C’è invece chi, proprio partendo dallo sguardo disincantato di quello che accade, si ferma un momento e contemplando il cielo, da sempre musa di idee e scoperte per l’animo umano, si lascia andare alla riflessione più libera e pura, profonda e a tratti poetica. Si tratta di un filosofo, Cosimo Scarcella (http://cosimoscarcella.blogspot.it/), esperto di Condorcet e studioso di dottrine politiche e filosofiche applicate alle concrete situazioni storiche, che “regala” ai lettori di Affaritaliani.it due pagine che riportano l’attenzione sul pensiero, quell’attività oggi quasi dimenticata. LEGGI
L’uomo e il cielo stellato
Il mese d’agosto è ormai alle porte e gli occhi degli uomini si voltano più spesso a guardare in alto verso il cielo, per intercettare (per ricerche scientifiche o per curiosità o anche solo per superstizione) l’improvviso luccichio di qualche “stella cadente”. Nelle notti, soprattutto in alcuni momenti, sembra davvero di assistere a una pioggia di stelle: da alcuni interpretata come malinconico pianto di partecipazione alle cupe calamità terrestri, da altri vissuta come presagio di luce e di fiducia. “C’è chi si fissa a vedere solo il buio. Io – confida Victor Hugo – preferisco contemplare le stelle”. La contemplazione del cielo – in qualunque stagione dell’anno, di giorno o di notte, terso o nuvoloso, sereno o tempestoso – invita alla riflessione, genera commozione, nutre speranza. La riflessione è esigenza della razionalità, la commozione è frutto dell’umana sensibilità, la speranza è figlia della verità. La verità che rende liberi: non la verità voluta e difesa come unica e assoluta, ma quella consentita alle umane capacità. La smisurata volta celeste, però, è icona anche di verità che l’uomo vorrebbe raggiungere, ma invano. “L’ultimo passo della ragione – ammonisce prudentemente Pascal – è il riconoscere che ci sono un’infinità di cose che la sorpassano”; e il grande matematico suggerisce: “I movimenti degli astri sono un canto ininterrotto per molte voci, percepito non dall’orecchio, ma dalla mente; una melodia figurata, che traccia dei punti di riferimento nell’incommensurabile fluire del tempo”.
Punti di riferimento L’uomo guarda e interroga il cielo: non sa chi lo abbia messo al mondo, né che cosa sia il mondo, né che cosa sia lui stesso. Si sente invaso da un’ignoranza spaventosa. Vede quegl’infiniti spazi celesti e si smarrisce: si sente rinchiuso in un piccolissimo angolo, e non sa nè perché né per quanto tempo vi rimarrà nell’eternità che l’ha preceduto e che lo seguirà. L’uomo! Essere germinato dalla Terra o disceso dal Cielo? Inerte frammento d’una zolla di terra governata dall’assurdo gioco di movimenti atomici, oppure splendido ritaglio di luce inviato dalle stelle e destinato ad essere riassorbita nello splendore dell’energia dell’eterna vita cosmica?
Rilegge nel Testo Sacro la promessa di Javè ad Abramo: i suoi discendenti sarebbero stati numerosi come le stelle. Il cielo stellato, allora, non resta al di sopra dell’uomo, ma gli sta a fianco; non è indifferente alle vicende degli uomini, ma ne partecipa, vivendo insieme a loro. L’uomo e il cielo stellato non sono coinquilini estranei in un cosmo ignoto, e nemmeno reciproci accompagnatori ipocritamente disponibili. Sono fatti l’uno per l’altro. Uomini e stelle sono in tensione reciproca: uomini che si rivolgono e dialogano con le stelle, e stelle che sorridono e rispondono agli uomini, con un silenzio profondo che sa di sacro. Sempre il medesimo cielo guardato perennemente dai medesimi figli dell’uomo, i quali pudicamente gli confidano dubbi e ansie, gioie e dolori, progetti e delusioni, sperando senza stanchezza un qualche svelamento d’arcani misteri. Nasce, allora, e cresce a poco a poco, un intimo puro totale amplesso dell’uomo con il cielo: amplesso che sublima, emoziona, commuove, penetra, permea le profondità dell’animo. Attimi eterni, come quelli vissuti dal Leopardi, quando confida: “E quando miro in cielo arder le stelle, dico fra me pensando: a che tante facelle? Che fa l’aria infinita? E quel profondo infinito sereno? Che vuol dir questa solitudine immensa? Ed io che sono?”.
