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Amore e riforma, la Chiesa del Concilio ai tempi di Francesco

di Antonino D’Anna

Niente politica, riforma se possibile con compromessi, una Chiesa che sia di missione e amore ma lontana dalla tentazione del proselitismo. Leggere l’intervista rilasciata da Papa Francesco ad Eugenio Scalfari è un altra prova – se ce ne fosse bisogno – della figura monumentale che è Jorge Mario Bergoglio. E sullo sfondo – citato da Bergoglio – appare una figura apparentemente dimenticata, ma molto presente nel pensiero del Papa: quella del cardinale Carlo Maria Martini, morto un anno fa. Quando è morto abbiamo scritto su queste pagine che la Chiesa del 2100 sarebbe stata figlia del suo pensiero: Francesco sembra avere ben presenti le idee di Martini, che cita almeno un paio di volte nel corso del suo colloquio con Scalfari.

FIGLIO, NON PADRE DEL CONCILIO– Dalle sue parole traspare un uomo moderno, figlio del Concilio Vaticano II e del suo modo di vedere il mondo che cita espressamente: no al proselitismo, sì invece all’incontro e all’amore. Con delle critiche delicate, espresse al solito con la delicatezza del gesuita, ma con la stessa incrollabile forza di volontà: il Papa dice chiaro che è tempo di riprendere quel cammino interrottosi dopo il ’68, quando il dopo-Concilio divenne un momento di tempesta e turbamento che costrinse Paolo VI a vivere i suoi ultimi anni tra tante amarezza. Basta con la corte papale, ad esempio, cioè con l’apparato e la presenza di personaggi che a volte possono essere discutibili. Qui il riferimento – nemmeno tanto velato – sembra essere diretto ai fatti di Vatileaks, al sottobosco fatto di conoscenti, amici degli amici, carriere dentro e fuori dalla Chiesa con avallo di questo o quel monsignore. A questo Papa che ha letto il materialismo comunista in parallelo con la Dottrina sociale della Chiesa trovando alcune somiglianze, a quest’uomo che riceve Scalfari in una stanza spoglia e ben lontana dalle stanze affrescate da Raffaello, l’idea della corte non può che ispirare l’espressione: “lebbra del Papato”. E lo dice.

LA COSCIENZA– Poi il Papa dice una cosa che a suo tempo Don Andrea Gallo aveva detto proprio su queste pagine nel lontano 2006: “c’è nella nostra Santa Madre Chiesa il primato della libertà di coscienza: è dottrina certa, chi dice il contrario è eretico”. Francesco dice a Scalfari, parlando della coscienza: “Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo”. Cosa che farà rabbrividire qualche cattolico, ma questo Papa la vede così. E la vede così perché è – come acutamente ha del resto osservato la rivista cattolica Jesus nel numero di agosto scorso – “figlio” e non “padre” del Concilio. Bergoglio, insomma, viene “dopo”. E quel “dopo” sta cercando di metterlo in pratica. “Tutti fratelli e tutti figli di Dio”; “L’agape è l’amore per gli altri (…) non è proselitismo, è amore”. Riconosce che “I Capi della Chiesa spesso sono stati narcisi, lusingati e malamente eccitati dai loro cortigiani. La corte è la lebbra del Papato”.

MESSAGGIO ALLA CURIA– Veniamo ora al messaggio che passa dal parlare delicato ma fermo di Francesco. Il Papa parla della Curia e osserva che è Vaticano-centrica: “farò di tutto per cambiarla”, dice. Sottile la risposta alla domanda del fondatore di Repubblica sulla teologia della liberazione: “Lei pensa che sia stato giusto che il Papa (Giovanni Paolo II, N.d.R.) li combattesse?”. “Certamente davano un seguito politico alla loro teologia, ma molti di loro erano credenti e con un alto concetto di umanità”. Insomma, l’opzione preferenziale per i poveri se sta lontana dal marxismo funziona benissimo lo stesso, è lecito pensare. La visione della Chiesa è netta, e la indica parlando di Francesco: “Voleva un Ordine mendicante e anche itinerante, missionari in cerca di incontrare, ascoltare, dialogare, aiutare, diffondere fede e amore. Soprattutto amore. E vagheggiava una Chiesa povera che si prendesse aiuto degli altri (…) l’ideale di una Chiesa missionaria e povera rimane più che valida”. I lettori ricorderanno che una delle prime frasi di Bergoglio fu: “Aaaah, come vorrei una Chiesa povera!”. Dice che “Dobbiamo includere gli esclusi e predicare la pace”. Tra gli esclusi di oggi gay, divorziati, preti sposati, tutti quelli che sono in qualche modo periferia esistenziale. E dà la sua interpretazione del Concilio: se per il predecessore era un evento in continuità con la storia della Chiesa, Bergoglio dice soltanto che “Il Vaticano II decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti. Dopo di allora fu fatto molto poco in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare”. Essenziale questa frase, che segnala comunque la disponibilità al dialogo, all’idea di una riforma che mantenga l’unità nella Chiesa: parlando sempre di Francesco, il Papa dice: “anche Francesco ai suoi tempi dovette a lungo negoziare con la gerarchia romana e col Papa per far riconoscere le regole del suo Ordine. Alla fine ottenne l’approvazione, ma con profondi cambiamenti e compromessi”. C’è spazio per il compromesso in questa riforma? Probabilmente sì.

LA RIVINCITA DEI CATTOLICI ADULTI- Parlando di politica saranno molti i prodiani a sentirsi sollevati. Sentite che cosa dice Francesco: “I cattolici impegnati nella politica hanno dentro di loro i valori della religione ma una matura coscienza e competenza per attuarli. La Chiesa non andrà mai oltre il compito di esprimere e diffondere i suoi valori, almeno fin quando sarà qui”. E con questo partigianerie e difesa dei valori non negoziabili che in questi 20 anni si sono tradotti in appoggio più o meno esplicito della Chiesa italiana verso questa o quella parte politica, sono improvvisamente superate.

GESUITA PRIDE- C’è anche del legittimo orgoglio gesuita nelle parole del Papa. Francesco parla dei Santi a lui cari (Agostino, Paolo, Ignazio, Francesco) e sui Gesuiti spiega a Scalfari: “Le ricordo che da quell’Ordine proveniva anche Carlo Maria Martini, a me ed anche a lei molto caro. I gesuiti sono stati e tuttora sono il lievito – non il solo ma forse il più efficace – della cattolicità: cultura, insegnamento, testimonianza missionaria, fedeltà al Pontefice”. E questo legittimo orgoglio Francesco testimonia, sia pure sentendosi più vicino al Santo di Assisi che a quello di Loyola.

Insomma, un testo denso, come sempre molto alto e per certi versi profetico. Bergoglio ha le idee chiare sulla Chiesa che verrà e che vuole costruire. Se ci riuscirà o meno è un altro discorso: ma questa è una linea – nuova e coraggiosa, di fatto una chiara ripresa dello spirito conciliare – che ha bisogno di proseliti per affermarsi e restare in dono alla Chiesa. È per questo che dai prossimi concistori capiremo come e in che modo il Papa la vorrà consolidare: a partire dai nomi che sceglierà perché siano ammessi al cardinalato. Oltre che dalla riforma della Curia.