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L’io non esiste di Gianni Pardo

di Gianni Pardo

Un lungo divertimento ai margini della filosofia e della psicologia. Soltanto per chi ha tempo ed ama queste cose. Naturalmente non sono certissimo delle mie idee, ma è un’occasione per discutere con gli amici.
Si comincia con l’intervista al prof.Metzinger, che ha dato origine allo scritto.

 
L’io non esiste
 
Die Zeit: Professor Metzinger, lei dice che il mio io non esiste. Ma non è possibile: io sto seduto di fronte a lei, respiro, percepisco il mio corpo, ho la mia concezione della vita e i miei pensieri…

Thomas Metzinger: È naturale che lei abbia il sentimento di un io, ma ciò appartiene soltanto ad un modello prodotto dal cervello. Ed esso percepisce sé stesso più o meno come se noi fossimo un piccolo omino che siede dietro gli occhi e che da lì guarda fuori al mondo. A noi appartiene il corpo, un volume nello spazio e una piccola frontiera verso l’esterno. Questo è il sentimento di base che a volte ci comunica il cervello: quello di essere qualcuno.

Die Zeit: A volte? Io mi sento proprio me stesso per tutto il tempo…

Metzinger: Veramente? Ma in realtà ciò non è niente di durevole, nessun’anima o qualcosa di simile, come sempre noi immaginiamo. E piuttosto un genere di simulazione passeggera. Nel sonno senza sogni, per esempio, non esiste una cosa del genere. E in sogno si attiva spesso un modello di io del tutto diverso, il quale per esempio può volare, e tuttavia nello stesso tempo ha gravi vuoti di memoria e non è in grado di guidare la propria attenzione.

Die Zeit.: Se ci si immagina il proprio io tanto vividamente, perché lei è arrivato alla conclusione che forse esso potrebbe anche non esistere?

Metzinger: Ci sono indicazioni che parti del nostro io corporeo potrebbero essere innate. Questa immagine del corpo sarebbe in questo caso stabilita geneticamente e potrebbe essere attiva anche quando il corpo è incompleto. Molti bambini, che sono nati senza braccia o senza gambe, hanno ad esempio la sensazione di membra-fantasma. Sentono d’avere mani, come se le avessero, anche se non ne hanno e non le hanno mai avute. È molto chiaro che la nostra coscienza dell’io non è in contatto diretto col nostro corpo. Il neuropsichiatra Peter Brugger ha inserito una paziente senza membra nello scanner e l’ha pregata di toccarsi i pollici, che naturalmente lei non ha, con le sue dita-fantasma, uno dopo l’altro. E improvvisamente nel cervello si sono attivate alcune zone: il modello dell’io. E se queste aree erano poi eccitate con stimoli magnetici dall’esterno, si provocavano nella donna sensazioni di movimento e sensazioni dolorose nelle sue dita inesistenti.

Die Zeit:. Ma questo riguarda soltanto il piano corporale. Che diciamo del sentimento dell’io?

Metzinger: C’è per esempio una malattia estremamente rara, nella quale i pazienti sono seriamente convinti che essi stessi non esistono. A parte questo, essi possono pensare con perfetta chiarezza. Si può discutere con loro di queste cose con molta competenza, spiegare loro che essi ascoltano, parlano e per questo devono pure esistere, ma essi sono del tutto sordi a simili argomenti. In questi pazienti appare chiaro che una parte del modello dell’io è venuta meno. La fiducia emozionale nell’io.

Die Zeit:. Tutto ciò lei lo descrive anche nel suo libro “il tunnel dell’io”.
Metzinger: Già, si tratta anche della mia teoria del modello dell’io. Ho provato per la prima volta nella mia vita a scrivere un libro comprensibile, un’esperienza totalmente nuova!
(Traduzione dal tedesco da Gianni Pardo)
(In inglese, su youtube, lo stesso Metzinger: there´s no such thing as the self https://www.youtube.com/watch?v=ZFjY1fAcESs)
 
