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“Sogno una tv con meno volti”. E lo dice una che la Rai la conosce

Chi è Anna Scalfati, il volto che dal Tg1 ha annunciato agli italiani lo scoppio della Guerra del Golfo. Giornalista, autrice di programmi, ora al vertice della comunicazione della Terza Rete Rai con un’idea fissa in testa: “Lavorare sodo non significa per forza diventare famosi”. Soprattutto se poi la famiglia è la proprietaria del lago di Sabaudia dal 1888.

Adesso la leadership di questo settore è passata al web. Poche facce per di più non ben visibili ma la rete delle informazioni, quelle che poi permettono alle persone di orientarsi, di scegliere: ecco internet”. E sulle donne: “Il ruolo femminile è concepito come “cura”. Questa è una società che si merita la crescita zero perché donne e bambini sono considerati pochissimo”. LA GALLERY

di Valentina Renzopaoli

E’ entrata nelle case degli italiani per anni con il suo volto elegante e pulito quando i telegiornali della Rai regnavano incontrastati i dati di ascolto, è stata lei ad annunciare che la guerra del Golfo era scoppiata. Giornalista per vocazione, Anna Scalfati ha lavorato con i nomi più noti del giornalismo italiano, diventando autrice di programmi e poi responsabile dell’ufficio Comunicazione di Rai 3 Rete. Moglie e madre di tre figli maschi, impegnata nel sociale, nelle battaglie per i diritti delle donne, nella politica del territorio, Anna è una vera combattente con un amore incondizionato per le sue radici e i valori familiari. E una grande passione: il lago di cui la famiglia Scalfati è proprietaria dal 1888.
Signora Scalfati, il suo è un cognome difficile da portare?
“Mi chiamo come mia nonna: Anna Scalfati. Una volta si usava cosi: ai nipoti si davano i nomi dei nonni, anche perché si cercava di tramandare i valori, le storie, di dare continuità allo stare insieme. Si era “comunità”: è un po’ questo il senso anche della mia vita di giornalista. La volontà di continuare una storia e se possibile di scriverne una pagina”.
Come è iniziata la sua carriera e cosa ama di più di questo mestiere?
“Ho sempre scritto, raccontato, osservato. Fin da piccola. I dettagli, le analisi delle situazioni, gli aspetti della condizione umana: è un modo di vivere che ha trovato nel giornalismo la possibilità di una professione, di un lavoro. Sono stata folgorata, un giorno d’estate. Sono entrata nella sede del Corriere della Sera dove conoscevo una giornalista e mi sono messa a disposizione anche per fare la rassegna stampa. Una volta bastava buona volontà e impegno per fare l’apprendistato. Pagati poco, sfruttati per carità… non che fosse una passeggiata… ma almeno avevi l’opportunità di provare, di sperimentare”.


Lei ha lavorato con i mostri sacri del giornalismo e del mondo televisivo: da Sandro Curzi a Michele Santoro, da Sergio Zavoli a Bruno Vespa a Giovanni Minoli: chi le è rimasto più nel cuore? E chi le ha insegnato di più?
“Dai direttori ho cercato di imparare tutto quello che era possibile. Il più affascinante culturalmente Sergio Zavoli, il più allegro e simpatico Sandro Curzi. Sono legata anche a Paolo Ruffini perché è stato un direttore capace di tenere la Terza Rete unita in un momento molto difficile. Un direttore pacato, educato. Lavorare con lui è stato molto piacevole perché ha avuto sempre rispetto dei colleghi”.
Ha un ricordo particolare legato ad uno di questi personaggi?
“Di ricordi ne ho tanti e conservo solo quelli buoni. L’eccitazione per un risultato di ascolto ottenuto o la preparazione di un nuovo programma. Le sfide sui contenuti vissute all’unisono con il tuo direttore rappresentano i momenti belli di questa professione”.
Lei è stata uno dei volti più noti del telegiornale delle reti Rai: come ha vissuto questa opportunità?
“Ho messo il volto e l’anima in televisione ma non ho puntato a diventare famosa. Lo sono stata a volte ma in modo del tutto casuale. Ho guardato sempre ai contenuti, a quale tipo di informazione facevo e io stessa ho ritenuto di essere rappresentativa più per la mia storia personale e per la mia capacita’ di entrare nelle storie degli altri che per il fatto di essere una conduttrice tv”.
Quali sono i colleghi che stima di più?
“La più brava è la nostra corrispondente da Bruxelles, Giuseppina Paterniti. La ricordo quando ha iniziato. Una grande professionista. E tra gli uomini Filippo Landi, corrispondente da Gerusalemme. Non penso che andare in video voglia dire avere un ruolo. Anzi penso che il video faccia parecchio male alla nostra professione. Mi piacerebbe una tv con meno mezzibusti ma densa di carattere nei programmi. Un impegno nei contenuti e una valorizzazione della creatività ci farebbe affrontare meglio la crisi del settore. D’altro canto sembra che apparire sia propedeutico per fare politica come si è visto nelle recenti elezioni”.
Si riferisce ai colleghi giornalisti che decidono di cambiare percorso e impegnarsi in politica?
“Sì, direi che da qui si capisce anche la smania dell’andare in video. In realtà il vero potere della tv è nei contenuti, nelle immagini, in ciò che si riesce a rappresentare”.

