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Woody Allen si lancia nelle serie tv. Il filosofo Umberto Curi ad Affari

Woody Allen è il secondo grande regista americano, dopo Ridley Scott, a cedere alle lusinghe di Amazon, colosso dell’eCommerce, per una serie televisiva. Il filosofo Umberto Curi in esclusiva su Affaritaliani.it: i progressi tecnologici cambiano la cultura

Woody Allen scriverà e dirigerà la sua prima serie televisiva per Amazon Studios. “Woody Allen è un creatore visionario che ha realizzato alcuni dei più grandi film di tutti i tempi ed è un onore lavorare con lui”, ha detto Roy Price, vice presidente di Amazon Studios. “Non ho idea da dove partire, penso che Roy Price se ne pentirà…”, ha ribattuto il regista.

Woody Allen è il secondo grande regista americano, dopo Ridley Scott, a cedere alle lusinghe di Amazon, colosso dell’eCommerce, per una serie televisiva, confermando una tendenza assodata. Il regista di Manhattan scriverà e dirigerà una intera stagione di episodi, con ogni puntata della durata di mezz’ora.

“Io non so come mi sono infilato in tutto questo. La mia ipotesi è che Roy Price rimpiangerà tutto ciò”, si schermisce Woody Allen. Ma Roy Price, dirigente di Amazon Studios, aggiunge: “Woody Allen è un creatore visionario che ha fatto alcuni dei più grandi film di tutti i tempi, è un onore lavorare con lui per la sua prima serie televisiva. Da Io e Annie a Blue Jasmine, Woody è stato la prima linea creativa del cinema americano. Non potremmo essere più felici di avere in esclusiva la sua serie tv il prossimo anno”.

Umberto Curi, filosofo, docente del corso di Filosofie del cinema dell’Università San Raffaele di Milano in esclusiva su Affaritaliani.it. INTERVISTA

Anche Woody Allen si converte alle serie tv. I telefilm si candidano così ad essere l’ottava arte?
Era prevedibile che i progressi tecnologici, riguardanti la possibilità di creare immagini, si concretizzassero anche nella tipologia dei prodotti, e che dunque accanto alla fotografia, alla televisione e al cinema, nascessero altre forme di espressione iconografica. Non mi pare vi sia nulla di allarmante in questo processo, che d’altra parte resterebbe comunque largamente ineluttabile. Il problema che si pone è semmai di altra natura e attiene agli strumenti di carattere critico e interpretativo, con i quali “trattiamo” questi nuovi generi, sapendone cogliere le specifiche peculiarità. Tanto per capirsi, i telefilm non sono, né vogliono essere, film “brevi” o “a puntate”. Giudicarli in questo modo vorrebbe dire non mettersi nelle condizioni di comprenderne le novità, sul piano strutturale e linguistico. In particolare, i telefilm “lavorano” sulla dimensione del tempo, incorporando nel tempo cinematografico il tempo della vita. Fra la trasmissione di una puntata e quella successiva si apre infatti un’area temporale “occupata” dalla vita reale degli utenti del prodotto. Il telefilm finisce così per istituire una relazione diretta con avvenimenti e personaggi del mondo reale, e assume perciò una configurazione del tutto irriducibile a quella dell’opera cinematografica tradizionale.
 
Questo è segno di una cultura che si allarga e contempla prodotti anche più pop?
Quando si parla di cultura, o addirittura di filosofia, attente ai prodotti di quella che un tempo si chiamava industria culturale, è inevitabile cogliere, più o meno dissimulato, un atteggiamento di sufficienza, se non di vero e proprio sarcasmo. Come se la distinzione fra cultura “alta” e cultura “pop” fosse scritta sul marmo. E, soprattutto, come se nelle sue origini la filosofia non fosse stata appunto eminentemente popsophia, intesa come riflessione sulle questioni e gli interrogativi che sono connessi con la condizione umana. Il fenomeno preoccupante è, semmai, quello opposto, vale a dire l’esasperata tecnicizzazione di una filosofia sigillata in recinti accademici sempre più autoreferenziali, incapaci di recuperare il significato originario della ricerca filosofica. Anziché insistere su presunte differenze di “dignità” fra gli “oggetti” dell’indagine, si dovrebbe piuttosto puntare sulla qualità e il rigore dell’interrogazione, quali che ne siano i possibili punti di applicazione.
 
Si arriverà a studiare all’università le serie tv o i film di tarantino e David Lynch?
Sia pure con un significativo ritardo, soprattutto rispetto alla cultura francese, quel giorno è già arrivato anche nel nostro paese. Il corso di “Filosofie del cinema” del San Raffaele di Milano ne è un esempio concreto. Ma posso ormai constatare che il fatto che nei miei libri degli ultimi dieci- quindici anni gli autori di riferimento siano, unitamente a Platone e Heidegger, Sofocle e Clint Eastwood, Kafka e Christopher Nolan, non suscita più né scandalo né sorpresa. La fase in cui si giudicava un azzardo trattare i film in chiave filosofica mi pare ormai superata. Si è anzi aperta una fase nella quale, almeno in alcuni contesti, un approccio filosofico al cinema è diventato di moda. Più problematiche sono invece le considerazioni relative alle modalità specifiche, con le quali si attua questo incontro. Per non scadere a semplice moda contingente, un lavoro serio presuppone competenze di carattere letterario, figurativo, filosofico e strettamente tecnico-cinematografico, non sempre effettivamente riscontrabili. Di qui l’importanza di esperienze come quella del corso del San Raffaele, il cui obbiettivo principale consiste appunto nel fornite strumenti concettuali adeguati alla complessità e all’impegno dell’impresa.