CONSIDERAZIONI DI UN PROFANO
 
Nella sostanzializzazione dell’io (o ipostasi dell’io che dir si voglia, così il correttore automatico non mi sottolinea la parola in rosso) c’è sicuramente un errore. L’io non è qualcosa di separato dal corpo, e che abbia una sua sostanza diversa da quella del corpo. Prova ne sia che se il corpo non funziona – e a fortiori se è morto – l’io non esiste. Del resto lo stesso filosofo Metzenger cita opportunamente lo stato di sonno senza sogni, in cui siamo certamente vivi ma il nostro io non esiste. Dunque non esiste affatto un “qualcosa” che sia l’io, anche se questa idea ha fatto nascere il concetto di anima.
Un’indicazione fondamentale su ciò che stiamo cercando di conoscere ce la fornisce la stessa Die Zeit quando definisce il filosofo: “ein weltweit anerkannter Bewusstseinsforscher”, cioè un ricercatore della coscienza di riconosciuto valore mondiale”. Infatti si può stabilire un’identità fra “io” e “coscienza”. Questa, a sua volta, si qualifica come conoscenza di un conosciuto da parte di un conoscente (cum-scientia). E tutte e quattro le parole – coscienza, conoscenza, conoscente e conosciuto – cominciano con “co” (dal latino “cum”) e rimandano al dualismo del fenomeno. Il conoscente conosce qualcosa ma nel frattempo conosce anche la propria esistenza, la propria “soggettività”, potremmo dire. L’io è contemporaneamente conoscenza di sé e di un oggetto. A volte l’oggetto è lo stesso “sé”, e infatti si parla di riflessione , con un termine di ottica che indica questa andata-ritorno, e che si ritrova anche nella parola speculazione. E quel sé lo si chiama “io”.
L’idea dell’io come di qualcosa di separato – o addirittura di separato e immortale, l’anima – nasce dalla convinzione che se c’è qualcosa che è conosciuto, ci deve essere necessariamente qualcuno che conosce. Cosa vera. Ma nulla indica che il conoscente debba necessariamente essere qualcosa di diverso dal conosciuto. Infatti il conoscente può anche conoscere sé stesso: esattamente come quando ci si guarda allo specchio e si dice: “Quello sono io”. Anche se in realtà non si tratta di “quello”, cioè qualcuno che sta fuori e lontano da noi. Nello stesso modo, quando si dice “io”, non si dovrebbe intendere qualcosa di separato dal corpo, ma il corpo stesso e in particolare il cervello, in quanto mentalmente attivo in quel momento. Non si deve andare oltre il cervello e la sua attività.
Si parlava di conoscere (cum-[g]noscere) per indicare che quando si pensa all’io non si perde la dualità: non si pensa astrattamente a sé stessi, ma a sé stessi in qualche contesto, con riguardo a qualche avvenimento, o alle proprie sensazioni attuali, ma sempre in relazione a qualcosa. Non “coscienza” e basta, ma “coscienza di”. Immaginiamo un uomo che si sveglia di notte ed è cosciente, al buio. Di che cosa è cosciente? Di sé, come qualcuno che è a letto. Sa in che posizione sono le sue membra, sa se ha caldo o freddo, sa se sta bene o male. In ogni momento in cui si è svegli si è coscienti di noi e di qualcosa intorno a noi. Naturalmente, oltre a tutto questo, si possono rivedere gli avvenimenti della giornata, si possono ripassare i problemi futuri, ecc. Il campo è infinito.
Ché anzi, a volerla dire tutta, quando l’io è profondamente coinvolto in qualcosa di esterno, può addirittura dimenticare sé stesso. Il ragazzo che assiste ad un film che lo coinvolge profondamente, per lunghi minuti dimentica sé stesso. Vive ciò che il protagonista vive sullo schermo, ha le sue angosce e le sue gioie. Non per nulla esiste l’espressione: “dimentico di sé”. In realtà è solo occasionalmente che l’uomo dice o pensa: “io”. Di solito “fa” più che non “rifletta”. Il meccanico che non riesce a svitare il dado concentra tutta la sua attenzione su di esso, sullo stupido problema che deve risolvere, non su sé stesso.
L’illusione dell’io come sostanza nasce dal livello di complicazione raggiunto da questo sistema: e proprio per rivedere lo sviluppo di questo organo straordinario che è il cervello, partiamo dai protozoi. Se in un’infusione un’ameba viene a contatto con un acido, si ritrae. Naturalmente è troppo primitiva perché possa pensare: “Ora mi ritraggo”. Lo fa e basta, per ragioni di sopravvivenza.
