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La Procura di Roma: libertà d'insulto sui social network

La Procura di Roma offre un sorprendente avallo all’insulto sui social network. È questo l’indiretto risultato di una richiesta di archiviazione per un procedimento su un caso di diffamazione online. L’ufficio della pubblica accusa della Capitale infatti ha ritenuto di non dover mandare a processo un indagato, accusato di avere pesantemente diffamato una ex amica attraverso il suo profilo Facebook, e ne ha chiesto il proscioglimento al Giudice per le indagini preliminari.

La giustificazione del pubblico ministero? “La generalità degli utenti di Internet non dà peso alle notizie che legge” si legge nella richiesta di archiviazione, secondo quanto riporta oggi il quotidiano Il Messaggero. E anche: “La diffusione sui social di frasi denigratorie costituisce un modo efficace di sfogare la propria rabbia e frustrazione a seguito di fatti o di condotte che colpiscono particolarmente un soggetto che ha necessità immediata di esternare il proprio pensiero”.

Il caso vede contrapposti la querelante, una ragazza romana, e un suo ex amico. Per lunghi mesi, nei suoi post, lui l’ha definita “una bipolare che si imbottisce di psicofarmaci”. Non pago, ha aggredito verbalmente anche il padre di lei, descrivendolo alla stregua di un alcolizzato che maltratta la figlia, ma anche come “un cocainomane”. Lo scorso 19 febbraio, sempre secondo Il Messaggero, il ragazzo avrebbe pubblicato online una specie di lettera aperta alla madre dell’ex amica: “La colpa dei malesseri di tua figlia” si legge “non è mia, ma tua e di suo padre. L’avete trascurata e maltrattata”. La gragnuola dei post offensivi è continuata per mesi.

La ragazza ha atteso a lungo che l’attività denigratoria si interrompesse. Poi, giustamente stanca di tanta negatività e delle offese pubblicate, ai primi di novembre ha querelato l’ex amico. Soltanto 13 giorni dopo, a sorpresa, è arrivata la richiesta di archiviazione. Secondo il pubblico ministero, infatti, la notizia di reato "è infondata, perché quanto si scrive su Facebook non ha portata diffamatoria agli occhi di terzi".

Nella motivazione si legge anche che "i social sono popolati dai soggetti più disparati che esternano il proprio pensiero fuori da qualsiasi controllo e senza l'autorevolezza delle testate giornalistiche e di fonti accreditate". Il pm si dice convinto, insomma, che nell'online “le espressioni denigratorie godono di scarsa considerazione e credibilità, e non sono idonee a ledere la reputazione altrui”.

In definitiva, secondo la Procura di Roma, "non si deve dar peso a ciò che si legge sui social".

Il paradossale risultato dell’assunto è che, se fosse confermato da un giudizio, offrirebbe al colossale traffico di scritti che passa attraverso l’online un insindacabile arbitrio. Il risultato concreto della pronuncia giudiziaria, però, non sarebbe la piena libertà di espressione garantita dalla Costituzione, ma la jungla. Ancor più di quanto già oggi vi accade, chiunque potrebbe scrivere qualunque cosa di tutti, senza alcun freno inibitorio. Offese e calunnie avrebbero anche l'avallo della giustizia.

In realtà, l'articolo 595 del Codice penale stabilisce che la diffamazione consiste nell'offesa all'altrui reputazione "fatta comunicando con più persone", e aggiunge che "se l'offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516". A occhio, l'espressione "qualsiasi altro mezzo di pubblicità" dovrebbe significare proprio questo: qualsiasi altro mezzo, inclusi ovviamente i giornali (di carta e online) e i social network. Quindi non esiste (meglio: non dovrebbe esistere) alcun porto franco...

C’è da sperare che un giudice intervenga presto sul caso. Del resto, sulla richiesta di archiviazione si dovrà pronunciare proprio il giudice delle indagini preliminari, visto che la ragazza si è (giustamente) opposta. La giovane ha dichiarato al Messaggero: “Trovo assurda la richiesta del pm, in questa vicenda siamo al limite dello stalking”.

Come darle torto?

 

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