Se dopo quasi tre anni di pontificato sopravviveva ancora un equivoco attorno alla figura di Francesco, è stato egli stesso a spazzarlo via con il viaggio a Cuba e in Messico, concluso oggi con una frizzante conferenza stampa sul volo che lo ha riportato a Roma da Ciudad Juarez, subito oltre il confine meridionale degli Stati Uniti: il Papa argentino fa politica. Non quella di Palazzo Madama, nessuna “entente cordiale” tra Stato e Chiesa, anzi. Insistendo però sul dramma globale delle migrazioni di massa, e ricentrando l’asse della geopolitica della Santa Sede verso est, verso Russia e Cina, lontano dall’Italia e dal suo affannoso dibattito sulle unioni civili, lontano da una “rifondazione” dell’Unione europea in cui spicca l’assenza di padri rifondatori, senza trascurare di ricucire i difficili rapporti con l’islam mondiale, Jorge Mario Bergoglio non teme di farsi nemici nelle cancellerie occidentali.
E a partire dalla barriera che separa Stati Uniti e Messico, apre uno scontro aperto, nel mezzo delle primarie per le presidenziali, con la destra statunitense incarnata da Donald Trump, l’uomo-simbolo di tutto ciò in cui il romano Pontefice non crede. Sul volo di ritorno dal Messico il Papa – attaccato nel corso dei mesi dai Tea party e dai repubblicani come “marxista”, “trotskista”, criticato dal mondo vicino ai petrolieri per la sua enciclica ecologica Laudato si’, accolto con freddezza da metà Congresso quando ha chiesto l’abolizione della pena di morte e al traffico d’armi – ha risposto alla domanda di un giornalista che riferisce le critiche di Trump al Papa per la sua messa di Ciudad Juarez. Bergoglio, è l’accusa del miliardario, è un “uomo politico”, una “pedina” del governo messicano (che in realtà ha seguito il viaggio papale con una vena di apprensione).
Trump, ricorda il cronista della Reuters, ha detto di voler costruire 2.500 chilometri di muro e di voler deportare 11 milioni di immigrati illegali. Jorge Mario Bergoglio non si fa pregare: “Ma, grazie a Dio che ha detto che io sono politico, perché Aristotele definisce la persona umana come ‘animal politicus’: almeno sono persona umana!”, risponde. “E che sono una pedina? mah, forse, non so? lo lascio al giudizio vostro, della gente?”, rincara. “E poi, una persona che pensa soltanto a fare muri, sia dove sia, e non a fare ponti – scandisce – non è cristiana. Questo non è nel Vangelo. Poi, quello che mi diceva, cosa consiglierei, votare o non votare: non mi immischio. Soltanto dico: se dice queste cose, quest’uomo non è cristiano. Bisogna vedere se lui ha detto queste cose. E per questo do il beneficio del dubbio”.
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La replica del front runner alle primarie dei repubblicani arriva fulminea, dopo pochi minuti, dalla South Carolina dove si trova in campana elettorale: “Per un leader religioso mettere in dubbio la fede di una persona è vergognoso. Sono orgoglioso di essere cristiano e da presidente non permetterò che il cristianesimo venga costantemente attaccato e indebolito”. Poi l’affondo: “Tutti sanno che l’obiettivo ultimo dell’Isis è attaccare il Vaticano. E il Papa dovrebbe pregare che DonaldTrump diventi presidente, perché così questo non accadrà”. Posizioni inconciliabili. Lo scontro è aperto. Il Papa gesuita non è un ingenuo. Nel corso della conferenza stampa sull’aereo Jorge Mario Bergoglio liquida velocemente le domande sul dibattito in corso al Parlamento italiano sulle unioni civili: “Il Papa non si immischia nella politica italiana”. Mentre a Bruxelles si apre un vertice-chiave sul futuro dell’Unione europea, tra crisi migratoria, turbolenze economiche e la prospettiva di una Brexit, afferma che l’Unione europea avrebbe bisogno di una “rifondazione”, ma mancano i padri rifondatori: “Oggi, dove c’è uno Schuman, un Adenauer?”.
Quando un cronista gli domanda del virus Zika, mostra tutta la sua gesuitica capacità di distinguere tra i principi indiscutibili del cattolicesimo e la loro adattabilità pastorale alle situazioni umane più complesse: l’aborto è “un crimine”, è “fare fuori uno per salvare un altro”, è “quello che fa la mafia”, mentre, come diceva Paolo VI – “il grande!” – è possibile in alcuni casi ricorrere alla contraccezione, che non è “un male assoluto” ma un male minore. Il Papa argentino è concentrato su una riforma del Vaticano e della Chiesa cattolica mondiale che promuove, però, anche tramite la politica estera. Negli ultimi mesi è stato un crescendo. Prima l’asse con Vladimir Putin per sventare un attacco militare Usa sulla Siria. Poi la mediazione che ha portato alla svolta tra Stati Uniti e Cuba (di oggi la notizia del prossimo storico viaggio di Barack Obama nell’isola caraibica), ultimo scampolo di guerra fredda conficcato nel subcontinente dal quale proviene l’arcivescovo emerito di Buenos Aires. Nelle ultime settimane, infine, l’accelerazione. Il canale aperto con l’islam, anziché la sua demonizzazione: l’udienza al presidente iraniano (sciita) Hassan Rouhani, la prossima visita alla moschea grande (sunnita) di Roma, i “pourparlers” per uno scongelamento dei rapporti con il grande imam (sunnita) dell’università al-Azhar del Cairo.Lo storico incontro, proprio a Cuba, con il patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill, non era mai avvenuto.
A chi sull’aereo messicano gli chiede ragione del malumore dei greco-cattolici ucraini, che si sono sentiti traditi dall’asse bergogliano con Mosca, Francesco ha risposto spiegando che rispetta il loro sentimento, ma rivendicando l’importanza dell’incontro storico con il “fratello” Kirill (la dichiarazione congiunta, dice en passant, è “discutibile”, ma durante il colloquio privato di due ore “nessuno sa di che cosa si sia parlato”, puntualizza). L’intervista a Asia Times sulla Cina, un’apertura di credito verso Pechino, che versa in acque economiche difficili, rafforzato, oggi, dalla conferma: “Quanto mi piacerebbe visitare la Cina”. Il Papa guarda a oriente, dove i cristiani crescono a ritmo ben più serrato che nel Vecchio continente europeo o nel Nuovo mondo nord-americano. La guerra fredda è finita, chi voleva rinchiudere la Chiesa, o il Vaticano, in uno schieramento occidentalista è stato superato da un Pontefice del subcontinente dove vive la maggioranza dei cattolici del mondo.
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La riforma che Bergoglio ha innescato a Roma ha il suo pendant in un decentramento della Santa Sede, nella sua apertura ai grandi paesi rimasti ai margini dell’Occidente, passa dal dialogo con le altre religioni, a partire dall’islam. Pontefice vuole dire costruttore di ponti, e Bergoglio si reca nelle periferie del mondo, da Lampedusa a Sarajevo, dalla Repubblica centrafricana alle Filippine colpite dal tifone, per realizzare, anche con i viaggi, la misericordia al centro del Giubileo. La visita in Messico si è conclusa non casualmente con una tappa ai confini con il gigante yankee, Ciudad Juarez, la visita a un carcere, l’appello per la dignità dei lavoratori, la messa lungo la barriera che tenta di impedire ai migranti sud-americani di trovare una vita migliore negli Usa, subito ripresa in prima pagina dal New York Times. E, a suggello di questa geopolitica della misericordia tutt’altro che neutrale, lo scontro aperto con Donald Trump.
