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Re Carlo tornava dalla guerra…

di Louis de Montalte

In un fondo apparso questa mattina sul Corriere della Sera, Ernesto Galli Della Loggia ha suonato i tamburi di guerra. C’era da aspettarselo. La storia si ripete immutabile nei suoi tic e nelle sue immancabili eccitazioni. Dunque i professori chiamano alle armi, pasciuti borghesi con barbe altisonanti ricordano agli Stati (agli Stati!) il sacro e maschio dovere di combattere nel nome…. Naturalmente (altrimenti perché avrebbero studiato tanto?) citano Hegel e (altrimenti perché sarebbero giornalscrittori?) si abbandonano alle delizie della vecchia e sempre buona accusa di  “panciafichismo”. Ma andiamo con ordine.

Gli europei sarebbero non più in grado di “pensare concettualmente alla guerra“. EGDL ritiene che negli ultimi settant’anni l’Europa si sia dimenticata della funzione della guerra (forse perché di guerre ne aveva appena scatenate due che insieme hanno portato più distruzione di tutte le altre messe insieme nei secoli precedenti, dove pure la vecchia Europa si era distinta mica male?). Detto questo (EGDL en passant ci ricorda che la guerra è necessaria quando una delle due parti -due?- dia “segni indubitabili” di voler usare la violenza, che altro non è se non la riedizione della guerra preventiva: so che tu vorresti uccidermi e dunque ti uccido prima io. Poi ci scrivo sopra un bel libro di storia per far vedere quanto tu eri malvagio) il sociogiornalista rivede (abbastanza frettolosamente perché non ha tempo per queste cose, tutto preso dai suoi afrori guerrieri) la storia mondiale riabilitando in un solo colpo la prima guerra mondiale (altro che inutile strage, grida questo Achille in pancetta, questo Toynbee de’ noantri) e la colonizzazione americana, due pilastri della storia, come tutti sanno, due esempi da portare ai bambini delle elementari come segno di lungimiranza e della provvidenza divina o di qualcuno che la incarna (se ne trovano sempre).

Ma EGDL, questo lo si capisce fin dalle prime battute, non si accontenta di dare lezioni di storia, scende nel profondo della filosofia della storia, al nocciolo del problema, ed ecco che scrive sarcastico: “Unicamente i principi devono guidarci nell’arena del mondo: la giustizia, la libertà, l’eguaglianza, il diritto”. Già, perché il rifiuto della guerra (tra l’altro compreso nella Costituzione italiana, ma questo si sa, è un dettaglio, esiste ancora una costituzione?) gli appare davvero un’imperdonabile sciocchezza: “Che modo è mai questo di fare storia, assumendo come criterio chiave il numero dei morti?”. Già, che modo è questo di fare storia? Ce lo spieghi il bellicoso professore quale sarebbe il modo giusto. Ma non c’è bisogno di chiederglielo, perché alla fine del suo peana, ammonisce che gli unici veri democratici sono gli USA, che le guerre le fanno eccome (EGDL ovviamente non ritiene una copartecipazione alle guerre americane quella degli stati europei negli ultimi decenni, ma si capisce, è tutto preso dalle grandi masse che si scannano, poche migliaia di soldati gli fanno un baffo): “consapevoli del forte legame della loro società con i valori democratici”. Così il cerchio si chiude: la guerra è un valore democratico, chi se ne dimentica non è democratico. Peccato che avesse iniziato la sua arringa dicendo che era stufo di una storia europea che si muove solo in base ai principi. La democrazia, evidentemente, non gli deve sembrare un principio, chissà, forse è una marca di automobili. Per finire, il sociogiornalscrittore si siede sul divano del dott. Freud e analizza il comportamento della Germania, definita il paese più pacifista di tutti, perché abitata ancora dai “démoni” del suo vicino passato. Ma come, Professore, le smanie di guerra tedesche di qualche decennio fa sono dei “démoni”? E le sue, le sue di EGDL, cosa sarebbero? Parole illuminate?