di Giovanni Iozzia
Anche un film confuso, indeciso e a tratti noioso può essere utile. Succede per Jobs, il biopic sulla vita del fondatore di Apple scomparso due anni fa, che ha già fatto flop negli Stati Uniti (dove è stato bollato come cinico e superficiale) e arriverà in Italia a metà novembre, a meno di nuovi rinvii. In due ore ci si fa un’idea dei problemi che ha oggi Apple, dopo essere diventato il marchio più famoso al mondo e la società più capitalizzata in Borsa. La grana che Tim Cook ha ereditato da Steve Jobs è…avere le visioni.
Il “mitico” per farlo non rinunciava a qualche additivo chimico ma pensava a quel che non c’era ancora. Era uno “stronzo” (come gli dice il suo primo capo in Atari) che parcheggia la Mercedes negli spazi per gli handicappati e fa fuori gli amici del garage al momento del collocamento di Apple in Borsa. Ma era uno stronzo di talento, ossessionato dalla volonta di cambiare il mondo e dalla necessità di essere innovativi, sempre. “Noi abbiamo alzato l’asticella, ma se non vogliamo restare lì, dobbiamo rischiare”, dice dopo il lancio del primo personal computer nato dall’idea di “associare la macchina da scrivere al televisore”, come lo descrive per convincere i primi finanziatori.
A volere questo film è stato Ashton Kutcher, ex modello diventato produttore e investitore in start up (da Twitter a Spotify, da Foursquare a Airnb). Il suo Jobs contiene la staticità del modello e la visione del venture capitalist, quindi basso valore cinematografico, discreto interesse come analisi di un caso aziendale straordinario. Apple presenterà il 28 ottobre i risultati del terzo trimestre. Pochi giorni prima è atteso un evento per il lancio di nuovi prodotti. I numeri saranno certamente positivi. Ma c’è da preoccuparsi sentendo, per esempio, l’ex CEO Tim Sculley dire che Tim Cook sta lavorando bene. Fu il manager voluto da Jobs (stava in PepsiCola ed era considerato un mago del marketing) e da cui Jobs fu cacciato, ricorda il film, perché avevano una visione diversa sul Macintosh e sui progetti da portare avanti.
Da una parte le logiche finanziarie e conservative di una corporation, dall’altra le strampalate ma geniali visioni di un imprenditore che diceva «Noi non dobbiamo fare qualcosa meglio della concorrenza, noi dobbiamo fare qualcosa di diverso». Apple da un po’ di tempo non fa nulla di diverso. Sta gestendo il patrimonio di visioni ereditate dal fondatore e in qualche momento sembra ritrovarsi nei panni dell’inseguitore e non più dell’inseguito, per esempio con Samsung. Ogni progetto pensato da Jobs era un rischio ma l’ipod, prima, l’iPhone e l’iPad dopo hanno cambiato intere industrie (la musica ad esempio) e molte delle nostre abitudini quotidiane (scegliete voi quale). Adesso è più facile gestire quel che si ha, cercare di allargare le quote di mercato con un nuovo iPhone economico e colorato o accrescere le prestazioni dell’iPad. Ma non sarà così che Apple riuscirà ad essere cool, come volve il suo founder, a lungo.
E’ il guaio dell’innovazione: non è mai per sempre. E i suoi effetti non sono prevedibili dai grafici del controllo di gestione. P.S. Entro fine anno negli Stati Uniti è prevista l’uscita di un altro film su Jobs diretto dal regista di The social network: tre sole scenegirate dietro le quinte del lancio dei tre prodotti che hanno segnato la storia di Apple. Ecco un altro modo di vedere il problema: non c’è ancora materiale per una quarta scena.