Il crollo della pubblicità sta mettendo in difficoltà i media tradizionali, la tv e i giornali cartacei: qual è la ricetta per sopravvivere?
“Adesso la leadership di questo settore è passata al web. Poche facce per di più non ben visibili ma la Rete delle informazioni, quelle che poi permettono alle persone di orientarsi, di scegliere. Ecco la forza di internet”.
Negli ultimi anni lei ha intensificato il suo impegno sociale e civile battendosi contro le mafie, contro la pedofilia, in favore dei diritti delle donne: da cosa nasce questa necessità di impegnarsi in prima persona?
“Il mio impegno è veramente grande e lo e’ stato sempre in molti settori di quello che viene definito “sociale”. Secondo me nasce da alcune esperienze dell’infanzia. Sono cresciuta passando molto tempo con i contadini, in Toscana in casa di mio nonno materno, e con i pescatori di Sabaudia. Allora in casa mia era presente una tata di Bronzolo, provincia di Bolzano, che aveva molto sofferto per la presenza dei tedeschi e per la seconda guerra mondiale: io sentivo a bocca aperta i suoi racconti sconvolgenti. E poi la violenza sulle donne e sui minori. Sono cose che mi hanno spinto all’impegno H24. Ho avuto anche io bruttissime esperienze: essere donna non è facile oggi come ieri. Siamo ancora una categoria sociale fragile ed esposta a tante difficoltà”.
Signora Scalfati ora ci faccia sognare un attimo: la sua famiglia è proprietaria di un piccolo paradiso terrestre, il lago di Paola a due passi da Sabaudia, cosa rappresenta per lei questo luogo così magico?
“Il lago è una dannazione. Una bellezza e un patrimonio ambientale da difendere dagli assalti della speculazione. Una specie di missione ma forse più una nemesi, una condanna all’impegno. Una croce. Avevo rifiutato l’idea di questo lago perché avevo visto quanti problemi e sofferenze aveva provocato in mio padre. Quando il mio antenato lo comprò dallo Stato Italiano appena costituito certo non poteva prevedere che divenisse centrale nello sviluppo del territorio. Allora era una zona malarica e l’unico interesse era la pescosità delle acque che rendeva florida l’azienda del mio bisnonno. In cento anni è cambiato tutto ma solo il legame con quella storia ha consentito la conservazione del patrimonio ambientale. Mi sento di aver avuto un ruolo in questi anni ed ho cercato di trasferire ai miei figli i valori di cui vado orgogliosa ma non so se loro li condivideranno fino in fondo: è troppo duro vivere così”.
A proposito di figli, la vita gliene ha donati tre, tutti maschi: come ha fatto a conciliare il lavoro e il suo impegno professionale con le esigenze di una famiglia così numerosa?
“Ho avuto tre figli , che sono cresciuti con il primo figlio di mio marito, e siamo a quattro. Più qualche amico, qualche cugino maschio e arriviamo facilmente a sei. A tavola una preponderanza di maschi da fare paura. Per fortuna ho i miei amici. La famiglia è importante ma non può essere tutto per una donna. Ancora il ruolo femminile è concepito come ruolo di “cura”.
Ci sono stati momenti in cui i suoi figli hanno ostacolato la sua carriera?
“E’ faticoso e nella carriera paghi tutto è evidente. Questa è una società che si merita la crescita zero perché donne e bambini sono considerati pochissimo”.
Le sarebbe piaciuto avere una figlia femmina?
“Sì, avrei voluto avere una figlia o forse molte figlie. Ma credo che avere figli non sia come comprare un dentifricio. Il figlio è qualcosa che ti lega ad un impegno preciso, ad una responsabilità. E’ ciò che viene dopo di te. Abbiamo una precisa responsabilità in ciò che gli diciamo, sia esso maschio sia femmina”.
Ai suoi mille interessi, negli ultimi anni ha sommato anche il ruolo di consigliere comunale in un comune del sud Pontino: quanto è difficile amministrare un territorio e quanto è difficile non scendere a compromessi?
“Fare la consigliera di minoranza è soprattutto frustrante. Il Paese non riesci a cambiarlo se non hai le leve del comando in mano. Abbiamo delegato tutto alla politica e adesso siamo fuori come cittadini dai processi decisionali. E i partiti sono un sistema chiuso. Paradossalmente anche Grillo è un sistema chiuso. Io vorrei un Paese normale con quelle regole condivise che sono frutto del lungo cammino dell’umanità. Ma oggi sembriamo nella preistoria. La rincorsa al denaro ha cancellato le fondamenta del vivere insieme e, dico io, della felicita’”.
Quali sono i sogni rimasti ancora nel cassetto?
“Il mio sogno nel cassetto è sopravvivere alla stanchezza e all’abbattimento e non disconoscere le mie passioni. Ecco, io spero di non cedere. E nel mio intimo, spero di vincere. Se non sarà cosi almeno saprò di avere fatto il mio dovere”.

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