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Oscar 2013/ A proposito di disagio psico-fisico e mentale. Di Stefania Pizzi

di Stefania Pizzi

A: “Non c’è alcuna ragione di continuare a vivere, io so che non posso che peggiorare. Perchè infliggerci questa tortura? A te e a me?”

G: “Ma tu non mi infliggi niente.”

A: “Non sei obbligato a mentire George.”

G: “Immagina di essere tu al mio posto. Non hai mai pensato che sarebbe potuto succedere a me?”

A: “Sì certo, ma l’immaginazione e la realtà hanno molto poco in comune.”

G: “Ma stai migliorando ogni giorno.”

A: “Io non voglio più. Tu fai sforzi commoventi per facilitarmi tutto questo, ma io non voglio più, per me non per te.”

G: “No io non ti credo, io ti conosco. Tu pensi di essere un peso per me, ma se tu fossi al posto mio che cosa faresti?”

A: “Non so niente, non voglio mettermi al posto tuo. Non mi importa. Sono stanca ora, mi voglio sdraiare.”

 

amour ape

 

Questo dialogo fra i due protogonisti di Amour (regia di M. Haneke, Austria/Francia/ Germania, 2012) Anne e Georges, segna lo spartiacque della vicenda filmica che è alle prime battute. La donna dell’anziana coppia di insegnanti di musica, dopo aver subito il primo colpo ischemico che gradualmente ne modifica il corpo e la mente in modo letale, esprime la propria ferrea volontà. Il marito all’inizio resta incredulo e attonito: il loro oltre ad essere un grande amore è soprattutto un rapporto di profondo scambio culturale, stima, affetto. Dopo questa scena il piano semantico della storia si inclina inesorabilmente verso un altro registro: quello del dolore, dell’inizio della fine, e di una scelta (frutto della sua reazione alla scelta decisa di Anne) di Georges che pian piano di direzionerà nell’aiutare a rendere dignitoso l’ultimo tempo di vita della coniuge, se ciò è possibile, ormai divorato dalla malattia.

Questo è Amour, candidato a 5 statuette prestigiose (Miglior Film, Migliore Attrice Protagonista, Miglior Regia, Miglior sceneggiatura originale e Miglior Film Straniero) e uscito vincitore SOLO della statuetta come Miglior Film Straniero. L’interpretazione dei due protagonisti (J. L. Trintignant ed E. Riva) è superba: lo sguardo, il registro espressivo, la naturalezza e l’interpretazione della vecchiaia, fisica e morale, restano lì, nella mente di chi guarda, indelebilmente impressi. E non si può non inchinarsi dinanzi alla bravura stupefacente e intensa dell’ottantaseienne Emmanuelle Riva che avrebbe meritato la statuetta come Miglior Attrice Protagonista.

Nulla si vuol togliere all’intensa e divertente interpretazione, sopra le righe per ironia, durezza e incisività di Jennifer Lawrence, (sovra) premiata come Migliore Interprete Femminile ne Il lato positivo (Silver Linings Playbook, regia di D. O. Russell, Usa, 2012, in uscita in Italia il prossimo 7 marzo). L’outsider che avrebbe sorpreso il mondo intero in caso di vittoria non l’ha spuntata (la bravissima Quvenzhané Wallis ne Re della terra selvaggia, all’epoca delle riprese aveva sei anni, e il film è l’opera prima del trentenne statunitense Benh Zeitlin!!), così come la data per favorita attrice francese. Ecco, però, e questo ci piace sottolinearlo con massimo stupore ed interesse, che le tematiche affrontate nei film appena citati sono affatto banali, ma dirette con intelligenza e originalità.

La storia della giovane sbandata (Tiffany-Jennifer Lawrence) che si innamora dell’uomo sposato internato per otto mesi perchè affetto da sindrome bipolare che gli provoca attacchi forti di aggressività, e che ella tira fuori con una sorta di danzaterapia, è fluida, attraente e strappa-sorrisi a più non posso. Eppure si parla di disagio psichico e di una famiglia sconvolta da tutto questo, e lo si fa con un linguaggio semplice, attraverso un registro comprensibile, con sottolivello denso di amarezza e sofferenza degni di nota (peccato per il finale melenso e scontato…). Nell’altro film statunitense, assolutamente e inspiegabilmente ignorato da tutte le nominations ricevute in partenza, si è dinanzi ad un piccolo gioiello per quanto riguarda la vena narrativa, magica, il modo di raccontarla, il tratteggio dei personaggi (il padre della piccola Hushpuppy insieme con la sgangherata banda di disperati che vagano nella ‘Grande vasca’) simbolicamente eloquenti e la sceneggiatura (qui poteva starci la statuetta, ad esempio a mio modesto parere) mai convenzionale.

Il disagio sociale mostrato è forte, e la piccola protagonista, regina della fiaba e degli animali che le stanno intorno, lo subisce e lo osserva fino alla fine con un coraggio commovente, adulto, ma pur sempre filtrato attraverso i propri occhi di bambina. Spiace affermare, anzi confermare anche per questo evento, che a volte un pò più di coraggio servirebbe a premiare film coraggiosi e magari un pò scomodi…..