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Imprese e Professioni
Dobbiamo reagire al COVID-19. Ma abbiamo bisogno di fatti, non di moneta

L’arranger Mariapaola Negri in questi giorni di smart working condivide, tra gli studi professionali con cui lavora, commenti sulle visioni di Draghi, Brunetta, Passera, Doris ...

Mariapaola Negri è una persona “fuori dal coro” che ama sottoporre ai suoi interlocutori idee sulle quali riflettere e con le quali “provocare" azioni e reazioni.  

In generale il termine “arranger” nel modo finanziario indica il coordinatore degli aspetti organizzativi di un'operazione di finanziamento complessa, così come chi può influenzare decisioni di investimento in mercati, aree geografiche, settori, ecc.

Si tratta insomma del soggetto "organizzatore" di specifiche operazioni, in prevalenza finanziarie, ma non solo. E' con questo bagaglio di esperienza che Mariapaola Negri ci fornisce spesso gustosi commenti che desideriamo condividere con i lettori, a partire dal suo totale consenso alle recenti affermazioni di Mario Draghi su Milano Finanza o alla versione di Renato Brunetta sugli stessi argomenti.

Cara Mariapaola, che spunti ci dai oggi?

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Mariapaola Negri

“Mettiamoci nei panni di Draghi: questo non significa dare un assegno in bianco ai Governi, affinché essi possano spendere e spandere. Le risorse sono diventate ancora più scarse, bisognerà fare attenzione a spenderle bene, in favore dei lavoratori che hanno perso il posto di lavoro e delle imprese che hanno subito danni dal blocco prolungato della loro produzione. Ti dico che la linea suggerita da Draghi è del tutto analoga a quella ho sempre espresso: c’è bisogno di spendere tanto, in questo momento. Non solo risorse nazionali, ma anche, e forse soprattutto, europee. Quelle del MES, quelle del bilancio europeo, quelle della BEI, sfruttando la “assicurazione monetaria” offerta dalla Banca Centrale Europea. Il famoso principio dell’uso sincronizzato dei tre bazooka nazionali ed europei, che rappresenterebbero, tra le altre cose, una svolta politica per l’intera Unione Europea”.

Non possiamo che essere d’accordo.

“Draghi non si è smentito con il suo recente discorso al Financial Times, occasione in cui, non a caso, non ha esitato a far capire come moneta e istituzioni finanziarie, per essere utili in questo frangente, dovrebbero spogliarsi delle loro caratteristiche costitutive e comportamentali quasi fino a snaturarsi del tutto. Arrivo a pensare che, se non fosse stato frenato dal suo ruolo, Draghi avrebbe formulato una proposta più forte.”

Ti riferisci a qualcosa di più innovativo?

“Sì, penso a una teoria che proviene dal mondo accademico, quella del prof. Pierangelo Dacrema, economista e saggista di tutto rispetto. Mai come oggi è stata essenziale l’immediata disponibilità di moneta, mai come oggi il denaro è stato fondamentalmente inutile, estraneo ai nostri reali bisogni.

Oggi si dovrebbe capire che si vive di lavoro, non di denaro. Moriremmo di fame se non ci fossero l’agricoltura e i trasporti, verremmo sterminati dal contagio se non ci fossero medici e infermieri. Mai come oggi è stato essenziale il denaro - l’immediata disponibilità di moneta, di liquidità – ma ad un tempo mai come oggi il denaro è stato fondamentalmente inutile, estraneo ai nostri reali bisogni.

E’ un paradosso forte, non facile da spiegare, ma c’è per fortuna chi ha le idee chiare. Perché non chiami direttamente il prof. Dacrema?”

Ottima idea, grazie. Posso fare il tuo nome?

“Certo!”

Intervista al prof. Pierangelo Dacrema

Intervistiamo l’economista e saggista Pierangelo Dacrema, professore ordinario di Economia degli intermediari finanziari all'Università della Calabria.

L’Italia sta affrontando, come il resto del mondo, un periodo di grandi difficoltà. L’aspetto monetario è uno di quelli più complessi da affrontare. Lei che cosa ne pensa?

