Base militare nella Striscia di Gaza, l’analista di Domino: “Così Trump vuole gestire il dopo-Hamas”
Mentre il futuro di Gaza resta al centro delle strategie americane per il dopo-guerra e l’ipotesi di una base militare nella Striscia prende forma, il piano dell’amministrazione Donald Trump solleva nuovi interrogativi sul reale assetto che Washington immagina per il territorio. La costruzione di un avamposto sotto supervisione americana e il possibile coinvolgimento di contingenti stranieri rischiano infatti di trasformare la fase della ricostruzione in una nuova partita militare e geopolitica. Sul fronte iraniano, invece, il futuro della Repubblica islamica appare sempre più incerto. Le indiscrezioni sulle condizioni di salute di Mojtaba Khamenei, succeduto al padre Ali alla guida del Paese, riaprono la questione della successione e degli equilibri interni al regime.
Qual è dunque il vero progetto di Trump per Gaza? E quanto una presenza militare internazionale potrebbe modificare gli equilibri nella Striscia? Sul fronte iraniano, chi potrebbe raccogliere l’eredità di Mojtaba Khamenei e quanto è solido oggi il sistema della Repubblica islamica? A fare chiarezza è Franz Simonini, analista geopolitico e firma della rivista Domino, che ad Affaritaliani analizza le strategie americane a Gaza, il possibile ruolo delle truppe internazionali e gli scenari che si aprirebbero a Teheran in caso di una nuova successione.
La possibile costruzione di una base militare a Gaza: qual è il vero obiettivo strategico di Trump e che ruolo avrebbe nella futura gestione della Striscia?
“Al di là del fantomatico Board of Peace (a pagamento) che si vorrebbe in sostituzione perfino delle Nazioni Unite, l’ultima mossa annunciata consisterebbe nella costruzione di una base militare fissa all’interno della Striscia di Gaza. L’edificazione del castrum verrebbe appaltata all’azienda americana Arkel International (già impiegata per scopi analoghi in Iraq) e collocata nel 60% del territorio conquistato dalle truppe gerosolimitane. In un primo momento verrebbe schierato narrativamente un contingente marocchino di 150 uomini, destinato ad ampliarsi fino a una brigata di 5.000 soldati dello Tsahal con l’espansione della base. Di qui il profittare dello stato ebraico per puntellare le zone occupate e poterle poi annettere in futuro. Quanto al ruolo di Donald Trump, questi vorrebbe porsi come garante della situazione, controllando direttamente il comitato dell’asse della pace, le solite iniziative maldestre che si scontrano con la realtà”.
Una presenza militare internazionale a Gaza può favorire la stabilizzazione oppure rischia di trasformarsi in un nuovo elemento di tensione? Funzionerà questo piano?
“Come già annunciato mesi fa dai delegati americani, l’obiettivo sarebbe quello di formare una coalizione di stabilizzazione internazionale nella Striscia di Gaza, con l’invio di truppe da parte degli aderenti al Board of Peace. Il problema rilevante per lo Stato ebraico risiede nella presenza di possibili truppe saudite, pakistane e soprattutto turche, queste ultime già presenti dentro la Striscia sotto forma di aiuti umanitari. Al di là del mancato accordo tra i palestinesi di Hamas ed Israele, la presenza di contingenti avversari di Tel Aviv porterebbe a un aumento delle tensioni nell’area, in vista anche dei continui annunci di scontro con Ankara nel Levante. Nella sostanza risulterebbe utile per riequilibrare l’area, ma con il rischio di aprire ulteriori fratture”.
Sul fronte iraniano, dopo le indiscrezioni sulle condizioni di Mojtaba Khamenei, chi potrebbe emergere come possibile successore e quanto è stabile oggi il sistema della Repubblica islamica? Un eventuale cambio ai vertici di Teheran potrebbe modificare la politica iraniana verso Israele, Hamas e gli Stati Uniti?
“Dal raid del 28 febbraio che a Teheran ha ucciso Ali Khamenei, ferendo anche il figlio Mojtaba a una gamba, a una mano e al volto, la Repubblica Islamica è entrata in una nuova fase dirigenziale. Gli attacchi israelo-statunitensi hanno decapitato gran parte della vecchia guardia, permettendo, in controsenso rispetto all’obiettivo, l’ascesa al potere dei pasdaran e della classe dirigente più giovane. Anche il nuovo ayatollah Mojtaba Khamenei, nonostante la discendenza diretta dal predecessore, è espressione delle guardie della rivoluzione. Rispetto alle sue condizioni di salute, già ad aprile un memorandum d’intelligence lo indicava ricoverato a Qom, privo di sensi.
Tolti gli altri soggetti eliminati dagli attacchi, come quello del 17 marzo con l’uccisione di Ali Larijani, simbolo della saldatura tra il prestigio clericale e la potenza dei Guardiani della rivoluzione oltreché consigliere personale dell’ayatollah, rimarrebbero diversi nomi che circolavano già a febbraio. Ahmad Vahidi, ex comandante della Forza Qods, è tra i papabili di un’eventuale successione. Figurano anche il giurista Alireza Arafi, di profilo tecnico; Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica Islamica, vicino ai riformisti ma inviso ai tradizionalisti; e Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i, capo della magistratura.
Al di là del profilo in sé, la traiettoria di controllo dei pasdaran è già segnata, e con il posizionamento di vantaggio a Hormuz si è pure rinsaldato il fronte interno con proclami di resistenza generalizzati contro il nemico israelo-statunitense. L’Iran rimane al centro delle vicende dell’area mediorientale, con Tel Aviv e Washington come nemici sistemici e Hamas come agente sui generis per la propria proiezione. Un eventuale cambiamento di politica nei confronti dei tre soggetti sarebbe conseguenza di una totale instabilità interna e di una capitolazione nell’odierna guerra, a oggi non all’orizzonte nel breve periodo”.

