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Jasmine Blue, quando anche la nostra tomba è vuota

Jasmine Blue, quando anche la nostra tomba è vuota

di Enrico Andreoli

Blue Jasmine è la storia di una povera stronza, ricorda mutatis mutandis Anna Karenina, interpretata in modo così magistrale da Kate Blanchett che, oltre a vincere il prossimo Oscar, ti fa venire il dubbio che sia una ……. anche lei. Non vi racconto la storia per non farvi perdere il gusto di assistere alla rappresentazione di questa tragedia umana “donnica”; ma comunque sarebbe meglio che leggeste queste righe decisamente maschili dopo aver visto il film. La fragranza (il frui) è sempre un’esperienza personale. Io, nella lettura di un film mi concentro sempre sui dettagli perché sono convinto che rappresentino per l’autore un punto di condensazione del senso, un anfratto di significato dove la ragione narrante trova ristoro e, in qualche modo, tira il fiato. Insomma, come sappiamo, il Di*volo dimora nei particolari. Primo particolare: veniamo a sapere che, diventata adulta, la protagonista ha cambiato nome da Janet a Jasmine perché, come spiega lei stessa, Janet è troppo banale. Poi aggiunge: “i miei genitori mi hanno dato il nome del fiore che sboccia di notte”. Occhei, occhei! mi sono detto sulla poltrona del cinema: siamo in piene Guerre Stellari e la signora governa il, o forse è agita dal, lato oscuro della forza, dalla Luna. Ci sarà certamente un omicidio. E infatti più avanti… Jasmine nel dire i “miei genitori” sta ovviamente facendo segno a quello stesso Destino con cui Eschilo negoziava nella Grecia tragica, quell’epoca in cui l’Uomo vive per la prima volta nella consapevolezza della propria nudità di fronte alla Morte e di quel “niente” che riempirà la sua tomba. Secondo particolare: perché, già nel titolo, questa Jasmine è detta Blue? Negli USA la parola “blue” è mitica come da noi in Europa “anima”.

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Ci sono i blue jeans che rappresentano ovviamente “la fatica del lavoro”, poi c’è il blues che è narrazione rammemorante e celebrazione del dolore. Poi ancora ci sono le “Blue Highways” le strade secondarie e poco frequentate tipiche dell’America interna e rurale descritta in un libro magistrale di William Least Heat-Moon (torna sempre la Luna). Poi c’è la canzone Blue Moon che ritorna continuamente nel film come lamento di fondo, ritorna come la luce di un faro dal fondo di una notte nebbiosa. Io credo che Allen utilizzi questa canzone, anzi il ricordo di questa canzone che suonava all’inizio della storia d’amore tragico tra i protagonisti, come monito: stiamo parlando del lato “lunare” della forza oscura che muove la notte dell’anima femminile; stiamo parlando del “donnico”, l’essenza della sostanza femminile, quella che gli uomini non conoscono e, per questo, per questa cecità, gli uomini ricevono morte. Come ci narra Allen e la tragedia greca. Di solito “blue” viene tradotto con “tristezza” ma la migliore canzone Jimi Hendrix – Axis: bold as love – trascina al suo fondo il significato di “blue”: blue are the life living waters taking for granted. Senza dubbio dobbiamo intendere: sterili sono le acque della Vita se date per scontate. Ecco allora svelato soggetto del film attraverso la storia banale di questa povera ….. di Jasmine Blue, un’Anna Karenina qualunque; ci sta parlando della causa – singola ed unica – della sterilità esistenziale. Infatti la protagonista ripete “tre” volte: “il mio maggior rimpianto è non aver finito il college”. Il tre che ho appena scritto sta tra virgolette perché “tre” vuol dire “identità” (nell’incrocio di tre rette c’è il punto dello spazio).

Dunque la carta di identità di questa povera stronza di Jasmine Blue è quella di una donna che è sterile (infatti non ha un figlio suo) perché non ha completato il college, ovvero perché ha interrotto il cammino lungo la quale la stava menando la propria passione (deve essere per questo che Heiddeger insiste sullo “essere per via”, scusate la nota per i lettori della mia tribù ‘The Balcons”). Ecco, da una donna così cosa vi aspettate? Quanto meno un basso controllo emotivo per la rabbia, mai sopita, di aver tradito sé stessa inutilmente. Così nel momento della vendetta viene travolta dalla furia. Non potendo servire la vendetta su un piatto freddo, si scotta le mani e distrugge insieme al nemico anche il proprio patrimonio, futuro e tutta l’espressione di Sé nel mondo. Ma perché Jasmine non può servire la vendetta su un piatto freddo? Perché, tradendosi per amore, ha ucciso il suo proprio Sé e questo, morto, non può aspettare. Siamo nella più greca della tragedie come simboleggio il vestito rosso di Jasmine. Ma non è tutta colpa sua! direte Voi care lettrici. D’accordo … senza aggiungere “porella” però. Il marito, che non ha la più pallida idea di cosa sia il “donnico”, e neppure voi immagino: il “donnico” è l’essenza della sostanza femminile o, se volete, quella universale elaborazione del “femminile” che ogni donna fa, secondo il proprio talento, nel proprio vissuto, diventando “quella” donna universale. Il marito, dicevo, nella scena clou le confessa di amare seriamente la giovane oper francese e di volerla sposare. Mai errore di più vasta portata che questo! Mai confessare ad una donna ageè che non è più oggetto di desiderio sessuale; mai dirle che ti scopi una più giovane. La trasformi in una belva omicida, come ben ci narra Allen. Non abbiamo più nulla da perdere quando ci rendiamo conto che tradendo le nostre passioni, abbiamo ucciso inutilmente il nostro proprio Sé. Non abbiamo più nulla da perdere quando anche la nostra tomba è vuota.