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Le pelle umana come una tela bianca. “Io tatuatrice, nata al Forte Prenestino”

Chi è Simona Sarappa, storica tatuatrice di Centocelle, da 15 anni “pittrice di corpi umani”. “Quando andavamo a comperare gli aghi in piazza delle Cinque Lune dagli imbalsamatori e ogni tratto era fatto a mano… altro che macchinette”. Oggi a Roma ci sono 150 esperti e pochissime ragazze. “Il mio matrimonio divertente col regista di film hard della factory di Bandinelli”. LA GALLERY

di Valentina Renzopaoli

Per lei la pelle è come la tela di una quadro, ogni centimetro lo sfondo per una creazione artistica, un simbolo, il ricordo di un momento unico. Romana di Centocelle, trentotto anni appena compiuti, Simona Sarappa è una delle poche, anzi pochissime, tatuatrici della “vecchia scuola” di Roma.
In oltre vent’anni di lavoro, nel suo studio Devi Maha a Centocelle, ha impresso la sua mano, il suo stile, la sua fantasia sulla pelle di centinaia di uomini e donne che hanno scelto di modificare per sempre il loro corpo. Ad Affaritaliani.it racconta la sua esperienza, le sue scelte, anche quelle più difficili, la sua vita nel mondo dei tatuaggi e l’amore.
Quando ha cominciato a fare questo lavoro?
“La prima volta che ho fatto un tatuaggio avevo 17 anni, posso dire che sono stata una pioniera. Tutto è cominciato quando a 15 anni ho iniziato a frequentare il Forte Prenestino, il centro sociale più grande d’Europa. Erano i primi anni Novanta, invece di incontrare gli amici al parchetto sotto casa o al classico “muretto” io ho andavo al Forte. L’ho frequentato per diversi anni, per me è stato un habitat perfetto per lo sviluppo della mia creatività”.
Che realtà era quella del Forte Prenestino?
“Avevamo l’assemblea di gestione più ampia che si fosse mai vista, non c’era una linea politica ma c’erano tante teste, avevamo moltissime attività sociali su un’area di otto ettari, dalla cucina alla sala incisioni fino alla palestra popolare. Con una mia amica avevo messo in piedi uno studio di tatuaggi a prezzi socialissimi e spesso la moneta era quella del baratto”.