Pierangelo DacremaPierangelo Dacrema

“Che si vivesse di denaro, della possibilità di spenderlo, era ed è una percezione diffusa, globale. Ma oggi più di ieri si dovrebbe capire che si vive di lavoro, non di denaro. Dopo il disastro sanitario (ma anche nel mentre) si teme quello economico. E si cerca di arginarlo, di porvi rimedio con i modi e i mezzi che conosciamo: strumento principe la moneta, il simulacro del lavoro, nulla più dell’immagine dei fatti e dei gesti di cui si vive.”

Come si sta muovendo la politica?

“La politica – anch’essa ridottasi a immagine – è adesso più che mai concentrata a reperire moneta destinata a sostituire il lavoro, l’azione, le normali operazioni di cui, in questa singolare situazione, siamo orfani per forza maggiore. La salute prima d’ogni altra cosa è infatti un principio basilare, ancestrale, è il diritto di sopravvivere sancito e sentito dal singolo e dalla società, senza considerare che solo chi sta bene è in grado di muoversi, di darsi da fare a beneficio proprio, dei propri cari e, volente o nolente, anche di chiunque altro.

Per questo la politica si sta affannando a trovare i soldi per tutti, il carburante per un motore dell’economia che dovrà presto ripartire pena il disastro, una prospettiva che incombe così funesta da aver indotto l’Europa ad abbandonare (per il momento) i suoi parametri monetari, i numeri del deficit di bilancio e del rapporto debito pubblico su PIL che, posti su un piedistallo, sono stati per decenni il faro delle politiche economiche, il dato che ha plasmato il tenore di vita di piccole e grandi moltitudini, le regole sulle quali si è appiattito ogni ragionamento politico a livello sia nazionale che sovranazionale”.

Quale sarà il ruolo delle istituzioni europee?

“La Banca centrale europea potrà finalmente comprare titoli dei debiti sovrani nella misura necessaria per non far crescere il famigerato spread, indice della virtuosità dei Paesi appartenenti all’Unione europea; i Paesi membri dell’Unione potranno liberamente indebitarsi oltre i limiti stabiliti (Italia compresa, come noto già indebitata oltre ogni limite); i cittadini europei potranno godere del credito concesso da un’Europa unita come insieme di Stati disgraziatamente accomunati da un’unica, grave, calamità.

Detto di passaggio, per come la penso io, mi rifiuto di formulare anche solo l’ipotesi che l’Unione europea si mostri latitante proprio nella fase della sua breve storia in cui dovrebbe essere più presente, e anche per questo non mi sento di dar torto a chi dice che l’Europa esiste ora o non esisterà più.”

LA MONETA

Torniamo alle politiche monetarie?

Attenzione, il mondo del denaro è lento, anche quando è animato dalle migliori intenzioni, soprattutto se entra in contatto con la burocrazia (in particolare quella del nostro Paese). Ciò anche se si ha a che fare con un terremoto, a prescindere dalla natura tellurica o sanitaria del fenomeno. E poi si tratta di credito, di prestiti, non di un regalo. Nessun pasto è gratis, questa la regola vigente.

Qualcuno, anni fa, ha avuto il merito di osservare che se i soldi complessivamente movimentati dal TARP (Troubled Asset Rilief Program, il programma avviato nell’ottobre 2008 dagli USA per far fronte al crollo della finanza globale) e indirizzati in via principale dal governo a sostegno delle banche responsabili della crisi, fossero stati distribuiti tra i mutuatari morosi e impiegati a saldo dei loro debiti verso le banche, si sarebbero ottenuti due risultati importanti: a) le banche sarebbero state immediatamente risanate, nel senso che il loro attivo non sarebbe stato più gravato da una massa insostenibile di crediti inesigibili, e non avrebbero quindi avuto bisogno di una misura di finanza pubblica straordinaria a loro favore per reggersi in piedi; b) i debitori sub-prime (disoccupati, sotto occupati, percettori di redditi risibili o modesti) non sarebbero stati costretti ad abbandonare le loro case e a vivere in automobile o nelle roulotte (con l’ulteriore vantaggio di poter evitare la deprecabile, inevitabile, conseguenza del degrado cui sono state condannate milioni di abitazioni disabitate e non più manutenute)”.