La reazione è infinitamente più raffinata quando si arriva ad un mammifero superiore, per esempio un cane. Se è percosso, questo animale guairà, e saprà benissimo chi lo sta prendendo a calci. Lo stesso animale sarà al contrario pieno di speranza se il padrone comincia a prendere il guinzaglio, perché capisce che presto sarà portato a passeggio. Non soltanto interpreta molto più approfonditamente la sua esperienza esistenziale, ma è anche capace di collegare fatti presenti e fatti futuri, e addirittura simbolici (guinzaglio uguale passeggiata). Chiunque abbia posseduto un cane o un gatto, e l’abbia amato, sa benissimo a che punto queste bestie sono lontane dall’essere degli oggetti, quegli “animali macchine” di cui parlava Cartesio. Il quale probabilmente in vita sua non aveva mai avuto nemmeno un canarino.
Ma il cane o il gatto, pure intelligentissimi, non sono in grado di arrivare ad avere i dubbi del prof.Metzinger. Infatti il concetto di “io” è un’astrazione di cui sono incapaci. Ricevendo un calcio il cane guaisce e per così dire pensa “ahi!”, non “io ho subito un calcio”, mentre l’uomo non solo è in grado di pensare che subisce un calcio, ma è anche capace di condannare intimamente chi glielo dà, di progettare una confusa reazione, di soffrire sia fisicamente sia nella propria dignità. E questo è esclusivamente umano. A riprova si può osservare quanto reagiscano diversamente, di fronte alla medesima sofferenza, la persona apprensiva, e la persona fredda. Chi è apprensivo è talmente terrorizzato dall’estrazione di un dente che già soffre prima che lo tocchino. Esagera talmente le sensazioni negative che prevede, che ne fa una tragedia quando ancora sta benissimo. Al contrario la persona fredda è serena finché il dentista non comincia l’estrazione. Il suo fastidio/dolore dura i secondi dell’estrazione, non ore prime ed ore dopo. L’apprensivo avvolge il fatto in tutta una sua galassia di angosce, la persona fredda si limita alle sue sensazioni. Nel primo caso l’io lavora alla grande, nel secondo magari dimentica sé stesso per leggere il giornale che s’è portato.
Il cervello umano ha allargato l’ambito delle sue competenze a livelli inimmaginabili. Non solo è lucidamente cosciente del proprio corpo, o di sé (come sarebbe meglio dire, visto che “il suo corpo” non è qualcosa di diverso da quel “sé”, ché anzi quel “sé” lo include); è anche lucidamente cosciente del proprio passato, dei propri problemi stabili (per esempio quelli di salute), delle previsioni rispetto al proprio futuro, e tutte queste nozioni, insieme con la coscienza momentanea di ciò che si sta vivendo, lo sostanzializza e lo chiama “io”. Il cervello umano non ha soltanto coscienza della propria memoria e delle proprie sensazioni, è anche il “centro di coordinamento (ancora “cum”!) dell’attività mentale dell’individuo.
Riassumendo potrebbe dirsi:
il cervello dell’uomo è cosciente del proprio rapporto col mondo esterno, attraverso le sensazioni e attraverso la propria attività nel mondo;
è cosciente del proprio rapporto col proprio “interno” (sensazioni propriocettive, le definiva un libro di psicologia). Sa se ha o no fame, ed anche, ad occhi chiusi, se le sua gambe sono distese o flesse;
infine è cosciente della propria attività mentale (pensieri), come quando, ad occhi chiusi, si cerca di risolvere un problema. L’uomo pensa e – se ci bada – sa di pensare (co-scienza). Un po’ come se un motore fosse capace di concepire le proprie bielle che vanno su e giù. E tutto ciò è immerso in un bagno di memoria, cioè quel “data base” sul quale si fondano il nostro comportamento e i nostri pensieri.
Da tutto questo complesso si estrapola il concetto di “io”. Esso è la capacità di fare tutte queste cose, ed esserne cosciente. L’errore sarebbe reputarlo per questo un “qualcosa”. L’ “io” è un’astrazione. Il concetto riassuntivo di tutte quelle attività, cioè dell’attività cerebrale.
L’io dunque non esiste, in questo Metzinger ha ragione. Non è una sostanza, è un’attività, ma ciò che esiste è soltanto il cervello. Il funzionamento del cervello, così considerato, non è nulla di meno dell’ “io”, Il nome ufficiale è cervello, mentre quello che lui stesso usa, quando pensa a sé, è “io”.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
29 gennaio 2015

