa: contenuti evanescenti ed effimeri possono diventare persuasivi se declamati nel modo giusto. Personaggi illustri che hanno saputo coniugare, perfettamente, forma e sostanza sono stati, per esempio, Barack Obama e Ghandi. I loro discorsi ai popoli, tanto semplici quanto incisivi, sono stati studiati – e continuano a essere studiati - nelle scuole. Leggerli è un vero piacere: non è necessario ri-leggerli - ossia tornare sul testo - per comprenderne il messaggio perché non c’è una sola parola di troppo o una sola frase superflua. Tutto è misurato, equilibrato, chiaro, lineare, ragionevole.

Non esiste la formula perfetta per costruire, a tavolino, un atto difensivo o una sentenza perfetti, ma è certo che il buon giurista debba essere più simile allo scultore e non al pittore. Mentre il primo “toglie” dalla materia prima - di cui sarà composta la statua - il materiale in eccedenza, si dà forgiarla a suo piacimento, il secondo fa l’esatto opposto, e cioè “aggiunge” alla tela il colore, e ciò fino a quando l’immagine pensata o fotografata nella sua mente non troverà appropriata raffigurazione nel quadro dipinto.

Valentina Eramo-Avvocato dello Studio legale Bernardini de Pace

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