A oltre dieci anni dalla scomparsa di Giulio Regeni, oggi, 28 settembre 2026, la Prima Corte d’Assise di Roma è chiamata a pronunciare la prima sentenza nel processo contro quattro funzionari della National Security egiziana. La Procura ha chiesto l’ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e 17 anni e mezzo per Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi.
Tutti e quattro sono imputati, secondo l’accusa italiana, per il sequestro aggravato del ricercatore. A Sharif vengono contestati anche lesioni personali e omicidio aggravati. Gli imputati non sono mai comparsi nel processo e sono assistiti da difensori d’ufficio. Le responsabilità penali devono essere stabilite dalla Corte e resta valida la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva.
Chi era Giulio Regeni e perché si trovava al Cairo
Giulio Regeni aveva 28 anni ed era originario di Fiumicello, in Friuli-Venezia Giulia. Era dottorando all’Università di Cambridge e si trovava in Egitto per una ricerca dedicata al mondo del lavoro e, in particolare, ai sindacati indipendenti e ai venditori ambulanti.
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Il 25 gennaio 2016, quinto anniversario della rivoluzione egiziana del 2011, Regeni esce dalla propria abitazione al Cairo. Deve incontrare un amico, ma non arriverà mai all’appuntamento. Le sue tracce si perdono nei pressi di piazza Tahrir. Per nove giorni non si hanno più notizie.
Il 3 febbraio il suo corpo viene trovato lungo la Desert Road che collega il Cairo ad Alessandria. Presenta lividi, fratture, ferite e bruciature. Il 7 febbraio la salma arriva in Italia e una nuova autopsia conferma la presenza di numerose lesioni riconducibili a violenze prolungate.
Caso Regeni, le prime versioni egiziane e la pista della banda criminale
Nei giorni successivi alla scoperta del corpo vengono diffuse diverse ipotesi sulle cause della morte. Il 4 febbraio un alto funzionario investigativo egiziano esclude inizialmente una morte violenta e viene prospettata anche la possibilità di un incidente stradale. Successivamente circolano altre ricostruzioni, tra cui ipotesi legate alla vita privata del ricercatore o alla criminalità comune.
Il 24 marzo 2016 la polizia egiziana uccide cinque uomini descritti come membri di una banda specializzata nel rapimento e nella rapina di stranieri. Le autorità comunicano di avere trovato in un’abitazione collegata al gruppo il passaporto, le tessere universitarie e altri effetti personali di Regeni.
La Procura di Roma giudica gli elementi forniti insufficienti per spiegare l’omicidio e continua le indagini. Negli anni successivi nel processo italiano emergeranno ulteriori elementi utilizzati dall’accusa per sostenere che quella pista fosse un depistaggio. Le autorità egiziane hanno invece continuato a sostenere di avere elementi sulla banda per il furto degli effetti personali di Regeni.
Caso Regeni, il richiamo dell’ambasciatore italiano
Nell’aprile 2016 investigatori e magistrati egiziani arrivano a Roma per un confronto con i colleghi italiani, ma la documentazione consegnata viene ritenuta insufficiente.
L’8 aprile 2016 il governo italiano richiama a Roma per consultazioni l’ambasciatore Maurizio Massari. La Farnesina motiva la decisione con la necessità di valutare nuove iniziative per arrivare alla verità sull’omicidio.
Nell’agosto 2017 il governo decide di inviare nuovamente un ambasciatore al Cairo, Giampaolo Cantini, sostenendo che la presenza diplomatica possa facilitare la cooperazione giudiziaria. La famiglia Regeni critica la decisione.
Caso Regeni, la denuncia del sindacalista e la sorveglianza sullo studente italiano
Uno degli sviluppi più significativi arriva nell’estate del 2016. Gli investigatori accertano che Mohamed Abdallah, esponente del sindacato dei venditori ambulanti con il quale Regeni era entrato in contatto per la propria ricerca, aveva segnalato il giovane alle autorità. Nel settembre 2016 la parte egiziana ammette che Regeni era stato sottoposto a controlli dalla polizia nei giorni precedenti alla scomparsa.
A dicembre Abdallah dichiara pubblicamente di avere denunciato Regeni agli Interni egiziani.
Nel gennaio 2017 viene inoltre diffuso un video registrato di nascosto il 6 gennaio 2016. Le immagini mostrano una conversazione tra Regeni e Abdallah e risultano realizzate attraverso una microcamera fornita dalla polizia egiziana.
Per gli investigatori italiani questi elementi diventano parte della ricostruzione della sorveglianza che precedette il sequestro.
Caso Regeni, i cinque agenti indagati e la rottura tra le Procure
Il 4 dicembre 2018 la Procura di Roma iscrive cinque appartenenti agli apparati egiziani nel registro degli indagati. Sono il generale Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e Mahmoud Najem. Le indagini sono condotte dalla Procura insieme ai carabinieri del Ros e allo Sco della Polizia.
