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Accordo Israele Emirati Arabi Uniti: il nemico del mio nemico è mio amico.

Un vecchio detto arabo recita: “il nemico del mio nemico è mio amico”. All’accordo di normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, concluso con la mediazione degli Usa, al momento non è possibile attribuire una lettura ulteriore. Ciò che ne emerge, nel breve termine, è un’alleanza tattica sul concetto che serve un cuscinetto di contenimento regionale contro la crescente influenza iraniana nella mezzaluna sciita. Ma per il Presidente Usa Donald J. Trump impegnato nella campagna per la rielezione, ed il Premier d’Israele Benjamin Netanyahu, logorato dalle tensioni interne alla coalizione di governo, è un clamoroso successo internazionale che stabilizza la politica interna rafforzandoli nelle rispettive posizioni.

Gli Emirati Arabi Uniti sono la terza nazione araba - dopo l'Egitto nel 1979 e la Giordania nel 1994 - a stabilire relazioni diplomatiche ufficiali con Israele. In cambio della distensione con gli Emirati, Netanyahu ha dovuto annunciare la sospensione dei piani di riannessione di Giudea e Samaria. Per l’analista Israele di Italia Atlantica Niram Ferretti si tratta di un prezzo assai alto: “Israele, dietro pressione americana, ha ceduto, come ha già ceduto in passato con gli Accordi di Oslo del 1993-1995 e lasciando Gaza nel 2005”. “Certamente si tratta di casi diversi, scrive Ferretti, ma fino a un certo punto. Allora si trattava di terra in cambio di pace (mai arrivata), qui si tratta di rinunciare a un diritto legittimo e riconosciuto per la prima volta da un presidente americano, […] in cambio di un rapporto più disteso e proficuo con gli Emirati, di una promessa di amicizia”. Va però detto che il riconoscimento di Israele da parte degli Emirati abbatte un muro. Per 70 anni le monarchie arabe sunnite sono state ostili alla legittimità esistenziale di uno Stato ebraico su una terra considerata Islam. Aver trasformato un conflitto esistenziale in un conflitto territoriale è un risultato notevole, che rafforza le prospettive del piano di pace Usa presentato a gennaio, che faceva proprio del riconoscimento della legittimità esistenziale di Israele un pilastro della futura pace.

Secondo il direttore del think tank Italia Atlantica, Bepi Pezzulli: "Questo è un successo personale del Presidente Donald J. Trump, la cui Amministrazione ha costruito una politica estera per il Medio Oriente attorno all’alleanza tattica con l’Arabia Saudita a sostegno della linea dura contro l’Iran." Pezzulli nota che “la coalizione anti-iraniana in Medio Oriente si è notevolmente rafforzata da quando gli Usa per volontà di Trump si sono ritirati dal disastroso accordo nucleare JCPOA”. Trattative segrete tra Israele e gli Emirati erano in corso da 2 anni. Il Segretario di Stato Mike Pompeo, ed il Consigliere per il Medio Oriente Jared Kushner hanno condotto un’operazione di diplomazia sotterranea con lo sceicco Mohammed bin Zayed, il Principe ereditario di Abu Dhabi, per impedire che i rispettivi falchi interni potessero sabotare l’accordo, che ha ricevuto il nulla osta dell’Arabia Saudita, in persona di Mohammed bin Salman, attivo da dietro le quinte.

Il piano di pace Usa ha così guadagnato momentum e credibilità. Ma c’è di più. Washington ha ottenuto una spaccatura del mondo islamico; alla faglia verticale tra Sunniti e Sciiti, hanno aggiunto una faglia ortogonale, creando una divergenza d’interessi tra le monarchie arabe e la Turchia, ottomana, sunnita, alleata all’Iran, da tempo in rotta di collisione con gli Usa e presenza scomoda nella Nato. L’analista Usa indipendente Amy K Rosenthal sottolinea: “Mediando l’accordo, gli Usa hanno dimostrato di essere capaci di esercitare influenza regionale, mandando un messaggio alla Russia e alla Cina, che hanno tentato di invadere il ruolo di Washington nel Medio Oriente”.

Israele ha invece incassato il dividendo di una preziosa convergenza d’interessi. Gli Stati arabi hanno ora derubricato la questione palestinese a una distrazione dalla loro immediata preoccupazione di contenere l'Iran. L’Autorità Palestinese è ora isolata nel mondo arabo. Tale prospettiva potrebbe accelerare la caduta della logora leadership di Abu Mazen in favore di una nuova generazione più interessata alle libertà e al benessere che alle terre.

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