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La filosofia di The Leftovers. Se qualcuno mai la volesse scrivere…

Finisce la prima stagione di The Leftovers, riflessioni sparse sulla serie tv creata da Damon Lindelof (Lost) e Tom Perrotta per HBO

di Virginia Perini

Primi cinque minuti della prima puntata: fascino totale, poi sembra tutto un po’ confuso. Un po’??? A dire il vero non si capisce nulla. Ma alla fine un po’ il cerchio si chiude (che sia l’abitudine a dover trovare un senso a tutto?). Mi pare perfetto, partiamo dalla fine. Immaginiamo di voltarci, mentre prepariamo il caffè in casa, e scoprire che il ragazzo, marito, amica, papà, mamma con cui viviamo o con cui stavamo conversando è sparito. Non è morto, è scomparso nel nulla. Così di punto in bianco siamo soli e senza spiegazione. Terribile. La perdita è sicuramente qualcosa di devastante dal punto di vista dell’affettività e dei sentimenti. Essendo un telefilm però, avendo avuto cioè l’opportunità di vederlo con un filo di distacco, mi sono accorta che gli spunti su cui i registi volevano far riflettere potrebbero essere altri. Per esempio, quanto incide la semplice presenza degli altri sulla nostra identità? Siamo abituati a pensarci come individui e se qualcuno ci chiedesse di ipotizzare una percentuale, diremmo che il 60% di noi lo fa la nostra persona e il 40% l’influenza di chi ci sta intorno. Forse siamo abituati male. Forse non consideriamo quanto le relazioni siano in grado di “definirci”. Così quel cartone di latte comprato ogni giorno per i nostri figli ci connota come il nostro tono di voce o il colore della nostra pelle. E ogni sfumatura finisce per far parte di noi e di come “pensiamo noi stessi” molto più di quanto immaginiamo.

Riportare gli individui alla solitudine (una solitudine prima di tutto concettuale) è un po’ come ributtarli alla condizione primitiva, estirpandoli da ogni contesto. Ma allora… questo tema mi ricorda qualcosa. Un’isola ;-). L’isola di Lost. Del resto detta il ritmo la mano di Lindelof che con Jack, Sawyer e Kate aveva fatto la stessa cosa: strappati alla società e a tutte le interconnessioni sociali (che vivendo si danno per scontate) i singoli sono stati buttati in un contesto “vergine”, isolato come quelle terre che hanno solo il mare intorno, incontaminato come il pianeta all’origine dei tempi, fuori dal tempo e dallo spazio (perché l’isola è magica e si sottrae alle leggi della fisica).

Peccato, in Leftovers non c’è un personaggio azzeccato come Benjamin Linus, ma anche lì i personaggi, uno dopo l’altro, sono costretti a fare i conti con se stessi, nudi di fronte alla vita, alle scelte, impotenti davanti alla potenza e all’imprevedibilità della natura che come sull’isola, fuori da ogni criterio della scienza, ha deciso che un giorno un tot di persone sarebbero svanite nel nulla come bolle di sapone. Che il cervo impazzito sia proprio l’incarnazione, l’icona (Platone direbbe l’emanazione) di questa forza? Se fosse così ricorderebbe l’orso polare di Lost. In verità anche il fumo nero ha un po’ quel senso, ma credo (sottolineo credo) che in più rappresentasse l’anima dell’isola, che avesse quel portato mistico che al cervo manca.

Ok. Vado avanti. Butto sulla carta qualche pensiero confuso che ho fatto su una serie tv che a mio avviso “è cresciuta” sul finale di stagione. Per esempio… Chi sono “i bianchi”? Sono gli Altri. Molto meno fighi, diversi, anzi completamente diversi, ma con un tratto in comune coi “cattivi di Lost” e col genere umano: anche loro hanno trovato “una via”. Come nella storia l’uomo ha creato Dio, per darsi una motivazione (cito Feuerbach, oltre a pensarla come lui ;-)) e poi sono nati i movimenti religiosi e le sette e tutte quelle forme di aggregazione che ne derivano, “i bianchi” hanno scelto questo modo per restare aggrappati alla vita. Per avere qualcosa per cui lottare e con cui riempire il vuoto delle scomparse. (Non è un pensiero lontano da noi: conosco gente che solo per riempire vuoti si butta nel volontariato…). Beh insomma, il bisogno di colmare quel vuoto a volte è così forte che spinge ad azioni assurde, inspiegabili, a scelte di vita anche contradditorie e paradossali (non è folle abbandonare la famiglia che NON E’ SCOMPARSA in nome degli scomparsi???). Poi in America sono fissati con questo tema dell’”aggregazione identificatrice”, tra confraternite, gruppi ecc. Cosa voglia dire la sigaretta, invece, è un mistero, almeno per me. Forse è solo un modo per porre l’accento sull’importanza delle convenzioni in queste forme aggregative, forse solo un non sense alla David Lynch, che sono quasi certa abbia visto la serie, apprezzando i suoi risvolti manichei: bene contro male, giusto contro sbagliato, buoni contro cattivi, domande in cui il regista di Twin Peaks ama perdersi per concludere che tutto è relativo e che ogni anima ha una zona d’ombra pronta a farsi valere.

Comunque. Tornando a noi. Ci sarebbero mille altri spunti, ma non ho più tempo oggi. Guardiamoci attorno. Qui non è sparito nessuno, tutti i miei colleghi sono al loro pc e hanno mogli e mamme a casa, ma ogni cosa intorno a noi ci sussurra che siamo tutti Altri, tutti cerchiamo di essere qualcuno e di far parte di qualcosa, che si tratti della società che chiede scarpe alla moda o di un progetto “superiore”. Tutti, alcuni in maniera esasperata e triste, cerchiamo un gruppo per costruire la nostra identità. E tutti, alcuni in maniera imbarazzante, abbiamo paura a confrontarci con quello che in filosofia si chiama “l’assoluto” (era questa paura alla radici del concetto di angoscia in Kierkegaard, no?). Beh bravo Lindelof. Anche se hai fatto un po’ di casino, da Leftovers si capiscono tre cose importanti. Che non sempre tutto deve avere senso per generare riflessioni interessanti. Che la fantasia è sempre una figata nel suo condurre il pensiero attraverso vie sempre nuove (che per carità possono anche non piacere). E che l’essere umano ha bisogno di ricordarsi le tappe del cammino che lo hanno portato fino a dove è oggi e di interrogarsi, senza ossessione, ma spesso, sulle dinamiche che lo guidano. Più bello se può farlo divertendosi davanti a un telefilm…