All’uomo superficiale, che è certo di tutto e a tutto ha pronta la risposta, Montale, straordinario interprete dei recessi dell’animo umano, svela: “Forse un mattino … vedrò compirsi il miracolo … Ma sarà troppo tardi: ed io me ne andrò zitto, tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto”. Rispettiamo il segreto del poeta, ma per l’uomo responsabile e pensoso non è difficile indovinare alcune gravi e serie domande. Si vorrebbe comprendere le reali motivazioni e le vere aspirazioni di tante scelte libere o condizionate; si vorrebbe afferrare il senso di tante vicende personali. Se la vita degl’individui, dell’umanità, del cosmo – si dicono uomo e cielo – non è frutto del caso, ma risultato di una qualche Ragione ordinatrice, perché l’ordine che si manifesta nelle leggi fisiche non è presente pure nella vita dell’Uomo e dell’Umanità, dominata dalla paura e dalla violenza? Perché dilagano disordine morale e sociale, confusione individuale e ingiustizia generale? Perché dominano egoismi e disonestà, perché divampano guerre e si commettono massacri? Di fronte a fatti veramente incredibili, l’uomo, anche lontano da sensibilità religiosa e vicino a convinto agnosticismo, talora invoca e addirittura, quasi per un impulso innato, attende un qualche intervento del cielo; anzi giunge a meravigliarsi del non intervento del cielo. Certo potrebbe essere impudente presunzione dell’uomo credersi centro del cosmo, intorno al quale dovrebbe ruotare tutto; ma è “umano” attendere un qualcosa di straordinario, quasi un miracolo. Basti pensare che lo stesso Kant, noto per il suo rigorismo razionale, ritiene che non si può escludere un evento straordinario; sicuramente è un atteggiamento “unphilosophisch” (antifilosofico), ma tuttavia dettato da profondo “sentimento umano”. Certo – avverte il filosofo tedesco – non bisogna contare su quest’interventi sovrumani; è sempre preferibile attenersi all’ordine razionale, che impone di vivere senza mai sacrificare “la diligenza e l’onestà” alla speranza d’un aiuto superiore: cioè, si deve vivere secondo la legge della nostra coscienza, sede vivente del “divino” che è nell’uomo. Nel contemplare la volta celeste, allora, l’animo dell’uomo si allarga fino ad abbracciare gli estremi confini dell’universo e si concede, con meravigliosa donazione illimitata, all’armonia vivente del Cosmo. Anche il cielo, allora, corrisponde e abbraccia la terra e i suoi abitatori. Sembra che esso di giorno voglia nascondere e salvaguardare il suo prezioso manto stellato, per poi svelarlo e offrirlo la notte agli occhi e all’animo dell’uomo, che lo aspetta con gioiosa fedeltà, per potergli confidare i segreti sigillati nell’inaccessibile scrigno del proprio animo. E tutto ciò in estrema misteriosa fusione, in totale sovrumano silenzio: perché “il piacere di amare senza osare dirlo – annota Pascal – ha i suoi tormenti, ma anche le sue dolcezze”.
Queste riflessioni potrebbero apparire solitarie meditazioni poetiche: belle, ma poco utili per la comprensione e la soluzione dei problemi reali degli uomini, che debbono guardare attentamente per terra, per non cadere in qualche pericoloso fosso come accadde a Talete. Oggi molta scienza pretende di conoscere ogni cosa attraverso le sempre aggiornate acquisizioni scientifiche e il vertiginoso progresso tecnologico; molte teologie formulano questioni anche importanti, deducendone, però, conclusioni indiscutibili; molta “classe politica” si vanta di trovare “regole” sempre nuove, confondendo spesso novità per validità vera e a dimensione d’uomo; molti reggitori di popoli e di nazioni sfoggiano forza militare e ostentano potere economico, per perseguire giustizia e pace. Uno sguardo alla storia, però, farebbe dubitare molto e inviterebbe alla prudenza. Giovanni Keplero giunse alla scoperta delle leggi dell’astronomia fisica, contemplando la “Armonia del Mondo”; in quel periodo la teologia del latitudinarismo irenico sanò molte piaghe causate dalle trentennali guerre di religione; Marco Aurelio consolidò e pose ordine all’impero romano, mettendo in pratica gl’insegnamenti della filosofia stoica; più vicino a noi, il Mahatma Gandhi conquistò l’indipendenza della sua nazione e ottenne numerosi diritti civili e politici, conducendo una vita semplice e umile, convinto che “non aveva nulla di nuovo da insegnare al mondo, in quanto la verità e la nonviolenza sono antiche come le montagne”. Figure eloquenti, per smitizzare la pretesa di alcuni di poter indirizzare secondo le proprie opinioni la natura, la realtà e persino tutta la storia degli uomini. Guardando il cielo è facile osservare come ciascuna stella è solo una minuscola parte, sempre identica a se stessa e diversa da tutte le altre; la Totalità armonica delle loro infinite diverse individualità crea e garantisce ordine e felicità.

