Fin da giovanissimo – molto prima di aver compiuto la sua epica traversata nel 1974 su un cavo metallico teso tra le Torri Gemelle del World Trade Center – Philippe Petit si è avventurato lungo i confini poco noti della ricerca di conoscenza e perfezione, che lui stesso ha intrapreso da autodidatta. Intuito, improvvisazione, osservazione, passione sono gli spunti primari che alimentano il suo lungo e frenetico percorso di creatività. Ma anche rigore, controllo, dedizione totale. Per Petit, l’invito a creare partendo dal caos e dalla ribellione sfocia inevitabilmente nell’ordine, indispensabile per definire ogni programma. Servendosi di esempi dal vivo, ispirati ai suoi personalissimi processi creativi (disegno, dimostrazioni, partecipazione dell’uditorio, proiezioni di video, persino trucchi di magia), Petit inviterà gli spettatori a trovare la propria strada per varcare le porte da lui dischiuse.
IL NUOVO LIBRO
Philippe Petit
Creatività
Il crimine perfetto
Ponte alle Grazie
pp.240 – 18,00 euro
In libreria da settembre
IL LIBRO
Il 7 agosto 1974 Philippe Petit realizza un’opera d’arte unica nella storia: camminare su un cavo teso tra le due Torri gemelle del World Trade Center di New York sospeso a oltre quattrocento metri di altezza, lasciando a bocca aperta il pubblico che, naso all’insù, ebbe la fortuna di assistere al suo magnifico spettacolo. Questa impresa, condotta nella piena illegalità, fu il frutto di una preparazione di anni, in cui Petit, deciso a mettere a segno il gran «colpo», lavorò ogni giorno per lanciare la sua sfida all’Impossibile.
Quarant’anni dopo, con alle spalle numerose performance artistiche d’eccezione, e davanti a sé chissà quali altri strabilianti progetti, Philippe Petit affida a questo libro le sue riflessioni sul processo creativo che precede ogni sua opera. Indomito e anticonvenzionale, Petit ha fatto suo lo slogan «La creatività è illegale», convinto che colui che crea debba essere un fuorilegge, «non nel senso criminale, ma come un poeta che esercita la ribellione intellettuale». La sua arte, le sue grandi imprese, quindi, sono il «crimine perfetto», realizzabile solo attraverso una disciplina e un allenamento tra i più ferrei. Tra queste pagine Petit chiama il lettore a essere suo complice: gli svela i suoi trucchi, gli dà consigli e, ciò che più conta, lo incita a esplorare il suo personale campo di «delinquenza» intellettuale o artistica, perché ognuno di noi ne ha uno, basta solo capire qual è!
L’AUTORE
Nato in Francia, Philippe Petit ha scoperto la magia e la prestidigitazione quando era ancora un bambino e ha mosso i primi passi sul filo a sedici anni. Autodidatta, si è fatto espellere da cinque scuole. Ha imparato a cavalcare, a tirare di scherma, ad arrampicarsi, a disegnare; si intende anche di falegnameria (ha costruito, tutto da solo, un granaio sulle Catskill Mountains utilizzando la tecnica e gli attrezzi dei carpentieri del Diciottesimo secolo) e ha studiato persino l’arte della tauromachia. È sui marciapiedi di Parigi che è diventato un artista di strada, dando vita a quel personaggio folle, brillante e silenzioso con cui ancora oggi intrattiene il suo pubblico. Da oltre trent’anni ormai vive a New York ed è Artist-in-Residence presso la cattedrale di Saint John the Divine, la più grande chiesa gotica del mondo.
La sua decennale attività di funambolo conta oltre ottanta esibizioni in tutto il mondo, tra cui la più celebre, al centro di un libro Toccare le nuvole (Ponte alle Grazie, 2003) che nel 2008 ha ispirato un documentario (Man on Wire per la regia di James March), è stata quella tra le Torri gemelle del World Trade Center nel 1974. Nel 2009 Ponte alle Grazie ha riproposto la nuova edizione del suo saggio-cult, Trattato di funambolismo.
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Nel funambolismo c’è un che di magico e, sicuramente, di metafisico e filosofico, forse molto più che in altre discipline circensi. Da qui ecco il personaggio del funambolo filosofo: Andrea Loreni non è solo artista di strada, perché per lui camminare sul filo racchiude in sé pensiero e tecnica, concretezza e astrazione. La conoscenza può essere davvero rischiosa e meravigliosa insieme, può elevare a grandi altezze, ma bisogna essere in grado di sapersi muovere là in alto, o per lo meno avere il coraggio di recarsi fin là: “Così come il sapere mi ha spinto a studiare filosofia, allo stesso modo il cavo a grandi altezze è per me ricerca di equilibrio e di conoscenza: prima di te stesso e poi, tramite quello che di te condividi con gli altri, conoscenza del resto degli esseri e infine dell’Essere in generale”. All’università si è laureato in filosofia teoretica, ma i semi erano già insiti nel suo essere da tempo, dagli anni del liceo: “Il professore di filosofia che ho avuto per due anni, Franco Bisio, mi ha segnato: con l’esempio mi ha fatto apprezzare la cultura e l’amore per la Conoscenza”.
