di Patrizio J. Macci
Il suo impegno politico è cominciato nella Capitale degli Anni Ottanta, quando “il cielo di Roma era dei potenti”, e la Democrazia Cristiana – il partito dove ha iniziato la sua carriera politica – era dilaniato da ben nove correnti interne. Ha respirato l’aria delle fumose sezioni di partito, le tessere, i congressi, la lotta intestina portata avanti voto per voto all’ultimo sangue.
Lentamente ma inesorabilmente Luciano Ciocchetti, animato dal demone dell’affermazione politica, dopo esser scampato al naufragio della “balena bianca” saltando sul carro dell’Udc, ha percorso la china che lo ha portato da un posto di semplice consigliere del XII Municipio allo scranno senatoriale e poi alla vicepresidenza della Regione Lazio.
Da soldato semplice a colonnello, almeno per quanto riguarda i gradi. Ora è come un cavaliere che ha perso il suo destriero, dopo una duplice caduta: lasciata la Camera , è naufragato insieme al Titanic della Polverini poi però ha provato a risalire in sella candidandosi alla Camera, dove per lui si è consumato un flop clamoroso mancando l’elezione. Sbalzato nuovamente dal suo cavallo ha scelto di appoggiare la ricandidatura di Alemanno al Campidoglio, violando apertamente le indicazioni del partito, in cambio della promessa del posto di vice sindaco in caso di vittoria.
Per questo l’Udc, un partito praticamente agonizzante, lo ha cacciato, espulso, allontanato. Eterno secondo non per scelta ma per nascita politica, somiglia al musicista Salieri magistralmente descritto e falsificato nella pellicola su Mozart di Forman: a lui mancava la grazia, l’illuminazione divina che fa brillare di luce propria,al “nostro” manca lo “shining” del politico, il dono di antevedere soluzioni, il quid che gli avrebbe permesso di proiettarsi tra le prime scelte del partito, cosa che – appunto- non è mai avvenuta. È rimasto per lui libero il ruolo da re della trattativa, dello scambio a tutti i costi, dell’eterna ricerca di un posto da occupare sempre e comunque.
Per questo è il personaggio paradigmatico di queste elezioni comunali. La sua figura giganteggia, come quella di un dinosauro della Prima Repubblica sopravvissuto all’estinzione. Una maschera della politica che sacrifica tutto sull’altare della battaglia finale: una collocazione che non lo faccia scomparire nel gorgo della dimenticanza. Un affondo, in materia di strategia che segna una carriera, veramente “big Luciano” l’ha piazzato. E’ quello per il quale il suo nome rimarrà consegnato nelle pagine della politica del Lazio: una legge regionale , la n. 12 del 2012, che all’articolo 18 modifica il comma 2 dell’articolo 5 della legge regionale n. 27 del 1990: “Al fine di garantire agli enti istituzionalmente competenti le risorse finanziarie necessarie per la realizzazione o l’ampliamento di edifici di culto, di attrezzature religiose e complessi parrocchiali su parte delle aree nella disponibilità per tali fini di detti enti, è consentita la realizzazione di interventi a uso residenziale, commerciale, direzionale, turistico o a servizi, con una volumetria non superiore a quella delle opere religiose”.
In parole povere, invece che “più case e meno chiese”, come si scriveva sui muri quarant’anni fa, ci saranno più edifici di culto vicino ai quali potranno essere edificate anche case. Più case e più chiese, quindi. Queste ultime, probabilmente, con oratori malinconicamente deserti vista la scarsa affluenza in quelli già esistenti, a meno che non si riesca a trascinarvi le persone anch’esse per obbligo di legge.
Ha scritto un filosofo che i nani, salendo sulle spalle dei giganti, possono comunque guardare molto lontano. Giganti della politica e statisti in giro non se ne vedono proprio. Una cosa invece è certa: quando i minor (della politica) proiettano ombre che li fanno somigliare a dei giganti, significa che senza dubbio si è arrivati al tramonto (della politica).
Non ce ne voglia l’amico Ciocchetti. Dopo una sequenza mortale di sms elettorali spediti sui telefoni redazionali, in palese violazione di ogni regola sul consenso, non potevamo non dedicargli uno spazio importante.