Non è stato allora così centrato il programma TARP

“Non c’è dubbio circa il fatto che l’opzione accantonata, o non presa neanche in considerazione - quella dei soldi dati ai debitori che avrebbe provocato l’automatica riqualificazione dell’attivo delle banche - avrebbe avuto conseguenze sociali preferibili a quelle generate dall’opzione preferita. Non solo, infatti, sarebbe stato evitato il crollo di una parte significativa del sistema bancario, non solo si sarebbe ottenuto l’obiettivo ufficialmente perseguito, ma sarebbero anche tangibilmente migliorate le condizioni di vita di una massa di diseredati (evitandosi anche il drammatico deterioramento di un cospicuo patrimonio immobiliare)”.

Ma perché è stata scelta questa strada?

“Eh sì, c’è da chiedersi perché, quale sia la ragione di questa scelta “economicamente infelice” e non si sa quanto istintiva o consapevole. Semplice e immediata la risposta: una distribuzione gratuita di denaro - una dazione di denaro in assenza di una qualunque controprestazione dotata di valore di mercato - avrebbe significato un vulnus intollerabile per la moneta. Ne avrebbe colpito il concetto, contraddetto la logica sottostante, ferito l’integrità fino a metterne in pericolo la credibilità, cioè la sua stessa esistenza. La moneta, infatti, è essenzialmente contabilità, costituita da un dare e un avere, componenti basilari della sua consistenza e sussistenza. Negli Stati Uniti, dove il denaro è persino più sacro che altrove, questo binomio ben difficilmente avrebbe potuto essere messo in crisi”

NESSUN PASTO E’ GRATIS

Professor Dacrema, le ho sentito dire “Nessun pasto è gratis”. Che cosa intendeva con queste parole?

“Ce ne accorgeremo tutti, noi e chi verrà dopo di noi. E’ così in questo mondo. Ce ne renderemo conto quando dovremo fronteggiare un debito pubblico balzato al 160 o al 170 per cento del PIL e chiedere venia per l’ulteriore peggioramento della nostra posizione finanziaria, implorare indulgenza a un’Europa che (se Dio vuole) avrà superato il momento critico e (come assai probabile) sarà tornata a far valere una contabilità non troppo diversa da quella finora invalsa. La logica dei debiti e dei crediti, fondamento del metro monetario, non muterà. Ed è la stessa, lo si tenga presente, che ci stiamo accingendo ad adottare per neutralizzare il maledetto lascito economico-sociale di questa peste moderna, il nuovo nemico mondiale”.

Ci stiamo muovendo nel modo giusto?

“Giusto o sbagliato muoversi così? Sicuramente complicato, laborioso, e di dubbia efficacia alla luce della farraginosità della manovra complessiva. Sono decine di migliaia le persone a Bruxelles, Francoforte e Roma, che discutono animatamente e lavorano alacremente. E’ arduo il compito di chi deve tenere in vita i mercati a ogni costo, cercare di impedire il crollo delle Borse e dei titoli di Stato, stimare danni e mancati introiti, definire l’entità di stanziamenti totali e parziali, valutare l’impatto micro e macroeconomico di minori entrate e maggiori uscite, deliberare tagli dei tassi d’interesse, distribuire risorse a seconda di meriti riconosciuti e sacrifici sopportati, distinguere tra obiettivi prioritari e secondari, individuare settori e comparti produttivi da privilegiare, decidere chi tenere a galla e chi lasciare affondare, imprimere la massima velocità e capillarità a flussi di liquidità diventati indispensabili non meno dell’ossigeno per respirare.

E’ duro il compito di chi deve maneggiare il danaro, strofinarsi le dita spruzzandolo qua e là nell’impasto dell’economia come un lievito per far gonfiare una torta la cui consistenza e le cui dimensioni reali dipendono, alla fine, solo dalla dose di un ingrediente che si chiama lavoro. La moneta è fatta di numeri, quanto di più preciso ma etereo esista al mondo, entità astratte chiamate a esprimere in modo morbosamente esatto il valore di ogni evento, di ogni oggetto, del contributo dato da ognuno alla circostanza che tale oggetto sia stato prodotto, comprato e venduto. Il denaro è fatto di debiti da pagare e crediti da incassare, doveri da compiere e diritti da esercitare in un sistema fondato sul presupposto di un’equa e intelligente computazione del dare e dell’avere”.

Ma allora come ci si dovrebbe comportare?