Nota. Una nota a parte va scritta sulle esperienze scientifiche con le membra-fantasma, di cui parla il filosofo. Onestamente, è difficile credere che quell’esperienza dimostri qualcosa. Quei fatti dimostrano semplicemente che il cervello è costruito per servirsi di quelle membra, per dare loro ordini e ricevere da esse messaggi. Il fatto che poi, per una causa patologica, quelle membra non siano venute ad esistenza non impedisce che la sala di comando, nel cervello, sia stata lo stesso costruita. È un po’ come se un generale sapesse che c’è una certa unità di militari, in un certo posto, e inviasse un ordine. Il quale poi non sarebbe eseguito perché i militari sono tutti morti prima dell’arrivo della staffetta. Il cervello è costruito per dare ordini alle dita. Se poi una malformazione quelle dita non le fa nascere, non c’è ragione che sia guasta la zona del cervello che era originariamente preposta ad occuparsi di dare ordine a quelle membra. Sono morti i soldati, non il generale.

Articolo originale
DIE ZEIT:Professor Metzinger, Sie sagen, mein Selbst existiere nicht. Das kann gar nicht sein: Ich sitze Ihnen hier gegenüber. Ich atme, und ich spüre meinen Körper, habe meine eigene Lebensauffassung und meine eigenen Gedanken…

Thomas Metzinger: Sie haben natürlich das Gefühl eines Selbst, aber das gehört nur zu einem vom Gehirn erzeugten Modell. Und das fühlt sich in etwa so an, als würden wir wie ein kleines Männchen hinter den Augen sitzen und in die Welt hinausschauen. Zu uns gehört der Körper, ein Volumen im Raum und eine Abgrenzung nach außen. Das ist das Grundgefühl, das uns das Gehirn manchmal vermittelt: jemand zu sein.

Die Zeit: Manchmal? Ich fühle mich eigentlich die ganze Die Zeit selbst…

Metzinger: Wirklich? Da ist aber nichts Dauerhaftes, keine Seele oder Ähnliches, wie wir es uns immer vorstellen. Es ist eher eine Art vorübergehende Simulation. Im traumlosen Tiefschlaf zum Beispiel gibt es das nicht. Und im Traum wird oft ein ganz anderes Selbstmodell aktiviert, in dem man zum Beispiel fliegen kann, gleichDie Zeitig aber schwere Gedächtnislücken hat und seine Aufmerksamkeit nicht steuern kann.

Die Zeit: Wenn man sich das eigene Selbst so sehr einbildet, warum kamen Sie dann darauf, dass es vielleicht gar nicht existieren könnte?

Metzinger: Es gibt Hinweise, dass Teile unseres körperlichen Selbst angeboren sein könnten. Dieses Körperbild wäre dann genetisch festgelegt und könnte auch aktiv sein, wenn der Körper unvollständig ist. Viele Kinder, die ohne Arme und Beine geboren werden, erleben zum Beispiel sogenannte Phantomglieder: Sie spüren Hände, als würden sie zu ihnen gehören, obwohl sie keine haben und nie welche hatten. Unser Selbstbewusstsein steht offenbar nicht direkt mit unserem Körper in Kontakt. Der Neuropsychologe Peter Brugger hat eine Patientin ohne Gliedmaßen in den Scanner geschoben und sie gebeten, nacheinander mit ihren Phantomfingern den Daumen zu berühren, den sie eigentlich gar nicht hat. Und plötzlich wurden da Zonen im Gehirn aktiv: das Selbstmodell. Wurden diese Areale dann mit magnetischen Reizen von außen stimuliert, entstanden für die Frau Bewegungsempfindungen und Schmerzen in ihren nicht vorhandenen Fingern.

Die Zeit: Das ist aber nur die körperliche Ebene. Was ist mit dem Ich-Gefühl?

Metzinger: Es gibt zum Beispiel eine sehr seltene Krankheit, bei der die Patienten fest überzeugt sind, dass sie selbst nicht existieren. Abgesehen davon können sie völlig klar denken. Man kann mit ihnen darüber ganz sachlich diskutieren, ihnen erklären, dass sie doch gerade zuhören und reden und deshalb ja eigentlich existieren müssen, aber sie sind für solche Argumente unzugänglich. Bei diesen Patienten ist anscheinend ein Teil des Selbstmodells ausgefallen, die »emotionale Selbstvertrautheit«.

Die Zeit: Das alles beschreiben Sie auch in Ihrem Buch “Der Ego-Tunnel”.

Metzinger: Ja, da geht es auch um meine Theorie des Selbstmodells. Ich habe zum ersten Mal in meinem Leben versucht, ein allgemein verständliches Buch zu schreiben, eine völlig neue Erfahrung!
THOMAS METZINGER, 52, lehrt Philosophie an der Universität Mainz und ist ein weltweit anerkannter Bewusstseinsforscher. Er tritt ein für eine stärkere Vernetzung von Philosophie und Hirnforschung