Sette persone in carcere per la presunta regia dell’assassinio di Fabrizio Piscitelli. Michele Senese indicato come mandante “apicale”, Leandro Bennato come organizzatore e Alessandro Capriotti come il “gancio” che avrebbe attirato Diabolik al Parco degli Acquedotti. Sullo sfondo, secondo l’accusa, affari, debiti e controllo del narcotraffico romano.
Una panchina, un appuntamento fissato alle sette di sera e un uomo vestito da runner. Sette anni dopo l’omicidio di Fabrizio Piscitelli, per tutti Diabolik, la Procura di Roma prova a ricostruire non soltanto chi avrebbe voluto morto l’ex leader degli Irriducibili, ma soprattutto perché.
Carabinieri e Squadra Mobile hanno eseguito sette ordinanze di custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia. Tra gli indagati figurano Michele Senese, Leandro Bennato e Alessandro Capriotti, ai quali gli investigatori attribuiscono ruoli diversi nella presunta decisione di eliminare Piscitelli.
L’“assenso” di Senese e la guerra per Roma
Secondo l’impianto accusatorio, Senese avrebbe rappresentato il livello più alto della catena: il suo via libera sarebbe stato necessario per procedere. Il delitto avrebbe avuto anche il significato di una punizione nei confronti di chi, nel mondo del narcotraffico, avrebbe cominciato a muoversi con troppa autonomia e a riconoscere al clan somme considerate insufficienti.
Per Leandro Bennato, invece, il movente sarebbe stato anche territoriale ed economico: Diabolik rappresentava, secondo gli inquirenti, un concorrente ingombrante nel mercato della cocaina e un ostacolo all’espansione sulla Tuscolana. Bennato avrebbe partecipato anche alla preparazione logistica dell’agguato.
L’appuntamento sulla panchina
A chiudere il cerchio sarebbe stato Capriotti. Per l’accusa fu lui a fissare con Piscitelli l’incontro del 7 agosto 2019 nel parco di via Lemonia. Un appuntamento che sarebbe stato soltanto un’esca. La ricostruzione investigativa colloca sul posto anche Raul Esteban Calderon, descritto come travestito da runner. Ma sul punto pesa un dato giudiziario decisivo: Calderon, condannato all’ergastolo in primo grado come esecutore materiale, è stato assolto in appello per non aver commesso il fatto.
Resta così una panchina diventata il simbolo di qualcosa che, per la Dda, andava ben oltre un regolamento di conti: una guerra per affari, territorio e potere nella Roma criminale.


