di Pietro Mancini
I legali di Giancarlo Galan hanno chiesto di patteggiare una pena di 2 anni e 10 mesi-da scontare nella villa di Cinto Euganeo, il simbolo della Tangentopoli veneta-oltre al pagamento di 2,6 milioni di euro all’erario per aver ricevuto mazzette, quantificate dai magistrati della Procura di Venezia in 10 milioni di euro.
Il politico di Forza Italia avrebbe intascato tale mega-somma sia da Governatore della Regione Veneto sia, poi, da ministro, per svolgere un ruolo di “risolutore” delle difficoltà, burocratiche e politiche, nel conferimento degli appaltoni alle ditte incaricate di costruire il MOSE. Sin qui la notizia sulla vicenda giudiziaria. Ma non ci si può non interrogare sulle ragioni dell’ tardivo intervento dei mass media e dell’opposizione per tentare di bloccare un sistema corruttivo di tali, vaste proporzioni.
E’ credibile che nessuno, al di fuori del “cerchio magico” dell’insaziabile “doge di Venezia”, sapesse che, per ottenere degli incarichi e dei lucrosi appalti dalla giunta regionale, occorreva, in Veneto, sborsare ingenti somme? Ancora una volta, la politica ha omesso l’indispensabile “controllo di legalità”, delegandolo ai magistrati. E la “società civile”, anche in questa occasione, non è riuscita a impedire che Galan governasse il Veneto per ben 15 anni.
Senza una autoriforma profonda della politica, senza l’introduzione di regole più severe nella selezione delle candidature, ci indigneremo, in occasione del prossimo scandalo, sugli illeciti arricchimenti di personaggi, che i vertici nazionali non hanno, evidentemente, la forza politica nè l’autorevolezza morale per tenere ai margini dei partiti.
Non resta che auspicare che la nuova classe dirigente opti per la trasparenza, valutando che i benefici, in primis etici, sono maggiori dei vantaggi economici. E questi benefici sono legati a ricompense, non monetarie, che si chiamano: senso civico, trasparenza nella gestione della cosa pubblica, disinteresse, correttezza, onestà.