“Intende dire come comportarsi da qui in avanti? Come interpretare il dramma economico, a seguito della tragedia umana che ci è stato dato di vivere, nel rispetto del criterio del denaro e nella consapevolezza dell’opinabile, lacunosa, micragnosa giustizia dispensata dal suo canone?

Difficile davvero quantificare (anche a grandi linee) il credito accumulato nei confronti della collettività da chi ha potuto e dovuto lavorare nel periodo della grande paura, autotrasportatori e operatori dell’agricoltura (un’attività mortificata, da lungo tempo negletta) che ci hanno tenuto in vita, consentito di alimentarci, restare a casa in un clima di ozio più o meno operoso, di una noia pur sempre preferibile alla diretta esposizione a una malattia sconosciuta, subdola, spesso mortale. Per non parlare dei medici e di tutti gli operatori della sanità che hanno accudito i nostri cari, li hanno visti guarire o morire al posto nostro, si sono ammalati e sono caduti sul lavoro sottoponendosi a orari e fatiche inenarrabili”.

Ci sono persone che meriterebbero pienamente la nostra riconoscenza.

“Quale la giusta ricompensa (in denaro?) per chi ha avuto il singolare privilegio di essere indispensabile, di aver offerto agli altri la possibilità di sopravvivere o di continuare a vivere nelle proprie case in modo relativamente normale?

Non si tratta di commuoversi o di fare appello al buon cuore, né di credere che l’umanità possa uscire migliorata, spiritualmente elevata ed emendata da un’avventura del genere. Ha senso piuttosto tener conto della capacità degli uomini di lottare, combattere e vincere, soprattutto quando la posta in gioco è alta. Della loro attitudine a cogliere certe opportunità, di un senso pratico di cui hanno mostrato di essere dotati da tempo immemorabile. Siamo animali evoluti, con un vasto patrimonio di esperienze complesse, adatti a riflettere e compiere scelte sulla base di quanto ci è accaduto”.

ABBIAMO BISOGNO DI FATTI, NON DI MONETA

Cerchiamo di essere propositivi. Sulla base della sua vasta esperienza, come suggerirebbe di agire?

“Ecco allora una proposta cui le caratteristiche del contesto dovrebbero togliere ogni nota di eccentricità. Venga subito varata - a livello planetario, o in subordine, europeo (Ue) - una moratoria di tutti i pagamenti in denaro in qualsiasi forma (a mezzo contanti, carte di credito, assegni, bonifici, qualunque strumento finanziario). Una follia? Occorrerebbe semplicemente che tutti continuino a fare quel che fanno senza pretendere moneta in cambio: siamo tutti fornitori di beni e servizi, tutti datori o destinatari di qualcosa, poco o tanto, a seconda delle circostanze. Lo stato delle cose non cambierebbe: alcuni (nei settori essenziali) continuerebbero a poter e dover lavorare molto, altri molto meno, altri ancora per nulla.

La conseguenza sarebbe che, terminata l’emergenza, la frazione della collettività che ha lavorato e prodotto di più si troverebbe a essere creditrice della parte della comunità temporaneamente (e necessariamente) meno operosa. E con ciò? Nulla di nuovo sotto il sole rispetto alla situazione attuale. La differenza? Si lascerebbe al tempo, fino all’avvento di un futuro che tutti si augurano migliore, il compito di trovare la soluzione non traumatica - e non monetaria - per consentire alla parte debitrice di ricompensare la parte creditrice della società. Un problema che, come sottolineavo, si porrebbe comunque sul piano morale più che su quello economico”.

Può fare qualche esempio?

“No a pagamenti, no alla contabilizzazione di debiti e crediti, no a speculazioni e fallimenti, no a licenziamenti, sì alla “cristalizzazione” di conti economici e stati patrimoniali individuali e aziendali. Dovremmo forse aver paura di qualcuno che fa incetta di pane, pasta e pomodori al supermercato, sigarette alle tabaccherie, medicinali alle farmacie? Sotto questo aspetto, dovrebbe tranquillizzare non poco il modo composto in cui la grande maggioranza dei cittadini ha reagito alle nuove, dure, regole della convivenza.