Insomma una scuola di vita?
“Direi di sì, a 17 anni sono andata via di casa e sono andata ad abitare al Forte, in un appartamento delle cosiddette “case matte”, era un’occupazione a tutti gli effetti. Rimasi lì tre anni. Nel frattempo avevo iniziato a lavorare da “Svicolo” uno dei quattro studi che all’epoca c’erano a Roma. Ho fatto la vera gavetta, lavoravo dalle nove della mattina alle nove di sera. L’ambiente era quello dei motociclisti, quasi tutti erano uomini, questo era il cliché”.
Poi ha aperto il primo studio?
“Ce l’ho fatta nel febbraio del 1996, proprio all’uscita del Forte Prenestino, al numero civico 23. Sono rimasta lì fino a due anni fa. Mi sono conquistata la mia autonomia, sono andata ad abitare in una stanza in affitto, in realtà ho cambiato otto case in dieci anni. Poi finalmente nel 2000 sono riuscita ad accendere il mutuo e a comprare casa a Lariano, ai Castelli Romani”.
Come sono stati i primi anni di lavoro? Quali erano le tecniche che venivano utilizzate per tatuare?
“Era un altro mondo, non si lavorava con le macchinette come oggi ma a mano. Andavamo a comprare gli aghi in un negozio per le imbalsamazioni a piazza delle Cinque Lune e costruivamo da soli gli strumenti. Era un vero e proprio rito. Ero giovanissima quando investii tutti i soldi che avevo per andare a Brayton, vicino Londra, dove c’era l’unico rivenditore d’Europa per comprare la mia prima macchinetta”.
Come è cambiato in questi anni il mondo del tatuaggio?
“Oggi questo lavoro è molto più settoriale e anche più di qualità. Ognuno ha il suo stile e segue categoricamente solo quello. Chi appartiene alla vecchia scuola come me invece doveva saper fare un po’ di tutto. Erano gli anni dei “tribaletti”, degli “scorpioncini”, delle “roselline”.
E qual è oggi il suo stile?
“A me piace lo stile realistico e quello giapponese. In generale amo tutto ciò che è tridimensionale e che mi permette di giocare con le luci e con le ombre. Io mi sento molto artigiana”.
Quanti tatuatori ci sono oggi a Roma?
“Circa 150”.
E quante sono donne?
“Beh! forse una su dieci, è ancora un lavoro molto maschile”.
Chi sono i vostri clienti?
“Assolutamente tutti: dai minori che riescono a strappare l’autorizzazione ai genitori, alle persone più mature che hanno ponderato la scelta, alle signore cinquantenni che dopo un divorzio decidono di ricominciare una nuova vita”.
Il tatuaggio diventa il simbolo di una rinascita?
“Esattamente. Viene concepito come un modo per dedicarsi alla propria “pelle”, per ricominciare da se stessi, simboleggia una presa di coscienza dei propri desideri per riaffermarsi e ripartire. E finche continuerà ad essere doloroso verrà visto con rispetto”.
Quali sono i “temi” che vanno di più?
“Continua ad essere molto frequente la celebrazione dell’amore, delle unioni, delle nascite, molti si fanno tatuare sulla pelle le iniziali dei parenti, del partner, dei figli”.
E’ un mercato che ha risentito della crisi?
“Non vorrei dirlo, ma assolutamente no. Anzi il numero degli studi continua ad aumentare”.
Quanto costa un tatuaggio?
“Non ci sono tariffe fisse, il valore di un tatuaggio è stabilito in base al tempo di lavorazione che richiede e alla complessità della figura. Non sempre un tatuaggio piccolo cosa di meno. Diciamo che le mie tariffe variano dai 50 ai 70 euro l’ora”.
Ma lei quanti tatuaggi ha sul corpo?
“Ci crede che non li ho mai contati? Mi sono sempre tatuata d’impulso. Il primo l’ho fatto a 17 anni, su un gluteo per nasconderlo a mio padre, alcuni non li ho mai finiti”.
E’ legata a qualcuno di questi in particolare?
“Sicuramente quello dedicato a mia mamma e poi un cuore per una persona che non c’è più”.
Lei è sposata?
“Sì, sono sposata da tre anni. Quando ho incontrato Matteo avevo quasi rinunciato a trovare l’uomo giusto. Dopo una serie di storie e storielle, credevo sarei rimasta zitella, da otto anni non avevo un rapporto serio. Invece è arrivato lui. Per me è stato uno choc, tra le amiche avevo la fama della “libertina”. In effetti posso dire che nella vita mi sono divertita, ho fatto tutto quello che volevo fare, e anche qualcosa di più. Lui mi ha fatto innamorare, era romantico, onesto, carino. Mio marito è una persona fantastica. Ci siamo sposati su una barca sul Tevere con pochi amici, una festa semplicissima”.
E che lavoro fa suo marito?
“Diciamo che fa un lavoro particolare”.
Posso sapere di cosa si tratta?
“E’ un regista di film hard, lavora nella factory di Silvio Bandinelli”.
Lei ha accettato facilmente questo lavoro?
“All’inizio è stato difficile. Non avrei mai creduto di potermi innamorare di una persona che fa questo lavoro. Io sono persino gelosa. Ma poi sono stata sul set, ho conosciuto le attrici, alcune di loro ora sono mie amiche. E ho scoperto che Matteo sul set è una persona davvero professionale, quasi timida direi”.
Non vorrebbe dei figli?
“A me piacerebbe, certo non sono alla ricerca spasmodica, ma ci sto lavorando, senza trucchi e senza inganni”.
Suo marito è tatuato?
“Sì, una paio glieli ho fatti io”.
Tre aggettivi con cui si definirebbe?
“Determinata, perseverante e un po’ “frescona”, per dirla alla romana”.