dal nostro inviato
Fabio Carosi
MALINDI (Kenya) – C’è chi si prende una pausa dalle piogge torrenziali e chi invece fugge via dalla recessione. Nel caos calmo africano, tra le spiagge bianche dove la luna svuota col secchio il mare e poi lo riempie con un’alternanza di altissima precisione, è riuscito un secondo miracolo all’italiana: quello di esportare persino la crisi.
Appena l’accento tricolore supera la barriera del kusi (il vento che soffia da nord est), i ragazzi che mettono insieme pranzo e cena vendendo praticamente tutto, raccontano: “L’Italia è il nostro pane”. Peccato però che il grande forno tricolore abbia smesso di vomitare turisti col ritmo di un altoforno: che i voli siano stati drasticamente tagliati e che i pochi alberghi e le molte ville spesso rimangano senza ospiti. Insomma, con la testa italiana nel pallone totale, la pancia africana stringe un po’ la cinghia.
Qui, però, la crisi italiana si trasforma in un’opportunità. Novelli Vasco de Gama, dal Duemila in poi gli italiani hanno ri-colonizzato la zona con un acquisto massiccio di “plot” (lotti) trasformati poi in ville. Hanno pure esportato il gusto del bello, sfidando gli inglesi, i colonizzatori per eccellenza e spostando saggiamente a sud, a Watamu, l’orda dei vacanzieri di massa. Lì fioriscono i mega club “all inclusive” (pastasciutta compresa), mentre Malindi ha vissuto la sua crescita puntando tutto sul residenziale. A dare un mano, poi, ci ha pensato mr. Flavio Briatore che se si presentasse alle elezioni del locale comune vincerebbe a man bassa con la lista Billionaire.

Flavio, consorte e pargolo Nathan Falco, sono conosciuti più del Colosseo e del Milan e solo a pronunciarli si accendono le luci dei locali. Dopo anni di italiani che atterravano su spiagge e curve delle ragazze locali, Briatore ha portato il turismo vip, costruendo in epoca di vacanze spot planetari sul piacere del mare africano. Briatore, c’è, il Billionaire ha raddoppiato con il casinò lato mare e le case fronte riserva marina, gli italiani si stanno ritirando. Ma chi ha investito venendo dal passato non teme il cambiamento.
E’ il caso di Gianni Rinaldi, classe 1945, origini abruzzesi e studi romani che in Africa ha trovato tutto. Un lavoro fiorente, moglie e figlio e che, partito con i safari, ora gestisce un campo cinque stelle nella Savana e si è messo pure a fare il costruttore. L’intuizione nasce da una fuga pre-crisi perché “era nell’aria”, e da un contratto in esclusiva con un paio di tour operator che chiedevano menù italiano in piena Africa per soddisfare la voglia di esotico a pancia strapiena. Certo, il primo campo era spartano: acqua calda grazie al carbone, un secchio in alto per fare la doccia e giusto due tortellini o due ravioli per sentirsi un po’ a casa tra leoni, coccodrilli e zebre. Tanto è bastato per avere l’overbooking garantito.
Ecco allora come dalla crisi degli italiani nasce la nuova Malindi. Rinaldi realizza appartamenti che vanno dai 50 ai 120 metri quadrati e che si possono acquistare con la formula “metà” subito il resto con mutuo. Solo che la metà pesa poco più di 25 mila euro e chi in Italia è a un passo dalla pensione e avrà la certezza di averla ogni mese, si prende un pezzo d’Africa, 6 mesi e più di mare e sole garantito e un costo della vita risibile.
A Malindi un cesto con una ventina di mango si negozia anche a duecento scellini (2 euro); una cena italiana in ristorante di livello non supera i 30 euro e con “mille al mese” si vive senza pensieri. E’ la pensione dorata. E se per caso non si vuole volare, la minireggia si può affittare a periodi. In totale un appartamento di lusso a un tiro di lancia dalla centralissima “piazzetta del cambio” (in nero) assicura una rendita annuale tra il 7 e l’8 per cento. E qui non c’è Tasi e sottoderivati. C’è solo un supersviluppo prossimo venturo che garantisce la rivalutazione.
Così i Gianni Rinaldi africani lavorano proprio per i pensionandi. Il resto lo fa il Kenya che sta sostituendo ai turisti del nord Europa, la middle class di Nairobi che cresce e cerca la seconda casa al mare. E poi il miracolo dell’integrazione: gomito a gomito il 60 per cento di cattolici vive in armonia col 40 per cento dei musulmani e tra di loro di distinguono gli indiani e i Giriama, la tribù locale costiera. Se poi compare un Masai in costume originale, o è venuto a fare la spesa, oppure è come i gladiatori del Colosseo: specchietto per le allodole. D’altronde gli africani non sono scemi: la seconda ondata di italian’s ha portato persino gente che si vendeva terreni mai acquistati, se sulla spiaggia appare dal nulla il guerriero africano è quasi pari e patta. A chi viene in vacanza e non legge un po’ di storia, piace. Gli altri sorridono.

