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Colpevoli di disperazione


È un bel po’ che tira una brutta aria. Lo sanno tutti. Dal Presidente della Confindustria fino al portinaio di casa mia. Dopo la serie dei suicidi per fame o debiti di cui sono stati protagonisti piccoli imprenditori, operai o anziani, mentre il livello dell’autorevolezza delle istituzioni è sempre più in discesa, alla fine succede il patatrac. L’aggressività introversa si è modificata in violenza estroversa. Forse il tentativo era addirittura un suicidio mediato del tipo “sparo perché mi ammazzino”.

Il desiderio di morire davanti al Palazzo del Governo che sta giurando per il suo esordio, sembra essere un modo mediaticamente acuto per farsi giustiziare sotto un’attenzione che riesce a travalicare facilmente i confini nazionali. Un uomo che ha perso il lavoro e la moglie va a ferire dei carabinieri che non se la passano economicamente molto meglio di lui né, a sto mondo, contano molto più di lui. Pare che non ci sia la follia di mezzo. Dunque, che cos’altro, se non la disperazione? Forse l’unica lente che consenta di interpretare quello che è accaduto è la pietà. La pietà cicatrizza lentamente tutto ed induce ad una pacificazione. Oppure , codici alla mano, si possono, forse, enumerare terribili reati. Ma è possibile che, così agendo, nasca qualcosa di buono per qualcuno? È dunque meglio che le istituzioni se ne stiano buone. La disperazione è come la ricchezza: se la tiene chi ce l’ha.

Guido Oldani
Tribunale della poesia