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Coronavirus
Scuola, se il problema sono i trasporti mandiamo i ragazzi a piedi…
(fonte Lapresse)

Una volta a scuola si studiava. Ricordo un tempo terribile in cui si facevano seriamente otto anni di latino, e in quinta ginnasiale sfogliavo avanti e indietro il libro di sintassi latina, per verificare se mai ci fosse qualcosa che non sapevo. E con questo non ero il primo della classe.

Al liceo, non si insegnavano più grammatica e sintassi latina, perché la conoscenza di quelle materie era data per scontata. Si leggevano i classici. Si traduceva dal greco. Io me la son dovuta vedere con Erodoto e Platone. E non sono morto. La traduzione dal latino in italiano era vista come una cosa dopo tutto abbordabile, il guaio era infatti la traduzione dall’italiano in latino. Talvolta con risultati comici.

Decenni dopo aver abbandonato i banchi, le battute in latino si sprecavano, Oggi invece se uno dice in pubblico “Nemo propheta in patria”, oppure “vae victis!” o una qualunque banalità, come “risus abundat in ore stultorum”, viene guardato come un marziano. Non dal conducente dell’autobus, ma dall’amico laureato.

In quel tempo a scuola si era sottoposti a sevizie inaudite come la lettura (e quel ch’è peggio, la comprensione) di Dante. Si leggevano anche i Promessi Sposi, ed era normale che tutti conoscessero la famosa domanda: “Carneade, chi era costui?” Nome che ancora oggi si usa per indicare “una persona ignota”. Ma io sono curioso e a suo tempo, volli sapere chi era Carneade. Così appresi che era un filosofo scettico dalle capacità dialettiche straordinarie.

Venuto a Roma, annunciò: “Domani proverò la tale tesi”. Ed effettivamente ci riuscì. Ma a conclusione disse: “Domani proverò la tesi opposta”. Ed effettivamente anche in questo riuscì. L’errore fu di annunciare, a questo punto: “Domani proverò che ambedue le tesi sono sbagliate”. E non poté farlo perché i senatori romani, allarmati, gli imposero di lasciare immediatamente la città.

Ecco dunque che, indegno pronipote di cotanto dialettico, mi propongo di dimostrare due tesi opposte a proposito della scuola in tempo di pandemia.

La scuola è più importante di quanto la gente non pensi. E poiché la gente non lo capisce, è inutile cercare di dimostrarlo. I ragazzi hanno perduto due anni di scuola e poiché neanche questa tragedia la gente capisce, non tenterò di illustrarla. Ma le persone più riflessive danno la colpa di questo disastro al governo, e non mi pare giusto. A Palazzo Chigi non sono matti. La scuola è un luogo di assembramento. Se i ragazzi non si infettano, possono lo stesso portare il virus a casa e ammazzare i nonni. E questo è il primo motivo per tenerle chiuse. Ormai da due anni.

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