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Cronache
Violenze sessuali in Italia: il 41% commesso da stranieri

Chi commette le violenze sessuali in Italia? I dati ufficiali e un appello alla politica

Quali sono i dati reali e ufficiali dei reati a sfondo sessuale in Italia? In base ai dati Istat ricavati dal Ministero dell’Interno, nel 2020 sono state denunciate o arrestate 4.595 persone per violenza sessuale. Di queste, circa il 41% (ossia 1.888) era composto da cittadini stranieri. Una percentuale identica si trova anche nella popolazione carceraria: nel 2020, il 41,5% dei detenuti per violenza sessuale (1.291 su 3.111) era straniero.

La percentuale del 41,5% compare poi tra le statistiche dei condannati, sempre per questo tipo di reato, con sentenza definitiva. Numeri, codesti, che non sono molto difformi da quelli del 2021, ancora in fase di elaborazione.

Ora, questi numeri servono alla propaganda politica, da una parte per sottolineare che, a fronte di una popolazione straniera regolare di circa l’8,5%, ben il 41% delle violenze sessuali è commesso da stranieri. Un dato che viene utilizzato per spiegare come gli stranieri, in percentuale, commettono reati a sfondo sessuale in numero proporzionalmente maggiore agli italiani.

Dall’altra parte, questi dati vengono usati per sostenere che 'violenza sessuale', in base al nostro codice penale, non significa necessariamente 'stupro', ma può essere anche un semplice palpeggiamento o un bacio non voluto dalla vittima, e che quindi non bisogna considerare 'stupratore' chi si limita a una toccatina non voluta dalla vittima.

Entrambe le posizioni hanno ragione, ma risultano manchevoli di aspetti importanti. Hanno ragione perché i dati non mentono, e c’è incontrovertibilmente una differenza notevole tra la percentuale di stranieri presenti sul territorio nazionale e quella di chi commette delitti sessuali. E perché è vero che per 'violenza sessuale' si intende tutto ciò che ha a che fare con la sfera intima di una persona laddove non ci sia consenso, ma che ovviamente un conto è uno stupro, un conto lo sfioramento di una parte del corpo considerata sessualmente attraente. 

Ma hanno anche una falla, queste posizioni. Laddove si punta il dito sul problema senza proporre una soluzione, che potrebbe essere quella del cambiamento culturale e della necessità di inculcare (sì, proprio inculcare) il principio del rispetto dell’altro, partendo dal presupposto che rimandare indietro tutti quelli che sono qui più o meno regolarmente e che delinquono, è di fatto impossibile. E laddove, da un lato si fanno battaglie di facciata contro il cosiddetto cat calling, ossia il fischio per strada, che neppure è reato, ma dall’altro si tende a ridimensionare condotte che invece reato lo sono, come la pacca sul sedere o la “mano morta” sull’autobus.

Serve il coraggio di dire, senza il rischio di essere tacciati di discrimianzione o, peggio ancora, razzismo, che esiste un problema culturale del modo in cui la donna viene considerata da certe mentalità e certe culture. Una mentalità che ancora fa parte del modo di pensare occidentale, ma che in misura forse maggiore appartiene ad altre parti del mondo, con cui siamo interfacciati e interconnessi, in un rapporto sempre più stretto e sempre più interdipendente.

Per questo, è fondamentale che in un processo di accoglienza e integrazione abbia ampio spazio apprendere il rispetto per l'altro e l'uguaglianza piena tra uomo e donna, così come ogni bambino, di qualsiasi nazionalità e da qualsaisi familgia provenga, va educato a vedere nell'altro se stesso, con le proprie gioie e le proprei emozioni.  Manca questo, nei programmi politici. Ed è una mancanza grave.

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