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Politicamente scorretto
Coronavirus - il muro del virus, il muro della globalizzazione
Fonte Mediasetplay
"Il muro del virus", così è stata intitolata la fotografia scattata nei giorni scorsi, in cui vengono ritratte una figlia che, dalla strada, saluta la madre affacciata alla finestra, ricoverata in una casa di risposo del milanese.

Per le stringenti norme emanate per contrastare l'epidemia da coronavirus, anche la visita ai propri congiunti residenti nelle rsa, è alquanto contingentata.
Un'immagine struggente, espressione del profondo affetto che lega una madre a una figlia; un sentimento ostacolato dall'epidemia; un sentimento che supera il muro di recinzione.
Uno scatto di vita quotidiana ai tempi del coronavirus, parafrasando i romanzi storici che ci raccontano le temibili pandemie pestinenziali.
Ma quel muro che impedisce di abbracciarsi madre e figlia, non è il muro del virus.
E' il muro della globalizzazione moderna.
Una globalizzazione descritta come la più grossa rivoluzione in fatto di libertà di movimento, di espressione economica, di conoscenza.
 
Panzane.
 
Una narrazione "mainstream", che l'epidemia da coronavirus ha smascherato.
Come durante i conflitti armati, più dei conflitti armati continentali, la circolazione delle persone, con la globalizzazione è diventata parossistica.
Una movimento di milioni di persone senza alcun controllo sanitario e senza più alcun controllo reale ed efficace da parte delle, ormai "effimere" frontiere.
Una psuedo libertà che cela (meglio dire, celava) sistemi dittatoriali dove i controlli igienico sanitari erano pressoché assenti; dove i diritti dei lavoratori erano immolati sull'altare del profitto assoluto e imperante; dove le notizie, nell'era del web, circolano in un click, ma che sono più manipolate, e secretate del secolo scorso.
 
Le "armate del mainstream mediatico" sotto la guida dei poteri globalizzatori, per anni hanno tacciato di razzismo ogni voce dissonante del coro "melodioso" della mondializzazione.
Dando voce ai certi governanti e ai loro progetti impregnati di estremismi ideologici, è stato eliminato il diritto-dovere di vera informazione che tuteli i governati.
Un principio fondamentale sancito da innumerevoli carte costituzionali di molti Paesi democratici.
Un concetto raccontato magistralmente dalla pellicola The Post.
I protagonisti, Tom Hanks e Merryl Streep, interpretano il direttore e l'editore del giornale statunitense, Washington Post che pubblicò centinaia di file secretati da diverse amministrazioni americane inerente alla guerra in Vietnam.
 
Quel giornale (che successivamente fece esplodere lo scandalo Wategate che portò alle dimissioni del Presidente Nixon), fece crollare il muro omertoso della falsa informazione per difendere "la ragion di Stato".
L'epidemia da coronavirus, sta demolendo il "muro dell'omertà" eretto e rinforzato negli ultimi due decenni, dalla globalizzazione selvaggia.
Un muro costruito con i materiali ideologici che portano all'edificazione di un muro di cemento e mattoni crollato 30 anni fa, che divise il mondo in due blocchi contrapposti.
 
Le verità nascoste in quegli anni, sono ormai di dominio pubblico; le verità di oggi, celate per troppo tempo, sono state manifestate al mondo da un agente patogeno che minaccia la salute e la vita delle persone, tanto quanto la causa che lo ha generato.
Sconfiggere il Covid 19 è tanto importante, quanto sconfiggerne la causa che lo ha fatto espandere sul Pianeta.
Se non viene sconfitta l' estremizzazione imperante, altri virus letali circoleranno senza ostacoli; altri pericoli per l'umanità, non di natura patogena, ma economica e sociale continueranno nella loro opera distruttiva. 
La scienza medica ha il compito non facile di trovare cure e antigeni per il virus; l'informazione libera e la buona amministrazione ha il compito di sconfiggere le estremizzazioni globalizzatrici che mettono a repentaglio l'esistenza del genere umano.
Un compito arduo che solo veri statisti di elevato livello potranno attuare con la costante attenzione di una libera stampa che si ispiri e segua le orme del "Washington Post" del 1971/72. 
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