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Facebook diventa editore. I pericoli. Tra algoritmi e giornalismo di sistema

Zuckerberg annuncia la sezione notizie/giornalismo. Ma non basta quello che abbiamo in Italia? Siamo davvero convinti che degli “educatori” che indicano…

Facebook diventa editore. I pericoli. Tra algoritmi e giornalismo di sistema
Facebook binary

Per anni c’è chi si è lagnato dei De Benedetti, di Berlusconi o di Caltagirone come editore.

Adesso arriva Facebook di Mark Zuckerberg che mischia in suo ruolo con la stampa, diventando editore, e saranno dolori veri vista la diffusione potente del mezzo social.

La piattaforma si chiama Facebook News ed è stata lanciata venerdì scorso, visibile solo ad alcuni utenti statunitensi, una sezione separata dell’app mobile che presenterà articoli di circa 200 editori.

L’obiettivo è quello di creare un accesso a del giornalismo di “alta qualità” con un algoritmo che filtrerà notizie per degli operatori di Facebook in carne e ossa e dei giornalisti. La volontà del social network è quella di combattere le notizie false. Internet ha completamente travolto il mercato dell’informazione aprendo, in parallelo ad una modifica radicale del settore, anche incredibili spazi di libertà. “Se un editore pubblica disinformazione, non apparirà più nel prodotto”, ha spiegato Zuckerberg.

 

La produzione dei contenuti sarà curata da Facebook che staccherà assegni in favore delle testate in base alla raccolta pubblicitaria. Ah ecco! Come se il giornalismo non fosse particolarmente sensibile ai propri editori, ai propri interessi ed a chi acquista la pubblicità. Ma quando Facebook News arriverà in Italia chi deciderà cosa è vero e cosa è falso? E cosa è una notizia rilevante e cosa non lo è? Lilli Gruber? Emilio Fede? David Sassoli?

 

Scrivere in modo indipendente, libero e in totale assenza di vincoli, stando ai fatti e non alle volontà dell’editore o alla corrente politica non sembra una priorità. Il giornalismo è un lavoro complesso e costoso e la storia di questo lavoro dimostra quanto sia sempre più importante ciò che c’è dietro la notizia rispetto a ciò che c’è nella notizia, come fa vedere un grande film americano come Insider che andrebbe mostrato nelle scuole.

 

In un Paese poi come il nostro, in cui anche il giornalismo d’inchiesta Rai è fortemente ideologico e lavora per tesi, un meccanismo del genere non farà altro che accentuare la distanza già esistente tra il racconto televisivo del Paese e la vita reale. Un’inchiesta giornalistica “normale” oggi è difficile permettersela, perché costa troppo in termini di tempi e denaro dedicati. Un’inchiesta per tesi costa invece molto meno. Si parte da una tesi, ad esempio che tizio abbia preso una tangente, e si assembla ogni tipo di informazione, istanza e suggestione possibile a suggellare quella tesi iniziale. Niente ripensamenti. Spesso il soggetto di cui si parla viene sbeffeggiato e ridicolizzato, dandogli voce ma solo rimanipolando le sue tesi e mostrando le incongruenze che vi stanno dietro. E poi c’è sempre un esercito di soggetti che possono aver ricevuto un torto da questi e così rinforzare la tesi dell’inchiesta. Più il soggetto è in alto è più è facile trovarne tanti, facendo parlare quelli più convincenti. 

Il sentire comune su cui si fa perno è il sentimento dell’indignazione, contro il soggetto. Poi una sorta di aura moralistica puntellerà i punti deboli del discorso, aizzando il popolo ferito mentre il cattivo viene additato al pubblico ludibrio con toni adeguati a seconda della portata delle informazioni che si riescono a sparare.

La cosa più bella di questo tipo di giornalismo in Italia è che viene principalmente fatto con soldi pubblici, i soldi di tutti, perché sono gli unici copiosi che vengono dedicati al settore. Ma anche il privato da un po’ non scherza. In più oggi per confezionare questo tipo di giornalismo occorre occuparsi non di fatti rilevanti in sé ma di “marchi” o personaggi pubblici, riconoscibili dalla massa. Attaccando loro si potrà di conseguenza fare audience.

 

Se Facebook News funzionerà, immaginate gli effetti che vi potranno essere nel nostro Paese con un quadro del genere.

Gli editori da tempo si lamentano del fatto che Facebook tragga profitto dal giornalismo senza pagarlo. E’ vero. Ma oggi la società di Zuckerberg ha deciso, secondo Bloomberg, che li pagherà per presentare i loro articoli da 1 milione di dollari a 3 milioni l’anno e la partita si chiude. 

 

Negli Stati Uniti i soggetti che hanno aderito sarebbero il New York Times, il Washington Post, il Wall Street Journal, BuzzFeed, Bloomberg e ABC News, nonché quotidiani locali come Chicago Tribune e Dallas Morning News. E Zuckerberg ha anche detto che Facebook dovrà influenzare i media. “È uno sforzo per fare un lavoro migliore nel sostenere il giornalismo”, ha spiegato. Ma non sarà il lettore a decidere se la notizia è vera o è falsa, se il giornalismo che si sta facendo è di poca sostanza o di spessore, ideologico o una manipolazione o se sta sparando a salve, ma un educatore, questa sorta di staff tra operatori Facebook, giornalisti di testate pagate e un algoritmo. Ottimo direi!