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Costume
Il fascino un po' decaduto del vecchio diario scolastico

Vedo un pallet con fogli giganti destinati a diventare diari, Vittorio mi dice che quelli sono urgenti, la scuola è iniziata, bisogna rilegarli entro 24 ore. La legatoria Venturini di Cremona compie 50 anni, Vittorio ne ha 40, è un caso abbastanza raro di riuscito passaggio di consegne fra generazioni di un’azienda famigliare, qui si rilega di tutto, dal pieghevole per la fiera di settore al libro dorato per i clienti del momento più sensibili al lusso, i russi. Il diario va poi venduto e per i cartolai è un problema, le mamme chiedono perché mai costi così tanto più di un quaderno, il fatto è che i diari sono come libri, anzi come i libri nel sogno dei genitori, sempre in mano ai ragazzi che li sfogliano ogni giorno per 9 mesi, insomma devono resistere a ben altre prove di un quaderno, hanno copertine cartonate, in legatoria servono macchine apposite per farlo. E quando Vittorio ne prende in mano uno finito dice che è come un bambino, ha la testa, la pancia e il piede, che è il modo in cui in legatoria si nominano i tre lati oltre la costa, sempre da rifilare cioè tagliare a misura, da altre macchine.

A vederli produrre viene voglia di mostrarle ai ragazzi che li useranno, quella precisione e quella sapienza, anche per avere un rispetto superiore di quell’oggetto. Vittorio in un certo senso ci ha già pensato a sensibilizzare, dice che il riciclo degli scarti industriali ha un costo e prima viene altro al di là della retorica, qualcosa di assai più economico ed ecologico, come il riuso creativo fatto la domenica in fabbrica con bambini e ragazzi – qui i ritagli di quelle rifilature diventano fiori e dinosauri – che si chiama upcycling quando riesci a pensare ad una seconda vita di ogni oggetto al capolinea, certamente uno dei mestieri di domani, fra i più belli.

Mi ha sempre incuriosito e confuso il distinguo fra diario e agenda, a scuola non capivo perché chiamare diario – che viene da “giorno”, quindi dall’idea di una cronaca quotidiana – il luogo in cui toccava scrivere letteralmente i compiti cioè le “cose da fare” – esattamente la traduzione del gerundivo latino “agenda” – mentre le mie compagne scrivevano sulla loro “agenda” fantasie e pensieri in libertà, davvero “giornalieri”. Oggi ci sono agende per manager accompagnate da corsi di formazione di “time management” mentre l’altro fronte – quello del dialogo con se stessi – è ampiamente in mano a Facebook, che ha adottato la parola “diario” per chiamare la pagina quotidiana e chiede “a cosa stai pensando?” per compilarla, una frase che trovo irritante se irradiata a milioni di persone per milioni di persone.

Per chi non conoscesse o volesse tornare al fascino assoluto di quell’accezione in via di estinzione didiario come strumento di autointerrogazione privata, di dialogo interiore profondo e senza indulgenze o narcisismi, il consiglio è quello di visitare l’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, in Toscana (conviene telefonare, le visite sono su appuntamento, tel. 0575 797730): in quel bellissimo e piccolo museo l’installazione terminata di recente permette di aprire cassetti da una parete che ne è piena e di ascoltare automaticamente voci che leggono diari molto personali, regalati all’Archivio da tutta Italia e qui digitalizzati e resi pubblici, eppure così intimi, perché l’accesso alle grafie, ai disegni e all’inchiostro dei testi originali hanno il fascino di una lettera scritta per te.

© Redattore Sociale (dal blog Laffingtonpost di Stefano Laffi)

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