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Lo sguardo libero
Superlega, Agnelli, Perez e gli stakeholders: s'imponga un tetto agli ingaggi

Un bell’esempio di democrazia della Vecchia Europa. I tifosi, i capi di Governo, i media, i più coraggiosi tra gli allenatori e i calciatori stoppano il maldestro progetto di Superlega di calcio. La ragione sostanziale del no è che si trattava di un disegno anti-meritocratico: in democrazia e nello sport vince il più bravo, non chi paga. Lo si dica subito: niente penalizzazioni sportive, rancori, vendette. Solo chi non fa nulla, non sbaglia. Nessuno è stato offeso o toccato nelle sue cose. Esemplari Arsenal e Liverpool (“Abbiamo fatto un errore e ce ne scusiamo”) e Aleksander Ceferin, numero uno dell’Uefa: “Ammirabile ammettere un errore”.

Tuttavia, sorprende che i fautori del piano, a iniziare da Andrea Agnelli a Florentino Perez, non abbiano considerato gli stakeholders, cioè i fornitori di interesse: tifosi, calciatori, fornitori, gruppi televisivi, media, istituzioni calcistiche e no, dal Comune dove sorge lo stadio allo Stato cui si pagano le tasse. Come sa qualsiasi amministratore delegato o manager, quando si realizzano grandi operazioni e imprese, è bene tener conto e valutare le reazioni degli stakeholders, anzi in alcuni casi è meglio coinvolgerli, tramite iniziative varie, dagli incontri pubblici ad attività di marketing e comunicazione.

Tutti d’accordo: adesso si colga l’occasione per salvare il calcio. Uefa e Fifa non ne approfittino per non riconoscere i propri errori. Il fair play finanziario così come finora applicato non funziona. Un’azienda, che non è eterna, per vivere deve essere sostenibile e generare reddito. Sono 2,7 MLD i debiti delle 12 squadre che avevano aderito al progetto di Superlega (fonte: Kpmg Football Benchmark, 30 giugno 2020). Che cosa fa una azienda con l’acqua alla gola? Se necessario cambia strategia, si riorganizza, rafforza il suo patrimonio, taglia i costi. Vitale è imporre un tetto agli ingaggi, che riguardi tutti, anche le proprietà arabe, cinesi e statunitensi. Si intervenga anche in altri ambiti. Oggi la disintermediazione vige in più settori: una persona, se vuole risparmiare, tramite Internet acquista un’assicurazione, un viaggio, un fondo d’investimento, senza recarsi in agenzia. Perché una squadra di calcio oltre ai sette milioni di ingaggio a un top player, ne deve dare uno o due o tre al suo procuratore?  Esistono gli studi legali, che sono meno costosi. Lo Stato non può moralmente aiutare un’organizzazione che paga tre milioni a un intermediario o che si indebita all’infinito rinviando la soluzione o sperando in un miracolo.

Sì anche a una Europa League allargata, il cui accesso sia meritocratico e che tuteli gli interessi di tutti. Un po’ di coraggio anche da parte dei protagonisti diretti, calciatori, dirigenti, allenatori, che si immagina abbiano idee in proposito, al pari di un architetto, avvocato o medico della sua professione. Possibile che solo qualcuno, a iniziare da Roberto De Zerbi, allenatore del Sassuolo, abbia palesato la sua opinione.

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