PENSIAMO A MENTE LIBERA

Proviamo a pensarci a mente libera (la “nuova mentalità” di cui, non senza un accento retorico, siamo stati invitati ad attrezzarci?). Questo modo “eclettico” di affrontare l’emergenza – un metodo che, per certo, ridurrebbe drasticamente ruolo e intervento delle istituzioni finanziarie, della Banca centrale europea e dell’apparato politico-amministrativo di Bruxelles – non avrebbe solo l’effetto di rasserenare tutti coloro che temono giustificatamente di perdere la loro impresa o il loro posto di lavoro. Si otterrebbero infatti altri due vantaggi”.

Vantaggi? Questa sì è una buona notizia…

“Sì… Innanzitutto si eliminerebbe alla radice il rischio di un focolaio inflazionistico conseguente alle massicce emissioni di base monetaria cui si vedrebbe costretta la BCE (un pericolo probabilmente tenuto in gran conto da una Germania ossessionata dallo spettro dell’iperinflazione della repubblica di Weimar, e che davvero sarebbe il caso di non sottovalutare: una massa cospicua di liquidità in circolazione dopo un periodo non breve di calo o crollo di tante produzioni potrebbe sfociare in un forte squilibrio tra domanda e offerta e in un aumento generalizzato dei prezzi).

Il secondo effetto apprezzabile sarebbe quello di riuscire a dar luogo al grande esperimento sociale di un’economia non monetaria (più propriamente, postmonetaria). Ne sortirebbe un momento di serena e profonda riflessione sul carattere intimamente “extraeconomico” della moneta, sul suo aspetto di “sovrastruttura” del fatto economico, su limiti e difetti di uno strumento mai analizzato in modo articolato e abbastanza critico poiché supposto perfetto, immodificabile (e per davvero, nella sua sostanza, non modificabile): uno strumento che ci ha dato tanto, che ci ha consentito di progredire, di essere spigliati e veloci in molte circostanze, ma che come qualsiasi altro oggetto sociale potrebbe giungere prima o poi al tramonto del suo ciclo di vita”.

Fino ad oggi però è prevalso il timore di svantaggi

“Alla misura in cui moneta e finanza possono causare problemi di non facile soluzione si è assistito in occasione della crisi del 2007/8, uno shock che una frazione rilevante del mondo non ha superato del tutto a distanza di oltre un decennio, e ciò nonostante vi siano stati uomini che, per attenuare il danno, si sono ingegnati di utilizzare al meglio tutto l’armamentario messo a disposizione dal mondo del denaro. Doveroso, al riguardo, citare Mario Draghi, che da presidente della BCE ha dato prova del massimo livello di competenza tecnica e coscienza sociale esprimibile dal ceto finanziario. Detto per inciso, non a caso nel suo recente discorso al Financial Times – un’arringa da uomo di Stato – non ha esitato a far capire come moneta e istituzioni finanziarie, per poter essere utili in questo frangente, dovrebbero spogliarsi in buona parte delle loro caratteristiche costitutive e comportamentali, quasi fino a snaturarsi del tutto.”

Si sente dire spesso “nulla sarà come prima”. E’ d’accordo?

“Si provi a dare un significato concreto a espressioni un poco abusate come “nulla sarà come prima”. L’apertura della parentesi di un’economia postmonetaria comporterebbe non solo l’esplicita presa d’atto che è in crisi un intero sistema, ma anche la piena consapevolezza che una crisi di qualunque natura è in agguato, sempre. Sia chiaro anche che, più che un modello di vita, è in affanno il modello finanziario che lo sostiene, l’impianto monetario che ne è un corollario senza esserne requisito indispensabile. Pensando al dopo, lo ripeto, l’aspirazione a un’umanità diversa – a uomini migliori, più buoni – assomiglia a un’utopia, soprattutto nell’immediato.

Diverso, plausibile, è ambire a una società capace di ragionare sulle proprie esperienze, farne tesoro e agire di conseguenza. Razionalmente, egoisticamente. In sostanza, l’aspirazione a una società tecnicamente e mentalmente meno condizionata dal denaro è un obiettivo più realistico. Una società un po’ più giusta – dove la leadership aziendale, politica ed economico-monetaria non sia prevaricazione o non tenda automaticamente a esserlo – è a portata di mano. Potremmo anche considerarlo un passo in avanti, chiamarlo progresso, un fenomeno a cui tutto sommato siamo abituati da millenni”.

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