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Coronavirus
Vaccini consentiti in farmacia. I problemi nascosti

DottNet riporta oggi che è stato firmato il protocollo con i farmacisti per i vaccini (https://www.dottnet.it/articolo/32527062/firmato-il-protocollo-con-i-farmacisti-per-i-vaccini-le-modalita-/). Partendo dalla considerazione che il protocollo firmato dal Ministro della Salute con le Regioni e con i farmacisti non è una legge ma solo una serie di intenzioni, se il testo riportato dovesse corrispondere al contenuto del protocollo, significherebbe una pesante sconfitta della Federazione degli Ordini dei Medici che non è stata in grado di arginare una deriva molto pericolosa per il cittadino ma anche per gli stessi farmacisti e che sconfessa gli anni di laurea e di specializzazione spesi per acquisire una competenza professionale.

In ogni caso, nessuna legge, e tanto meno un protocollo, può conferire una qualifica ed una professionalità per la quale non si è stati preparati con un corso di Laurea adeguato.

E, dopo i farmacisti, arriveranno i Biologi, i Chimici, i Biotecnologi. Perché no? Perché non hanno strutture fisse? Ma nessuna farmacia farà al suo interno i vaccini; si adatterà con un camper o un container o altro, al di fuori delle proprie mura. E perché non potrebbero farlo anche i Biologi? La cecità degli Ordini dei Medici nei confronti di chi a poco a poco tenta di erodere i principi della professione è totale.

Agli inizi degli anni ’70 i medici furono estromessi dai laboratori perché solo i chimici potevano fare le analisi is seguito ad un loro ricorso. Grandi battaglie hanno poi riportato i medici alle giuste competenze, ma le altre figure professionali hanno avuto sempre più spazio. Cosa fecero allora gli Ordini dei Medici e le rappresentative sindacali? Assolutamente nulla, perché non era un loro problema. Per loro contavano solo i clinici. Ma non avevano capito che “gutta cavant lapides” e dài e dài siamo arrivati al problema di oggi.

La vaccinazione, come tutte le somministrazioni iniettive, è un atto medico e non si può con un decreto modificare quella che è una professionalità acquisita per legge ma dopo specifici corsi di studio. Il medico può prescrivere le cure, il farmacista, su indicazione del medico, può dispensare farmaci. C’è una differenza sostanziale. Le farmacie sono convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale solo per dispensare farmaci su ricetta medica; mentre il medico di famiglia ha un contratto con il SSN con tanto di numero e timbro, il farmacista – dipendente della farmacia privata – non è legato al Servizio sanitario.

In un precedente editoriale su di una rivista internazionale (Verna, R. Vaccines in the Pharmacies? Healthcare 2021, 9, 269. https://doi.org/10.3390/healthcare9030269) ho avuto modo di osservare che, di fatto, le farmacie in sé possono essere paragonate ad un’attività commerciale. Per possedere una farmacia non è necessario essere farmacisti, basta avere un direttore farmacista. La farmacia non fa parte del SSN, ma ha solo l’autorizzazione a dispensare farmaci dietro ricetta medica e i dipendenti non hanno nessuna relazione con il SSN. Da questo punto di vista sono dei semplici impiegati in tutto e per tutto dipendenti da un padrone. La farmacia è soggetta solo in parte a disposizioni normative in termini di spazi, personale, strumentazione. Il proprietario fa il bello e il cattivo tempo con i dipendenti che sceglie personalmente e senza concorso, senza valutazioni comparative né particolari qualifiche professionali. Non è un caso che i dipendenti delle farmacie abbiano un contratto scaduto dal 2009!.

Ho ascoltato personalmente una farmacista che ha detto: me lo hanno chiesto, mi pagano i corsi, e non ho potuto dire di no. Poi, se dovesse avere un evento avverso ne subirà tutte le conseguenze perché nessuno crederà al “non ho potuto dire di no”.

Cosa significa, poi, opportunamente formati e previa acquisizione del consenso? Il consenso informato è un atto medico, e non significa prendere in mano dei pezzi di carta che il paziente ha firmato: bisogna spiegargli prima con dovizia di termini quello che si fa e cosa potrà succedere, ponendo grande attenzione a possibili problematiche del paziente, ovvero un’anamnesi completa che possa scongiurare il più possibile una reazione avversa. E che ne sa il farmacista delle patologie che potrebbero portare ad una reazione avversa? E, poi, se questa dovesse verificarsi, cosa farebbe? Il protocollo dice “chiamare il 118” o “somministrare adrenalina intramuscolo”. Bel modo di risolvere i problemi. Chissà perché il consenso informato è un atto medico? Forse perché il medico ha studiato anni per conoscere le patologie, come si manifestano e come si curano? Perché è necessario sapere quello che va fatto prima e quello che potrebbe avvenire dopo, sapersi districare in caso di un qualsiasi problema. Vi immaginate cosa succederebbe in caso di svenimento, di reazione di panico, di reazione allergica seria, per non parlare di eventi gravi come arresto cardiaco? Però il titolare della farmacia potrebbe pretendere la prestazione da parte del dipendente minacciandolo di licenziamento, anche se il dipendente non avrebbe alcuna copertura assicurativa né legale, che eventualmente dovrebbe pagarsi da solo.

Un punto, infine, da non trascurare è che il protocollo parla di 6 euro alla farmacia per vaccino somministrato, ma nessun riferimento al farmacista che lo somministra. Alla farmacia saranno inoltre rimborsate le spese organizzative per mettere in piedi il protocollo vaccinale, che comprende anche una serie di norme per quanto riguarda i locali ed il flusso dei pazienti. Non c’è alcun riferimento ad una copertura assicurativa per i farmacisti vaccinatori, le cui responsabilità legali, civili e penali, non sono minimamente considerate. Ma chi pagherà tutto questo? Aumento delle tasse o Recovery Fund? Mah, comunque denaro sottratto alla comunità a vantaggio di pochi. In Inghilterra, su 11mila farmacie, solo 200 hanno aderito al protocollo. Ovviamente quelle più grandi, che in questo modo cercano di aumentare l’afflusso di clienti che, in attesa del vaccino, compreranno creme solari o altro.

Si sta parlando anche di uno scudo legale per i farmacisti; ma sono pazzi? Per carità, non voglio prendermela con i poveri farmacisti, ma vi pare normale attribuire a chi non le ha competenze specifiche liberandolo da qualunque rischio legale?

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