Nel novembre 2020 la collaborazione tra le magistrature italiana ed egiziana arriva a una rottura sostanziale. Il Cairo considera insufficienti le prove raccolte contro i funzionari della National Security e afferma che il responsabile dell’omicidio rimane sconosciuto. Roma arriva a conclusioni diverse.
Il 10 dicembre 2020 la Procura italiana chiude l’inchiesta contro quattro funzionari. Per Mahmoud Najem viene chiesta l’archiviazione perché non sono stati raccolti elementi sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio.
Ai quattro rimasti nel procedimento viene contestato il sequestro pluriaggravato. Sharif è accusato anche delle lesioni e dell’omicidio. Il reato italiano di tortura non può essere contestato direttamente perché è stato introdotto nel codice penale nel 2017, dopo i fatti.
Caso Regeni, il processo si blocca perché gli imputati non sono stati raggiunti
Il 25 maggio 2021 il gup di Roma dispone il rinvio a giudizio dei quattro funzionari.
Il processo davanti alla Corte d’Assise inizia il 14 ottobre, ma si ferma immediatamente. I giudici ritengono che non vi sia prova sufficiente che gli imputati abbiano avuto conoscenza formale del processo e annullano il rinvio a giudizio, rimandando gli atti al gup.
Il problema nasce anche dalla mancata comunicazione, da parte delle autorità egiziane, degli indirizzi utili per le notifiche. Il procedimento resta così in una situazione di stallo fino al 2023.
Caso Regni, la Corte costituzionale sblocca il processo
Nell’aprile 2023 la Procura di Roma chiede al giudice di coinvolgere la Corte costituzionale. Con la sentenza 192 del 2023, la Consulta stabilisce che la mancata cooperazione dello Stato di appartenenza degli imputati non può creare, nei casi di tortura commessa da pubblici ufficiali, una sorta di immunità di fatto che impedisca qualsiasi accertamento giudiziario.
La decisione permette di procedere in assenza degli imputati quando questi sono consapevoli dell’esistenza del procedimento, ma lo Stato straniero rende impossibile dimostrare che abbiano ricevuto la formale chiamata a giudizio. Il processo Regeni può così ripartire.
Caso Regeni, il nuovo processo del 2024 e il secondo stop
Il 20 febbraio 2024 – dopo il nuovo rinvio a giudizio – si apre davanti alla Prima Corte d’Assise di Roma il dibattimento contro i quattro funzionari egiziani.
Nel corso delle udienze vengono ascoltati testimoni, investigatori, esperti e persone che avevano conosciuto Regeni. Vengono acquisiti documenti, intercettazioni, materiali audiovisivi e risultanze delle indagini italiane.
Il 23 ottobre 2025 arriva però un nuovo stop. La Corte d’Assise solleva una questione davanti alla Consulta relativa al diritto dei difensori d’ufficio degli imputati di nominare consulenti tecnici con spese anticipate dallo Stato.
Il 30 gennaio 2026 la Corte costituzionale accoglie la questione e stabilisce che anche in questo procedimento devono essere garantiti gli strumenti necessari a una difesa tecnica effettiva. Il processo riprende.
Caso Regeni, le richieste della Procura nel giugno 2026
Il 23 giugno 2026 il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi e il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco concludono la requisitoria. Per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, che secondo l’accusa avrebbe materialmente provocato le lesioni che portarono alla morte di Regeni, viene chiesta la condanna all’ergastolo.
Per Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi la richiesta è di 17 anni e sei mesi ciascuno.
Le difese contestano l’impianto accusatorio e, durante le arringhe, sostengono tra l’altro l’inutilizzabilità o l’inaffidabilità di parte delle testimonianze e ricostruzioni. Alcuni legali hanno proposto ricostruzioni alternative del sequestro.
Le posizioni delle parti restano quindi opposte e spetta alla Corte stabilire quali elementi abbiano valore probatorio.
Caso Regeni, oggi la prima sentenza dopo dieci anni
La sentenza è fissata per oggi, 28 settembre 2026, a Roma. Sono passati più di dieci anni dalla scomparsa di Giulio Regeni. Il verdetto della Corte d’Assise rappresenterà il primo pronunciamento giudiziario sul merito delle responsabilità contestate ai quattro funzionari egiziani.
Non sarà necessariamente l’ultimo passaggio della vicenda giudiziaria: dopo il primo grado restano possibili i successivi livelli di giudizio previsti dall’ordinamento italiano.
Il caso Regeni ha attraversato in questi anni indagini internazionali, tensioni diplomatiche, accuse di depistaggio, rogatorie rimaste senza risposta e due interventi della Corte costituzionale. La decisione attesa oggi arriva al termine del primo processo che è riuscito a raggiungere la fase della sentenza nonostante l’assenza degli imputati.


