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Prefazione Casaleggio

Sfidare la figura di Gianroberto Casaleggio, l’ultimo dei guru politici della sempre particolare politica italiana, è una dimostrazione di grande coraggio giornalistico da parte di Alberto Di Majo, che però da cronista esperto qual è sa bene che non si può raccontare il MoVimento Cinque Stelle prescindendo dal rapporto simbiotico tra Beppe Grillo con lo stesso Casaleggio, e dal rapporto dispotico di questi con l’articolazione organizzativa che sul territorio li rappresenta. C’è un’espressione chiave che descrive l’am-bizione politica di Casaleggio e Grillo: democrazia diretta.

Non è ancora chiaro se il riferimento sia all’agorà ateniese trasposta nel ventunesimo secolo o al semplice fatto che la democrazia è diretta da Gianroberto e Beppe. In maniera ferrea e senza tollerare voci di dissenso. Nella primavera del 2001, non ancora trentenne, mi candidai a sindaco di Roma con il movimento Democrazia Diretta che aveva nel simbolo la chiocciola di internet. Prendemmo poche migliaia di voti, eravamo decisamente in anticipo sui tempi. Ripetemmo l’esperimento anche alle ammini-strative del 2003 ma non ci schiodammo da una dimensio-ne trascurabile di consenso. Il web italiano non era maturo, non c’erano i blog e i social network erano di là da venire. Ma quando un paio d’anni dopo ho visto sorgere i primi germogli, attraverso la nascita dei MeetUp, di quello che sarebbe stato il MoVimento Cinque Stelle ho capito quello che ci era mancato: il volto noto. Beppe Grillo è stato in questi anni l’attore protagonista di una rappresentazione teatrale scritta integralmente da Gianroberto Casaleggio.

La commedia è efficacissima e lo so, non tanto e non solo perché è basata su idee che ho te-stimoniato ante litteram, ma perché il guru riccioluto è una persona che di internet ha compreso l’anima. E in Italia le persone così sono pochissime. Casaleggio ha compreso che con il web saltano tutte le me-diazioni. Se quindici anni fa volevo andare in vacanza an-davo dall’agente di viaggi, che mi vendeva il pacchetto che più lo metteva in condizione di guadagnare: lucrava sulla intermediazione tra il mio desiderio di andare in vacanza e l’impossibilità che avevo di vagliare le proposte di operato-ri professionali fuori da un luogo fisico rappresentato dalla sua agenzia. Se volevo investire in azioni dovevo passare dal mitico “borsino” della banca, dove un funzionario mi avrebbe indicato i titoli a suo dire più adatti alle mie necessi-tà, in realtà più capaci di dilatare il suo guadagno di media-tore, con i più disonesti anche capaci di piazzare junk bond di Cirio o di Parmalat. Ancora una volta, il potere di chi sta in mezzo tra un bisogno e la realizzazione dell’aspettativa.

Non si poteva far da soli, l’intermediazione era sempre necessaria. Ora questa necessità è scomparsa. Il web azzera il ruolo del mediatore professionista: se voglio andare in vacanza cerco il pacchetto più conveniente con un paio di click, se voglio comprare azioni ho a disposizione le piattaforme di trading on line. E questo vale per tutto: se voglio acquista-re libri non devo più necessariamente andare in libreria, Casaleggiose voglio ascoltare musica posso prescindere dall’oggetto fisico del disco o cd su cui i produttori e gli esercenti hanno incentrato i loro guadagni. Persino nel giornalismo ormai si è impoverito il ruolo del professionista, che deve rein-ventarsi se vuole resistere alla forza del citizen journalism e dell’informazione liofilizzata via web. Solo la politica pote-va restare immune da questa rivoluzione? Casaleggio ha capito prima di tutti che il web avrebbe scardinato gli equilibri tradizionali e dichiarato la morte dei politici di professione, che potevano essere tranquilla-mente sostituiti dall’uomo della strada.

La straordinaria galleria dei video degli aspiranti deputati e senatori che hanno partecipato alle “parlamentarie” del MoVimento Cinque Stelle è in questo senso sublime. Ancora una vol-ta, una mera rappresentazione teatrale in cui il canovac-cio di Casaleggio ha funzionato quasi alla perfezione, con la “fastidiosa” ma non particolarmente efficace esibizione di dissenso dei vari Favia, Tavolazzi, Salsi. Solo la profon-da conoscenza dell’anima di internet poteva consentire a Gianroberto Casaleggio di mettere in piedi, con la “parteci-pazione straordinaria” di Beppe Grillo, un movimento così capace di essere aderente allo spirito dei tempi.

Non mi lascio andare a giudizi di valore: non sostengo con il voto il M5S, anche se ho una decisa simpatia per chi in fondo è riuscito a mettere in pratica alcune idee della mia gioventù. Il falso tema della repressione del dissenso interno al movimento dimostra, poi, che manca una com-prensione profonda di quel che Casaleggio e Grillo stanno costruendo: uno dei più innovativi partiti europei, che si fa forte del rifiuto dei soldi pubblici (intuizione geniale), co-sta poco ed è estremamente governabile perché composto da persone che nulla sarebbero senza Grillo e Casaleggio.È un paradosso, questa democrazia diretta, che è poi nei fatti totalitarismo interno? Certo che lo è, ma la politica italiana è tutta paradossale.

Una sola incognita resta da va-lutare: il resistere del M5S allo scorrere del tempo, la sua capacità di adeguarsi alle nuove sfide. Dopo l’approdo in Parlamento, nulla sarà come prima. E allora ad Alberto Di Majo, agli altri narratori della sto-ria degli strani partiti nostrani, toccherà aprire gli occhi e osservare con attenzione, perché dovranno raccontare con ogni probabilità tutta un’altra storia.

Mario Adinolfi