Un sapere a tutto tondo, culturale, lo si può fare sui libri ma senza l’esperienza resta incompleto, bisogna anche provare, toccare, vedere, percorrere una strada. E qui, alla lettera, Andrea Loreni rimane affascinato dall’arte di strada, la cui origine è da ritrovarsi nell’infanzia: “Da ragazzino vidi un giocoliere in tv e guardando bene capì come far girare tre palline. Quest’abilità, come un seme, rimane lì incustodita per lungo tempo. Valutando ora mi rendo conto che l’esempio di lavoro offerto dal mio contesto sociale non mi aveva mai convinto ed è stato un altro aspetto che mi ha avvicinato all’arte di strada. Infatti assistendo ad uno spettacolo in strada a Milano rimasi interessato dalla novità che un simile “lavoro” poteva rappresentare: è uno scambio onesto in cui l’artista dà ciò che vuole e il pubblico restituisce quello che gli sembra giusto”. Ad affascinarlo quindi non è solo la tecnica, ma anche il sentimento, l’umanità, come dice lui stesso: “E’ richiesta onestà e responsabilità da entrambe le parti. Inoltre, e soprattutto, lo scambio include del materiale emotivo. Le tecniche circensi sono un mezzo per la comunicazione tra l’artista e il pubblico, in un attimo si abbattono delle barriere in altri contesti invalicabili”.
La traversata di Pennabilli ha chiaramente dimostrato che nulla è invalicabile, se si ha la forza o la curiosità di intraprendere una strada. Forse sono solo le emozioni che rischiano di essere invalicabili, soprattutto quando mettono in gioco più individui: “Mi viene in mente la traversata dell’Arco Olimpico di Torino: finito il mio transitare sul cavo mi raggiunge col cestello un gruista per portarmi giù, e io in preda alla solitudine che ti cade addosso sul cavo l’ho abbracciato teneramente. Se lo avessi abbracciato per strada avrebbe ricambiato un po’ timidamente come ha fatto o mi avrebbe allontanato con modi bruschi tipici dell’uomo che manovra macchine enormi”.
Il primo passo in cielo, o forse un po’ più basso, comunque dove noi altri esseri umani non siamo ammessi, avviene anche grazie a un amico: “Antonio è un amico, esperto arrampicatore, che agli inizi mi incitava. Mi rivolgevo a lui per le domande tecniche e lui mi rispondeva “si, è possibile”, infatti fu lui che mi trovò un prato con alberi dove montai il mio primo filo alto. Lui abita in Valle d’Aosta e fu lì che iniziai: lunghezza del cavo 36 metri, altezza massima 6 metri. Tra quegli alberi, là nel comune di Guaz, avvenne la prima di ARIA n°3, uno spettacolo di funambolismo e danze aeree in compagnia delle Baccanti”. Poi sempre più su, sempre più sete di conoscenza, sempre più necessità di respirare un’aria diversa: “Attraversai il fiume Po vicino a Torino, altezza 12 metri e lunghezza 120 metri. Capii subito che la sfida era allenarsi su un cavo, magari a 6 metri, ma per prepararsi a qualsiasi altezza. Poi ci furono i 25 metri dell’Arco Olimpico, i 40 metri di Firenze, e i 90 metri di Pennabilli. Ora mi alleno su un cavo alto 2 metri inclinato e molto molle. Mi preparo al peggio meglio che posso”.
“La tecnica è tanto imprescindibile quanto semplice. Camminare su un filo non è un obbiettivo complesso, il difficile è farlo a 50 o 90 metri, è una situazione del tutto innaturale, sono richiesti concentrazione e nervi saldi. Io mi alleno soprattutto per la saldezza dei nervi, ricerco con piacere la capacità di concentrazione; e tuttavia questi sono mezzi che mi permettono di provare ciò che provo sul cavo, di conoscere nuove dimensioni, di poter guardare più a fondo nei volti delle persone che mi aspettano all’arrivo, di vedere i loro occhi più profondi e i loro sorrisi più luminosi”.
Ma che cosa succede lassù? “Succede di tutto eppure regna la calma. Non ci sono scelte possibili eppure vivo la libertà più ampia. Succede che i pensieri passano ma non attaccano, le emozioni trattengono il fiato per esplodere all’arrivo, quando finisce l’apnea. Ho tremato dal terrore e ho pianto dalla gioia, ho visto le cose con colori più vividi, ho incontrato sguardi profondi, ho riso con il miglior sorriso guardando il cielo negli occhi”.
E vengono in mente queste parole: “Chi è fiero della propria paura osa tendere cavi sui precipizi; si lancia all’assalto dei campanili; allontana e unisce le montagne. Ecco il viaggio da fare: alzati quando il filo si mischia alla carta del cielo”. Le ha scritte un altro funambolo filosofo, Philippe Petit.








